Come Chernobyl è diventata un’attrazione per i turisti attirati da scenari macabri e post apocalittici

Di Franco Zambon
Pubblicato il 22 Gen. 2018 alle 13:47 Aggiornato il 16 Ott. 2019 alle 16:12
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Città di Prypjat, U.R.S.S., primavera del 1986. L’umanità assiste impotente ad una delle peggiori catastrofi nella sua millenaria esistenza.

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Il nocciolo della centrale nucleare di Chornòbyl’ esplode sollevando in aria una nube radioattiva che nelle successive settimane vagherà per l’Europa.

È nelle ore immediatamente successive all’incidente che vengono mandati sul luogo i cosiddetti bio-robot, soldati ignari dell’accaduto che, per quel che sopravvivono, impegnano tutte le loro forze per coprire il reattore ed evitare ulteriori esplosioni e dispersioni di materiale radioattivo.

Sono giovani ragazzi mandati alla morte certa per la sopravvivenza di un numero ben più grande di vite.

Le prime squadre di pompieri giunte sul luogo dell’incidente furono le più colpite: colti inizialmente da nausea e vomito, primi sintomi dell’avvelenamento radioattivo, nell’arco di poche settimane morirono tutti fra atroci sofferenze.

Negli anni seguenti malformazioni, menomazioni, deficit mentali, tumori sulla popolazione infantile furono il peggior lascito di questo disastro.

Furono 120 mila le persone che dovettero abbandonare le loro case e i loro beni, 188 i villaggi che scomparvero dalle mappe, 4.760 i chilometri quadrati che non potranno più essere abitati, almeno per i prossimi millenni.

Oggi, ad oltre trent’anni dal disastro, le città e i villaggi abbandonati cedono il posto alla vegetazione, che anno dopo anno reclama il suo spazio.

La Zona di Alienazione – così è chiamata l’area circostante il reattore esploso, all’interno della quale è vietata qualsiasi tipo di attività commerciale o civile – essendo considerato un potenziale obiettivo militare, è posta sotto stretto controllo dall’esercito ucraino.

Nonostante questo, la fama di questo luogo cancellato dalle mappe ed avvolto in un’atmosfera post-apocalittica, ha richiamato l’interesse di alcuni turisti curiosi, alla ricerca di luoghi alternativi per le loro vacanze.

Sono circa 30mila ogni anno: persone di ogni età, ragazzi e pensionati, armati di fotocamera e contatore Geiger.

L’apertura al turismo, annunciata dall’allora Ministro delle Emergenze ucraino Viktor Baloha, risale al dicembre 2010.

L’iniziativa, che aveva il fine di instillare consapevolezza sulla tematica nucleare e creare una sorta di ‘turismo della memoria’, era sostenuta anche dall’U.N.P.D. (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo).

In breve tempo le visite, soprattutto dopo gli Europei di calcio Ucraina-Polonia 2012, sono diventate un’importante fonte di guadagno per le circa quindici agenzie che gestiscono gli ingressi nell’area.

Il prezzo dell’ingresso si aggira attorno ai cento dollari a persona per un tour di una giornata, ma esistono alternative di più giorni con tanto di pernottamento in hotel all’interno della Zona stessa, tour privati, tour in elicottero, visite nella vicina città di Slavutych, dove vive il personale che si occupa della manutenzione dell’impianto, ed altre ancora.

Nella capitale Kiev, distante un centinaio di chilometri, il museo dedicato al disastro offre al visitatore un’agghiacciante raccolta di documenti, fotografie ed oggetti che testimoniano la tragedia, ed un certo numero di barattoli di formalina contenenti feti animali colpiti da malformazioni.

Come spiega la guida Serhij, l’afflusso di turisti è in continuo aumento e le previsioni per il futuro sono molto buone.

Ma se da un lato questo genera un ritorno economico non indifferente per la regione – fortemente depressa e spopolata – dall’altro causa un danno d’immagine per l’Ucraina intera, che dovrebbe accollarsi il fardello di ‘luogo del peggior disastro nucleare della storia’, con conseguenze negative sull’economia e in particolare sulle esportazioni agricole di un paese che, collocandosi tra i maggior produttori mondiali di cereali, fa di questo uno dei settori preponderanti della propria economia.

L’obiettivo è anzitutto quello di ‘attrarre visitatori dall’Europa e dall’America, dove c’è grande richiesta’, e creare nelle persone la consapevolezza di quelle che sono le conseguenze di un disastro nucleare.

Tuttavia, sebbene il proposito apparente sia questo, le facce solari dei turisti di fronte ad un cartello di pericolo radioattivo raccontano tutt’altro: chi entra nella Zona di Alienazione lo fa per poter visitare un luogo unico, tristemente celebre al mondo ma al contempo ancora vergine al turismo di massa.

La tutela del visitatore è garantita da guide specializzate che, pur dando l’impressione al turista di trovarsi in un luogo completamente unico ed inviolato, gli mostrano ciò che egli vuol vedere: una bambola gettata a terra, un libro in cirillico aperto su un tavolo, un orologio fermo all’ora del disastro.

Al termine del viaggio viene data al visitatore la quantità di radiazioni ricevute durante la permanenza, che le guide assicurano essere simile a quella causata da una radiografia o da un volo intercontinentale.

All’uscita, vicino al check-point controllato dai militari, una bancarella offre souvenir ai turisti: magliette, portachiavi, tazze, spille.

Ciò che colpisce maggiormente è l’atteggiamento disinvolto di chi visita questi luoghi. Alcuni, nella speranza di portare a casa scatti da film dell’orrore, spostano gli oggetti – spesso altamente radioattivi – lasciati dagli evacuati, altri provano a portarne via uno come ‘souvenir’, altri ancora si addentrano in edifici pericolanti, eludendo le raccomandazioni delle guide.

Sorge spontaneo quindi chiedersi quanto sia eticamente corretto questo tipo di turismo, quale sia il fragile confine che separa il ‘turismo della memoria’ – che ha il valido fine di ricordarci ciò che non deve più accadere – dal ‘turismo del macabro’, fine a sé stresso.

Chornòbyl’ non è il primo caso di luogo di morte convertito a meta turistica: accade già a Srebreniza, nei campi di concentramento nazisti, nei gulag della Yacuzia e in molti altri ancora.

Ed il mero aspetto macabro della cosa sta nel vedere, in posti in cui dovrebbe regnare il solenne rispetto per le vittime, turisti da ogni parte del mondo fare selfie sorridenti di fronte a luoghi di morte.

Se questo è ciò che insegna il ‘turismo della memoria’, allora forse è meglio dimenticare.

A cura di Franco Zambon

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