Prima occupata dai soldati italiani, poi sede di un manicomio, oggi campo profughi: la storia di Leros

Il reportage di Elena Brunello da Leros, l'isola greca dove si intrecciano le storie di emarginati e reietti

Di Laura Melissari
Pubblicato il 5 Feb. 2018 alle 18:06 Aggiornato il 6 Feb. 2018 alle 10:09
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Ci sono tre storie che si intrecciano sull’isola di Leros, in Grecia.

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La prima risale agli anni ’30-’40 circa, durante l’occupazione italiana del Dodecanneso, ed è quella dei soldati italiani di Porto Lago: uomini lontani dalla loro terra d’origine, confinati in un lembo di roccia e sabbia nel mezzo del Mediterraneo e costantemente in attesa di un nemico.

La seconda vicenda è quella degli internati di uno dei più grossi manicomi d’Europa, che aveva sede nella baia della città di Lakki, un tempo conosciuta come Porto Lago: uomini segregati tra le mura di un ospedale psichiatrico in attesa di riappropriarsi della libertà.

La terza storia è quella più recente e riguarda migliaia di profughi che fuggono da guerre, persecuzioni e carestie per trovare rifugio su quest’isola: uomini intrappolati in un’estenuante attesa per i permessi che gli apriranno le porte dell’Europa e con cui si riapproprieranno della loro identità.

Da cento anni Leros è un limbo che galleggia sulle acque salate di un mare che è stato, nell’epica del viaggio, sinonimo dell’incontro e antitesi dell’isolamento.

Leros è stata, ed è  tutt’ora, un luogo di attesa.

Una base militare, un ospedale psichiatrico e un campo profughi. La popolazione di Leros accoglie, da cento anni, esuli, reietti ed emarginati.

Col tempo l’isola si è trasformata in un recinto circondato dal mare dove vagano le anime di chi ricordava la sua terra lontana, di chi era stato trasformato in mostro e di uomini non più riconosciuti come tali ma considerati fantasmi.

Gli spazi e gli edifici del luogo hanno custodito a turno queste persone. Col tempo i bunker costruiti dagli italiani si sono trasformati in rifugi utilizzati dai pastori per riparare dal sole feroce gli arieti dalle corna lunghe come guerrieri.

Intorno agli edifici di Lepida, il vecchio manicomio, sono sorte distese di container che ospitano famiglie di siriani, afghani, somali, iracheni.

Leros guarda verso la costa turca, incastrata tra le più famose isole di Patmos, Lipsi e Kalimnos. 

Dal 1912 al 1943 il Dodecanneso visse sotto l’occupazione italiana. Durante la Seconda Guerra Mondiale Leros funse da importante base militare, ospitando fino a 40mila soldati italiani.

Nel 1947, col trattato di Parigi e a guerra finita, venne finalmente restituita ai greci. Lakki, la città più grossa, non ha nulla dei tipici villaggi greci di case bianche, piuttosto sembra il set abbandonato di un film ambientato negli anni ’30 e ispirato alla pittura metafisica.

La città sorse sull’omonima baia, uno dei porti naturali morfologicamente più sicuri del Mediterraneo, e assunse ben presto una grandissima importanza strategica come base della Marina Militare Italiana e degli idrovolanti dell’Areonautica. 

Un tempo conosciuta come Porto Lago, nome dato in onore del governatore Mario Lago, Lakki appartiene alla categoria delle città di fondazione: città costruite ex novo per rincorrere un’ideale.

Venne realizzata dagli architetti italiani Rodolfo Petracco e Armando Bernabiti tra il 1934 e il 1938, secondo i canoni del Movimento Moderno e del Razionalismo.

Lakki oggi è una città di cemento, acciaio, con pochissimi elementi decorativi, lunghi viali alberati di eucalipti, divisa da un cardo e un decumano e suddivisa secondo il principio razionalista dello zoning: un’area adibita all’uso commerciale, una a quello amministrativo, una a quello religioso, una a quello residenziale, un’altra a quello sportivo e militare e via dicendo.

Porto Lago nacque come città consacrata alla funzione. Oggi di questa sua storia rimangono solo gli scheletri degli edifici. Il cinema in cemento a tronco di cono che si affaccia sul lungomare e che ha da poco ripreso a funzionare.

Il mercato coperto a forma circolare, su cui svetta un’imponente e simmetrica torre dell’orologio. Il surreale e gigantesco asilo comunale, la cui facciata è ritmicamente suddivisa in ampie arcate di cemento. La chiesa di San Francesco, oggi San Nicola, con la sua piazza grande.

La Dogana, la Casa del Fascio e decine di palazzine e ville abitative destinate agli ufficiali e caratterizzate da elementi cubici e terrazze aggettanti.

La pancia scura e fresca della montagna custodisce, sotto ai sentieri di sabbia e polvere, i vecchi bunker in cui si nascondevano i soldati e dove ancora oggi, al riparo dai raggi feroci del sole, si trovano i bussolotti di vecchi proiettili e le scritte di soldati che piangevano la patria lontana.

Più in alto, affacciato sul mare e immerso nella macchia selvatica dell’isola, c’è quel che rimane di un eco-fono: una mastodontica struttura in cemento color sabbia intorno a cui scorreva dell’acqua e che serviva, quando ancora non si utilizzava il radar, ad amplificare il suono degli aerei in avvicinamento quando si attendeva pazienti un nemico che avrebbe, prima o poi, dovuto arrivare.

Dall’altra parte della baia di Lakki, a filo d’acqua, la vecchia villa di Mussolini guarda verso gli edifici di Lepida.

La seconda storia di confino e isolamento è quella dei pazienti dell’ospedale psichiatrico di Lepida, il manicomio statale aperto nel 1957 per decongestionare molti dei manicomi greci.

Centinaia di posti letto e quindici padiglioni, sorvegliati notte e giorno da guardiani improvvisati: agricoltori o pescatori dell’isola in cerca di qualche dracma in più.

Durante la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974) all’interno di queste mura vennero imprigionati anche oppositori politici, come il poeta greco candidato al Nobel per la Letteratura Jannis Ritsos.

Il regime greco internò migliaia di persone, esiliandole sull’isola di Leros, circondati su ogni lato dal mare e accolti solo dalla popolazione locale. In attesa della riappropriazione della libertà, i pazienti di Lepida giravano come fantasmi per i corridoi di questo limbo malnutriti, malvestiti e sottoposti a trattamenti feroci.

Molti, col tempo, oltre a smarrire la speranza affogando in un’attesa estenuante, perdevano la memoria della vita passata e della loro identità svanendo nel loro stesso  anonimato.

Nel 1989, grazie ad un articolo dell’Observer, scoppiò uno scandalo e, nei primi anni ’90, gli psichiatri della scuola avanguardista di Basaglia ritrovarono più di mille anime perse che vagavano tra i corridoi di Lepida, dimentichi delle loro famiglie e di loro stessi.

Qualcuno di loro sopravvive ancora oggi nel padiglione del vecchio ospedale, accudito da una gentile donna greca e protetto dal sicuro muro di cinta che divide l’ospedale dal nuovo campo profughi di Pikpa.

Achille è un anziano signore che ha trascorso una vita intera nel manicomio di Leros, esiliato qui fin da bambino. Si sostenta dipingendo storie tratte dalla mitologia greca e vive anche lui dall’altra parte del muro che lo separa da Pikpa.

Tra le sue opere dai colori forti e crudi ce n’è una che si chiama Icaros: sulla tela un uomo alato si alza libero in volo, dietro di lui i raggi infuocati del Sole sciolgono le sue ali.

La terza e ultima storia di esclusione tratta di migranti. Leros, come tante isole del Dodecanneso per la prossimità alla costa turca, è meta di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dal loro paese.

La maggior parte di essi arriva qui dall’isola-scoglio di Farmakonisi: un’isola disabitata chiamata così per le proprietà farmaceutiche di certe sue erbe medicinali scoperte da Ippocrate.

Farmakonisi è l’isola farmaco, l’isola che cura, l’isola che porta a Leros. Lakki è abitata da circa 1.800 persone di cui circa 700 sono profughi ospitati all’interno di due campi: quello di Pikpa, che sorge a ridosso dell’ospedale dove vive Achille, e quello di Lepida, anche chiamato Hotspot, situato all’interno del vecchio manicomio e composto da un’ampia zona recintata dal filo spinato e disseminata di case-container.

Secondo le stime di UNHCR sono 65 milioni le persone nel mondo forzate a lasciare casa loro per cause di forza maggiore; di questi 22.5 milioni sono rifugiati che scappano da guerre o persecuzioni e di cui almeno la metà non è nemmeno maggiorenne.

Le vie che percorrono i migranti nel Mediterraneo sono principalmente tre e Leros si trova sulla via orientale.

Migliaia di persone muoiono ogni anno nel disperato tentativo di raggiungere l’Europa.

A Lepida e Pikpa vivono famiglie, donne sole, orfani fuggiti di casa, uomini che hanno camminato migliaia e migliaia di chilometri dall’Afghanistan, dalla Somalia, dall’Iraq e dal Pakistan attraversando montagne innevate e deserti per arrivare alla costa turca guidati dalla fame di sopravvivenza e dal sogno dell’Europa: di un posto sicuro dove vivere.

C’è chi è arrivato dalla montagne dell’Afghanistan e non sapeva bene dove si trovasse veramente l’Europa o che lingua si parlasse. C’è chi è giunto dall’Africa sub-sahariana e chiede come si arriva dall’Italia alla Svizzera a piedi, senza sapere che in mezzo ci sono i ghiacciai.

C’è chi è arrivato dal Pakistan camminando e prima insegnava in università.

C’è chi è venuto da Aleppo, dove faceva il dottore, e sugli scaffali di casa aveva Lolita e Philip Roth, ma un giorno la casa è esplosa sotto a una bomba insieme a Nabokov e Roth e in cassaforte aveva solo qualche migliaio di euro in contanti per uscire a piedi con la sua famiglia e cercare un posto migliore dove tornare a comprare libri.

C’è chi a Baghdad o Damasco viveva in una grossa casa di famiglia e tutte le sere andava fuori a cena al ristorante e adesso condivide un container con altre due famiglie e un bagno con centinaia di altre persone.

C’è Musca, una bambina afghana di cinque anni che in quasi due anni di attesa nel campo di Pikpa ha imparato sei lingue e aiuta tutti gli altri a smistare i pasti e a fare da interprete.

A Pikpa e Lepida ci sono storie che vengono da tutto il mondo e si mescolano tra loro, facendo rivivere il Mediterraneo come luogo di incontro e non di esclusione. Tutte queste persone sono approdate a Leros sulla via per l’Europa, dopo viaggi estenuanti.

Tutti questi uomini, donne e bambini avevano visto dalla costa turca una piccola isola greca dove pensavano che avrebbero solamente sostato per poi arrivare davvero in Europa.

Nessuno di loro si aspettava che l’isola li avrebbe accolti e inghiottiti in un’estenuante attesa di mesi o addirittura anni, in un processo ingolfato dalla burocrazia, dall’emergenza e dall’accordo tra Unione Europea e Turchia.

I racconti di Leros hanno in comune una straziante attesa e il sogno di potersene andare per arrivare finalmente da qualche altra parte.

Gli uomini e le donne di Leros hanno in comune il fatto di essere state, fino a qualche mese prima, persone “normali” che la sera, finito il lavoro, tornavano a casa dalla loro famiglia.

Gli uomini e le donne di Leros hanno in comune la disgrazia di essersi trasformati in un batti baleno, per cause a loro esterne e non modificabili, da persone “normali” in quelli che oggi definiamo “i profughi”.

Queste persone vivono prigioniere dell’incantesimo di Leros-l’isola-limbo e aspettano, circondati dal mare e isolati-su-un’isola, che un giorno un emissario che parla la loro lingua giunga come Mercurio e venga a dirgli che sono arrivati i documenti per prendere “grande-nave-veloce-che-va-veramente-in-Europa”.

Queste tre storie lunghe cento anni hanno trasformato Leros nel Limbo.

L’isola è diventata un confino per emarginati e un luogo di esclusione. In tutta questa lunga storia di marginalizzazione, la popolazione greca locale ha però sviluppato un grande senso di ospitalità e di umanità, abituata da cento anni ad accogliere chi dal mondo è stato di colpo escluso.

Kalliopi, detta Popi, è una vecchia e gigantesca matrona greca, proprietaria di una taverna sul mare.

Popi odia i Turchi ed Erdogan, di cui teme un’attacco, ma è la grande cuoca dell’isola-limbo: cucina per i rifugiati, per gli espatriati delle varie organizzazioni non governative che lavorano ai campi e per i greci suoi connazionali.

Popi parla solo greco, fuma un pacchetto di sigarette al giorno, ha le mani grandi e calde e le sere d’inverno, quando tutti sono seduti intorno al tavolo, canta con la voce roca struggenti ballate d’amore greche, versando mastika nei bicchieri dei suoi ospiti e tenendo in braccio qualche giovanotto incantato.

Mentre la taverna di Popi risuona di musica, la “grande-nave-veloce-che-va-veramente-in-Europa” compare come un fantasma dalla nebbia e lancia il lungo ululato della sirena.

Muovendosi lentamente, questa creatura gigantesca si fa spazio fendendo l’acqua di quel mare che è a volte luogo di esclusione e altre luogo di incontro, per attraccare infine sull’isola-degli-isolati.

Le famiglie che hanno ricevuto il permesso salgono a bordo di questa mastodontica balena meccanica, mentre i più temerari provano a nascondersi sotto i camion che si imbarcano.

Gli altri assistono, da lontano, allo spettacolo dell’epica del viaggio che agisce ineluttabile sotto i loro occhi, mentre attendono un giorno di ritornare sedentari e uscire per sempre dal limbo. Da lontano un vecchio matto saluta col cappello chi lascia Leros.

Il pezzo è a cura di Elena Brunello

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