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Cosa nascondono i tatuaggi dei criminali russi dell’ex Unione sovietica

Immagine di copertina

Una selezione di fotografie del criminologo Arkady Bronnikov sui tatuaggi dei carcerati delle prigioni dell'Urss

In prigione i tatuaggi spesso hanno un significato più profondo di quello che comunicano a prima vista e che hanno in altri contesti.

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Possono diventare una parte significativa dell’uniforme di un prigioniero, non soltanto per rappresentare il crimine commesso, ma anche e soprattutto per comunicare con altri detenuti.

Una tradizione che parte da lontano e che prevede che ogni tatuaggio abbia un significato ben preciso, legato alla storia della persona che decide di farlo.

Sono semplici, grezzi e spesso mal eseguiti.

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I soggetti si dividono fra immagini sacre, corone, animali, caricature di leader politici, emblemi di nazionalismo e antisemitismo, raffigurazioni femminili (dal ritratto poetico alla più cruda ed esplicita pornografia), insegne militari, simboli geometrici, teschi.

Inizialmente il codice dei tatuaggi serviva per distinguere i veterani delle galere dai novellini, per poterli indirizzare in celle differenti: i più vecchi finivano in celle più calde, i nuovi finivano in celle sovrappopolate e umide.

Un tempo infatti si credeva che ci fosse analogia fra partito comunista e criminalità organizzata. Capitava quindi che i criminali di gruppi organizzati ricevessero pene meno severe dei detenuti comuni.

Era pratica comune per i membri del partito, tatuarsi le teste dei due capi supremi sul cuore, perché si credeva che le guardie non avrebbero avuto il coraggio di sparare in faccia a Lenin o Stalin.

I disegni sulla pelle diventarono poi una sorta di racconto, che soltanto i criminali erano in grado di capire e leggere.

Chi falsificava i propri tatuaggi veniva severamente punito. Le dita venivano amputate, la pelle asportata, con coltelli, vetri, carta vetrata. Chi copiava un tatuaggio da un altro detenuto veniva punito con la morte.

Arkady Bronnikov ha voluto raccontarne il significato con una raccolta di fotografie e interviste da metà anni sessanta a metà anni ottanta nelle prigioni dell’ex Unione sovietica, principalmente negli Urali e in Siberia, diventando il più grande esperto di simbologia “criminale” sovietica.

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