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Le antiche illustrazioni che mostrano le più brutali torture medievali

Un sospetto di stregoneria, un'accusa di eresia, la credenza che esistano "esseri impuri": per questi motivi nel Medioevo si poteva essere condannati alle peggiori torture

Di Camilla Palladino
Pubblicato il 22 Gen. 2018 alle 12:21
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Il Medioevo fu sicuramente un periodo buio per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani.

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Il periodo storico, infatti, è ricordato per molti motivi, uno dei quali è la brutalità dei sistemi di tortura che venivano utilizzati.

Per non parlare della facilità con cui si poteva essere condannati – anche solo per un sospetto di stregoneria.

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In particolare, intorno alla fine del XII secolo, le torture ricominciarono a essere utilizzate come strumento giudiziario, sia come punizioni, sia come efficaci metodi per estorcere delle confessioni.

Come se non bastasse, nel 1252, papa Innocenzo IV autorizzò ufficialmente l’uso della tortura durante i processi contro gli eretici.

E nonostante non si arrivasse spesso all’azione concreta, poiché bastava la minaccia per far confessare i sospettati, resta il fatto che le punizioni erano di una malvagità disarmante.

Le inquietanti e brutali macchine per realizzare queste violenze erano parecchie, ma la più conosciuta e usata fu senz’altro la corda: in questo caso, il condannato veniva legato per i polsi e sollevato dal terreno, per poi essere gettato ripetutamente a terra da varie altezze.

Un’altro metodo fu quello della Vergine di Norimberga, un sarcofago il cui interno era coperto di lame, posizionate in modo da colpire solamente organi non vitali, mantenendo in vita la vittima fino al suo dissanguamento.

Anche i roghi erano molto diffusi, soprattutto nei confronti di presunti eretici, streghe e stregoni, e furono particolarmente atroci all’inizio, poiché il condannato veniva bruciato vivo.

Solamente più tardi divenne abitudine strangolare il colpevole prima di metterlo al rogo.

La pulizia dell’anima era la punizione destinata a coloro che si macchiavano del peccato dell’eresia, e venivano dunque costretti a ingoiare litri di acqua bollente, carbone o sapone.

La bollitura del colpevole era la tortura per cui un uomo, considerato eretico, veniva immerso in vasche piene di acqua o olio bollenti.

L’ordalìa del fuoco durava giorni: il condannato doveva trasportare un pezzo di ferro incandescente per una certa distanza, oppure camminare sui carboni ardenti.

Dopodiché le ferite venivano bendate e ricontrollate tre giorni dopo. Se non si erano rimarginate, il torturato era colpevole.

Ma una delle punizioni peggiori della storia fu sicuramente l’impalamento: al sospettato veniva infilato un palo appuntito dal retto alla bocca, e poi veniva abbandonato inchiodato al terreno in attesa della morte.

La cremagliera era costituita da un telaio di legno sopra il quale il colpevole era disteso, legato per le mani e per i piedi.

Le corde venivano mano a mano tirate, e con loro anche le articolazioni delle vittime.

L’ordalìa dell’acqua calda o fredda erano punizioni perpetrate attraverso l’uso dell’acqua: nella prima il sospettato doveva immergere le braccia in acqua bollente e in seguito la sua colpevolezza veniva giudicata come nell’ordalìa del fuoco.

Nella seconda i polsi dei condannati venivano legati alle caviglie, poi venivano gettati in acqua. Se la persona galleggiava era colpevole – perché l’acqua rifiutava gli esseri impuri -, se andava a fondo era innocente, ma spesso moriva prima di essere recuperata.

La ruota era uno strumento di tortura sul quale il colpevole veniva legato per le mani e per i piedi e poi ripetutamente colpito con una mazza che gli fratturava le ossa e i legamenti.

La ruota inoltre girava, per indurre vomito e nausea al malcapitato.

In altri casi, il condannato poteva essere appeso a testa in giù – per prolungare la sofferenza visto che il sangue, affluendo alla testa, manteneva la vittima in vita più a lungo -, e poi tagliato seguendo l’asse longitudinale.

La culla di Giuda era una piramide di legno sulla quale veniva posizionato il colpevole, legato in modo da non potersi muovere, per far sì che il suo peso gravasse sulla punta della piramide che penetrava irrimediabilmente nel retto; o anche nella vagina, nel caso delle donne.

Simile a quest’ultimo strumento di tortura è l’asino spagnolo, trave appuntita sulla quale il condannato veniva fatto sedere a cavalcioni con dei pesi attaccati alla caviglia.

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