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I curdi che Erdogan non vuole vedere

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Tarlabasi è un quartiere centrale di Istanbul abitato principalmente dai curdi. Il quartiere è malfamato e in degrado, ma una fotografa italiana lo ha voluto visitare

Tarlabasi è una parte di Istanbul in cui i turchi difficilmente mettono piede, eppure dista poche centinaia di metri dalla centralissima Piazza Taksim e dalla via dei negozi e del passeggio Istiklal Caddesi. È qui che già da qualche anno esiste un progetto di riqualificazione urbana che vuole buttare giù i vecchi edifici per dar vita a un nuovo elegante distretto di centri commerciali e uffici.

Il ghetto è spina nel fianco della municipalità di Beyoğlu. Viene dipinto come luogo pericoloso e malfamato, tanto che il presidente Recep Tayyip Erdogan lo ha definito il “cancro di Istanbul” e si è fatto promotore, insieme al sindaco della città Ahmet Misbah Demircan, di un progetto di gentrificazione.

Il viale che separa il quartiere dalla zona turistica di Istiklal è tappezzato da enormi manifesti in cui si annuncia il futuro: nuove case, negozi, crescita economica e benessere per Yeni Tarlabasi, la nuova Tarlabasi. Dietro gli scenografici pannelli si intravedono le gru e un cantiere, ma addentrandosi nelle stradine sui lati si entra in una nuova dimensione brulicante di vita: viuzze strette e ripide con tante donne e bambini sugli usci, bar pieni di uomini che bevono il tè e giocano a carte, piccoli laboratori, edifici coloratissimi anche se fatiscenti.

Sorto alla fine dell’Ottocento e inizialmente abitato da greci e armeni, Tarlabasi ha un patrimonio architettonico affascinante, fatto però di palazzi storici ormai in degrado. Il quartiere attualmente si stima sia abitato da circa settemila persone, per la maggior parte curdi che una migrazione interna degli anni Novanta ha portato a Istanbul. Una minoranza invece è composta da persone di etnia Rom e da africani dalla pelle scura.

Qui ancora sopravvive una Turchia a tratti rurale e non è difficile imbattersi in un matrimonio festeggiato per strada, incontrare per le stradine un taxi fermo per il passaggio di un piccolo gregge di pecore accompagnate da un pastorello, o una donna che torna dal mercato con una gallina intera da spennare e cucinare per pranzo.

Nel quartiere incontro Kasim, un affittacamere curdo, che nelle sue stanze ospita da qualche tempo dei giovani siriani in fuga dalla guerra. Sta sorseggiando un tè con il suo amico Mohie, che prima abitava a Tarlabasi.

“Molti stanno vendendo le loro case per pochi spiccioli. Mohie l’ha venduta per 50mila dollari e ora, a breve distanza dalla vendita, quella stessa casa vale cinque volte di più, all’interno del nuovo progetto di riqualificazione urbana,” mi racconta.

Nel quartiere è attiva le sede del Partito democratico del Popolo (HDP), il partito filocurdo guidato da Selahattin Demirtaş. Dopo che il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) è stato dichiarato fuorilegge e il suo leader Abdullah Öcalan condannato all’ergastolo nel 2002, i curdi, che costituiscono il 18 per cento dei quasi 80 milioni di abitanti della Turchia, ripongono in Demirtaş la speranza di veder riconoscere i loro diritti e rispettata la loro identità.

Tarlabasi è una Istanbul che sta scomparendo per far posto al delirio edilizio che la vede crescere vertiginosamente giorno dopo giorno, investita da una colata di cemento; è il ghetto della minoranza curda con la quale i turchi hanno una questione irrisolta da decenni e la metafora dell’identità dei suoi abitanti, che come il quartiere stesso, hanno davanti un futuro incerto.

Ho voluto documentare tutto questo nel mio progetto fotografico: Tarlabasi – Dietro le quinte di Istanbul.

*Con questo suo progetto, la fotografa Maria Pansini ha vinto il Premio Bruno Boschin 2015, organizzato dal Festival della Letteratura di Viaggio tenutosi a Roma dall’11 al 13 settembre.

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