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Humans of Damascus: nella capitale siriana la vita continua

Le foto di Rania Kataf raccontano una Damasco che malgrado tutto prosegue la sua esistenza millenaria, nel fragore delle bombe che ogni tanto colpiscono la capitale

Di TPI
Pubblicato il 11 Dic. 2016 alle 15:45
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DAMASCO (Siria) – Ogni mattina Rania Kataf si sveglia, fa colazione e si infila le scarpe da ginnastica. Esce di casa e dal quartiere residenziale di Muhajreen arriva al centro storico di Damasco. La donna, 31 anni, cammina tutto il giorno, si perde nei vicoli del quartiere vecchio, guarda, ascolta e fotografa. Poi carica tutti gli scatti sulla pagina Facebook Humans of Damascus per raccontare la città che nonostante tutto continua a vivere.

“L’altra faccia della guerra è nei volti sorridenti dei commercianti, dei giovani che escono la sera, di chi trova forza di andare avanti conservando piccole consuetudini come prendere un tè nel proprio posto preferito. Dopo quasi sei anni di conflitto, Damasco è cambiata tanto ma c’è voglia di normalità, di continuare a vivere. Infatti le strade sono piene, la gente esce non rimane chiusa in casa nonostante i colpi di mortaio”, racconta la donna.

Rania spiega che fotografare le persone normali è la sua maniera per combattere gli stereotipi della guerra. “Il mondo oramai conosce solo un volto della Siria, quello della violenza e delle bombe. Poi però ci sono donne e uomini che ogni giorno sopravvivono e raccontare le loro storie è la mia maniera per far vedere che noi siamo anche altro”.   

Rania ha i capelli biondi raccolti in una coda, occhi azzurri e un sorriso contagioso. Le piace parlare con la gente, farsi sorprendere dalle loro vite e trasformarle in fotografia. Se i giovani sono andati, la vecchia generazione è rimasta. “Mi concentro su storie semplici, che un po’ tutti abbiamo potuto incontrare e con cui ci possiamo relazionare. Così provo a dare voce ai veri cittadini di Damasco”. 

Nonostante gli sforzi di Rania la guerra c’è, e anche nella capitale si sente. Quasi tutti i giorni cadono colpi di mortaio nelle vie del centro. I ribelli controllano ancora alcuni quartieri e i boati più forti sono le bombe sganciate dal regime di Bashar al-Assad.

“Chiunque uccida, ribelli o regime, deve essere punito. La verità è che oramai siamo abituati alle esplosioni, sappiamo come ci dobbiamo comportare”, spiega indicando in fondo alla via. “In questo punto la settimana scorsa sono rimaste uccise due persone, eppure oggi non lo diresti mai. La vita continua”.  

Dice che la politica non le interessa. Quando nel 2011 sono cominciate le rivolte, lei è rimasta sorpresa. Non capiva. “Certo che c’erano dei problemi, ma se non altro il pane non mancava”. Lo scetticismo è cresciuto con la rivolta. “Gli organizzatori hanno perso completamente il controllo della situazione. Poi si è trasformato in qualcos’altro”. In una guerra civile. E la grande paura di Rania è che i jihadisti prendano il sopravvento e che la sua libertà venga completamente spazzata via.

A volte si sente sola. “Tutti i miei amici sono andati via, chi in Europa chi in Asia. Sono rimasta per i miei genitori. Per me non c’è futuro, non c’è lavoro“. Humans of Damascus è cominciato perché chi è andato via le chiedeva sempre foto della città. “A un certo punto mi sono stancata di rispondere a ciascuno e ho aperto questo gruppo”. E adesso ci lavora a tempo pieno. Ogni mattina prende la macchina fotografica e s’incammina: 12 chilometri e almeno 200 fotografie. “Questa è la mia resistenza”. 

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