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Test anale, abusi, arresti: in Tunisia essere gay è un reato punibile con il carcere

Con il reportage "Primavera Queer", il fotografo Gianpa L. racconta la situazione della comunità LGBTQI ++ (Lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali) e le loro lotte in Tunisia

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 30 Mar. 2018 alle 11:08 Aggiornato il 30 Mar. 2018 alle 12:10
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Con il reportage “Primavera Queer”, il fotografo Gianpa L. racconta la situazione della comunità LGBTQI ++ (Lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali) e le loro lotte in Tunisia.

La Tunisia è un paese a maggioranza mussulmana e arabofona ma presenta diverse contraddizioni che male si sposano con la rappresentazione stereotipata promulgata dai mass media nostrani.

Basti pensare che già nel 1956, appena dichiaratosi indipendente dal potere coloniale francese, il governo tunisino promulgò il Codice dello statuto personale con il quale venne abolita la poligamia, venne creata una procedura legale per il divorzio e il matrimonio divenne un accordo stipulabile solo in presenza di mutuo consenso da ambo le parti.

Il codice istituì anche il principio di eguaglianza di diritti tra cittadini e cittadine tunisine, e quest’ultime poterono partecipare per la prima volta alle elezioni del 1959.

Nel 1965 la Tunisia divenne il primo paese a maggioranza mussulmana a legalizzare l’aborto, in precedenza proibito dalla legge del protettorato francese.

Queste politiche progressiste vennero introdotte anticipando alcuni dei paesi europei che oggi fanno della modernità un loro vanto.

Cosa ancora più interessante da sapere è che l’articolo 230 del codice penale, ovvero l’articolo che decreta la reclusione fino a tre anni per atti privati ​​di sodomia tra adulti consenzienti, venne introdotto dal governo coloniale francese.

La legge contro cui gli attivisti e le attiviste ancora oggi si battono, e che permette di incarcerare persone LGBTQI++ a causa del loro orientamento sessuale, non è espressione diretta delle istituzioni religiose islamiche o della tradizione culturale araba, ma al contrario del potere secolare europeo.

Le lotte per i diritti sociali in Tunisia devono fare i conti quindi con una storia coloniale ancora influente.

Non è un caso che alcune delle principali organizzazioni che si battono per i diritti delle persone LGBTQI++ abbiano deciso di non accettare fondi provenienti da Israele e Stati Uniti: due paesi che continuano ad utilizzare la loro apertura rispetto alle tematiche LGBTQI e di genere come giustificazione della loro presunta superiorità e delle loro politiche islamofobe e neocoloniali.

Il primo attivista che mi accoglie si chiama Nadhem, fa parte di Damj, un’associazione che si occupa di dare supporto alle persone LGBTQI++ e di promuovere i loro diritti a livello politico e istituzionale.

Ci incontriamo in un bar della Medina, il quartiere storico di Tunisi. Un labirinto di vicoli in cui è facile perdersi. La Medina è considerata uno dei posti più sicuri della capitale, in cui la comunità LGBTQI++ è molto attiva a livello culturale.

Nadhem va dritto al punto, in Tunisia si rischia fino a tre anni di prigione a causa del famigerato articolo 230 già citato in precedenza.

Non è automatico finire in galera se si è omosessuali, anzi nella società tunisina esistono luoghi e spazi in cui le libertà individuali sono garantite informalmente o vengono semplicemente tollerate.

Basti pensare ad alcune discoteche nella zona di Gammarth, dove vi è un certo grado di libertà nell’esprimere la propria identità sessuale e il proprio orientamento in uno spazio pubblico, o a gli hammam (centri massaggi) gay aperti in pieno giorno nel centro storico della città in cui si possono avere rapporti sessuali tra uomini.

La situazione rimane comunque molto grave e ci sono stati negli ultimi anni casi eclatanti come i sei studenti dell’Università di Kairouan arrestati perché sorpresi dalla polizia durante una festa in atteggiamenti effemminati.

I sei giovani sono stati costretti a sottoporsi all’odiosa pratica del test anale (un controllo medico coercitivo) che viene utilizzato per dare una parvenza di scientificità alle accuse di sodomia. Contro l’articolo 230 e l’utilizzo del test anale sono state avviate diverse campagne.

Mentre in Kenya l’ispezione anale per gli omosessuali è ora illegale. Una sentenza dell’Alta Corte del Kenya ha finalmente stabilito che gli esami anali forzati su persone sospettate di essere omosessuali è ora incostituzionale e illegale

Le cinque principali organizzazioni che lavorano sul tema dei diritti delle persone LGBTQI++ (Damj, Mawjoudin, Chouf, Kelmty e Shams) hanno lavorato alla stesura del report presentato a febbraio 2017 alle Nazioni Unite in cui si dipinge un quadro di discriminazioni in vari ambiti della vita e di violenze contro le persone non etero-normate.

Nel report vengono inoltre raccomandate delle modifiche di legge tra cui l’abrogazione immediata dell’articolo 230 e l’inserimento di norme che puniscano le discriminazioni omobitransfobiche.

Il report presentato alle Nazioni Unite ha comportato dei richiami al governo Tunisino che sono stati in gran parte ignorati ad eccezione di quello riguardante i test anali.

Rzouga, graphic designer e anche lui attivista di Damj, racconta che i primi incontri segreti si sono tenuti già a partire dal 2002.

Tra il 2008 e il 2010 c’è stato il primo tentativo di registrarsi ufficialmente come organizzazione non governativa senza però ottenere successo. Solo nel 2011, in seguito alla caduta del regime di Be Alì, fu possibile registrarsi.

La rivoluzione ha portato grandi cambiamenti nel paese, garantendo diritti democratici prima vietati come la libertà di associazione, di assemblea e di espressione. Sul piano delle libertà individuali, invece, il processo rivoluzionario è stato più contraddittorio.

Le pressioni sulla comunità LGBTQI++ sono aumentate anche in seguito all’ascesa di fazioni politiche legate all’islam più reazionario. Allo stesso tempo però, le istituzioni, indebolite dalla fase di stallo e desiderose di legittimarsi e di mostrarsi come democratiche agli occhi della comunità internazionale, hanno lasciato spazio alle organizzazioni che, come Damj, si occupano di diritti umani.

Chedli si definisce un geek ed è il responsabile informatico di Damj. Si occupa soprattutto di sicurezza e di creare dei canali criptati per comunicare sia tra gli attivisti tunisini che con quelli dei paesi più intolleranti. Racconta che in Egitto il governo ha arrestato gli iscritti sull’applicazione di incontri omosessuali Grindr.

Per quanto riguarda la Tunisia “la situazione non è così drammatica ma succede ciclicamente che Grindr venga hackerato e che vengano pubblicati tutti i nomi degli iscritti”.  Islèm, un attivista di Mawjoudin (letteralmente ‘Noi Esistiamo’), ci tiene a precisare che l’organizzazione di cui fa parte ha delle forti radici femministe, un femminismo queer e intersezionale che permette di inserire le tematiche LGBTQI nel contesto più ampio delle discriminazioni di genere, classe, etnia, religione…

Tra le loro attività principali c’è anche un piano di aiuti ai rifugiati provenienti dall’Africa Subsahariana che ricevono vitto e alloggio per la durata di 2 mesi e possono usufruire di percorsi di assistenza psicologica. Mawjoudin si occupa tra le altre cose di creare comunità di persone con interessi in comune e fornisce degli spazi sicuri dove poter sviluppare progetti culturali e di formazione sui temi della sicurezza, discriminazione, salute, comunicazione, legislazione per i soggetti LGBTQI++ e altri gruppi marginalizzati.

Islèm è uno psicologo e racconta che una delle punte di diamante del lavoro di Mawjoudin è proprio il supporto psicologico che viene fornito tramite percorsi individuali o sessioni di gruppo, in quest’ultime gli attivisti vengono formati a utilizzare un nuovo modello di counselling specifico per accogliere persone LGBTQI++.

A gennaio 2018 Mawjoudin ha organizzato un festival cinematografico Queer, riuscendo a proiettare diversi film con tematiche LGBTQI per la prima volta in un paese nord africano. Dorsaf fa parte di Chouf (‘vedere’/’sguardo’) un’organizzazione femminista LBT di sole donne.

Le loro attività si basano sull’autoformazione legale, psicologica, sull’autodifesa e soprattutto sulla diffusione culturale. Dorsaf racconta che oltre a organizzare cineforum e a pubblicare libri, le sue compagne attiviste si occupano di promuovere il festival d’arte femminista Choufthounna, in cui partecipano artiste e performer da tutto il mondo e che, nel 2017, è arrivato alla sua terza edizione.

L’11 dicembre 2017 è stata inaugurata Shams Radio, la prima radio tunisina (e del Nord Africa) totalmente dedicata alla comunità LGBT. Ottenuto un appuntamento per un’intervista mi faccio trovare in una traversa vicino al centro di Tunisi dove incontro uno dei membri di Shams che mi invita a salire nella sede della radio.

Come per la maggior parte delle sedi delle organizzazioni che si occupano di questi temi, per questioni di sicurezza, l’indirizzo non viene reso pubblico e sul citofono non vi è traccia del nome. Bouhdid, il direttore della radio, è un giovane attivista che mi spiega come Shams abbia tentato negli anni di occupare spazio nei media mainstream per rendere visibile il tema dei diritti delle persone LGBT.

Scontrandosi con l’imparzialità del sistema mediatico hanno deciso di investire su propri canali di diffusione, prima con un giornale (Shams Magazine) e ora con la radio. L’inizio delle trasmissioni di Shams Radio ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica nazionale raccogliendo da un lato consensi e solidarietà dai settori più progressisti e a favore dei diritti umani, dall’altro accendendo gli animi della parte più tradizionalista e omofoba della società tunisina.

Alla domanda ‘come è stato accolto il progetto della radio?’ Bouhdid sorride e mi dice che ha ricevuto già 4200 minacce tramite la pagina facebook di Shams Radio. Dice che ora si devono guardare un po’ di più le spalle quando sono in strada ma che la radio è diventata il loro avamposto, in cui si sentono sicuri e decisi nel continuare a lottare.

L’ultimo attivista che incontro si chiama Bastièn, viene dalla Costa D’Avorio ed è membro dell’associazione ATP+ che si occupa prevalentemente di prevenzione di AIDS e HIV. Gli attivisti di ATP+ organizzano workshop e incontri per sensibilizzare e informare sui temi della prevenzione ma anche sui diritti e sull’accesso ai trattamenti medici delle persone sieropositive. ATP+ lavora a stretto contatto con le altre organizzazioni LGBTQI per limitare la diffusione dell’HIV tra i membri della comunità.

Nello specifico Bastièn si occupa di progetti che coinvolgono i migranti sieropositivi e/o LGBTQI++. Essere sieropositivi diventa un aggravante della già precaria condizione di migranti e può essere un elemento sufficiente per vedersi respinta una domanda di accoglienza.

Bastièn lamenta un bisogno di preservativi, lubrificanti, test dell’HIV e di educazione sessuale per prevenirne la diffusione. Con ATP+ organizza gruppi di ascolto e di discussione che si tengono due volte al mese sui temi del razzismo e delle minoranze sessuali a cui i migranti sono invitati a partecipare.

Delineare un quadro coerente e generalizzato dei diritti delle persone LGBTQI++ in Tunisia è un’impresa assai ardua che è stata in parte già svolta tramite il report prodotto dagli attivisti e dalle attiviste tunisine che lottano ogni giorno a costo della loro incolumità.

Non va inoltre sottovalutato il contesto geopolitico. La Tunisia rappresenta un avamposto per i diritti sociali nella zona del Maghreb e più in generale dei cosiddetti paesi MENA (Middle-East and Nord African).

Essere circondati da paesi come la Libia, l’Egitto o l’Algeria, in cui la repressione nei confronti dei soggetti LGBTQI++ è assai più violenta non aiuta e può generare tensioni nella regione.

Le contraddizioni anche interne alla società tunisina sono molteplici, da una parte pullulano i bar frequentati esclusivamente da uomini, i casi, per fortuna isolati, di tassisti che hanno scritto sul loro mezzo che non accettano clienti gay, la repressione poliziesca che può sfociare in arresti o forme di torture e, infine, la pressione sociale che può degenerare in violenza o isolamento.

Dall’altra parte ci sono donne forti di una tradizione di lotte e rivendicazioni, attivisti LGBTQI++, migranti e persone sieropositive che combattono fianco a fianco per i loro diritti.

In un contesto così complicato le persone che ho avuto la fortuna di incontrare, e di ritrarre in foto, rappresentano, a maggior ragione, un esempio importante per chi vuole lottare per ampliare i diritti su entrambe le sponde del Mediterraneo.

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