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Ho vissuto con il mostro dell’anoressia e della bulimia da quando avevo 11 anni, vi racconto la mia storia

Di Laura Melissari
Pubblicato il 11 Gen. 2018 alle 09:22
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Avevo undici anni, e per la prima volta in vita mia, mi appropriai della parola “dieta”.

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Iniziai una dieta non drastica, fatta di pasti suddivisi in tutto l’arco della giornata; una corsa di mattina tra le mie colline di Castell’Anselmo, paesino vicino Livorno, immerso nel verde e nella campagna, tutt’ora la mia isola di salvezza.

Questo accadde nei primi giorni di estate, quando le giornate si facevano lunghe e io generalmente amavo stare fuori in compagnia della mia amica di infanzia.

Nel settembre dei miei undici anni raggiunsi i 28 chili. In questi mesi la mia dieta si fece più ferrea, ferrea nel suo non esistere. Nella prima settimana delle medie mi svegliavo alle 4.45 per poter fare attività fisica. Il mio peso cambiò fino a toccare 26 chili ed ebbi un versamento pericardio al cuore.

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Dopo la prima settimana di scuole medie, fui ricoverata al Santa chiara di Pisa, per anoressia.

Da quel momento, ricoveri e day hospital hanno segnato i mie tre anni di scuole medie. Cambiando clinica e finendo alla Fondazione Stella Maris di Pisa. Ero rimasta tutta labbra, occhi e capelli ( fin quando non iniziarono a cadere pure quelli).

Non mi scomparve l’anoressia, mi si ripresentò a 16 anni, poi a 18, e poi a 19 anni la bulimia. Anoressia e bulimia mi hanno segnata, perché alla fine non ho mai creduto che ci fosse un mostro dentro me da sconfiggere. Non ho mai creduto a quel che mi dicevano delle mie “malattie”.

Io non dovevo sconfiggere proprio nulla, non dovevo entrare in contrasto con me stessa. A cosa serviva un nuovo conflitto, se ormai vivevo nella sopravvivenza?

Non ho mai trovato un modo o qualcuno che mi facesse ascoltare me stessa “tutto doveva essere risolto, tutto doveva essere cancellato, tutto doveva tornare normale”.

Il problema di quella sacrosanta normalità, è che molte volte si circonda di comportamenti folli di giudizi, folli di cattiveria.

E questi comportamenti sanno innescare in noi un male atroce, che certe volte sfocia nel corpo, come in altre parti di noi.

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Oggi in molti casi lo definiamo bullismo, io pensandoci bene, dopo tempo, lo definisco solo perdita.

Perché tutti perdiamo, quando arriviamo ad usare questi meccanismi come mezzo di autodeterminazione verso il prossimo.

A ogni chilo in meno, i giudizi che mi ronzavano intorno non terminarono il loro giro di giostra, nemmeno durante la fase più acuta delle mie “malattie”.

Me li sono trascinati dietro per anni e solo dopo che ho capito, quanto fragili potevano essere coloro che mi deridevavo, quell’odiosissimo giro di giostra è terminato.

Perché tutto ha una data di scadenza, credo, anche il nostro male. Credo che sia realmente semplice scivolare oggi in queste “malattie mentali”.

Il nostro corpo ogni giorno riceve input diversi su “come deve essere”.

Viviamo in un’era in cui il culto del corpo magro, è un vero e proprio dio, fino quasi all’ossessione e in un momento particolare della propria vita è semplice riversare su di esso tutto, sentendosi già un pochino più forti con qualche chilo in meno.

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La cosa che mi è mancata più di tutte durante i miei percorsi ? La forza di ridere. Mi è mancata un sacco. Non ridevo più. Non vedevo più le mie amiche. Ero solamente chiusa in me stessa, circondata da diagnosi che dicevano che “ dovevo guarire” senza però mai liberarmi, senza però mai ascoltarmi.

Quando il mio professore ci chiese di eseguire questo lavoro, beh’, io mi ritrovai veramente a disagio con me stessa. Il mio corpo riflesso in una foto.

In un periodo dove aprire il frigorifero e la porta del bagno, era semplicemente un tutt’uno.

Sì, certo, io facevo già foto, ma non avevo mai immaginato di rappresentarmi. Questo progetto però dovevo presentarlo, e per la prima volta in vita mia decisi di fotografare sia me sia i miei definiti “mostri” che altro non erano che pensieri, emozioni e vita mai riuscite ad uscire.

Erano solamente parti di me più chiuse, e per quanto male facesse, decisi di camminarci insieme. Non più tra frigo e bagno, ma di fronte ad un obiettivo. Liberandomi delle mie emozioni e fotografandole, per sempre.

Ad ogni sessione di scatti, non ero solamente stanca, ma non avevo quella fame che mi faceva divorare un frigorifero dalle parole, dalle emozioni, dalla vita.

Di conseguenza, non avevo la necessità di abbuffarmi di cibo, riversandoci il mio vissuto, ma sentivo di liberarmi in un modo diverso: attraverso la fotografia.

Quello che è uscito fuori è che la fotografia, la musica in una stanza da sola, sola con me stessa, la stessa me che non ho voluto accettare per anni, mi hanno piano piano liberata e tutti i giorni continuano a farlo.

Dopo quattro anni e mezzo di scatti fotografici, posso affermare, che partire da me stessa, senza un gruppo come invece prescritto dalle molte terapie intraprese, mi ha liberata.

Mi ha aiutata ad ascoltarmi, ma sopratutto mi ha aiutata a capire che non ero sbagliata

È un cammino, il mio, forse lo è quello di tutti, basta accettare di cadere. Alla fine la fotografia è il mezzo più vicino all’anima, tanto che in alcune parti dell’Africa le persone non vogliono essere fotografate, e lo dicono con questa frase: “Non fotografarmi… mi rubi l’anima…”.

In questi scatti c’è la mia, c’è tutto quello che mi ricordo della mia fase più acuta con l’anoressia e quello che ho vissuto con la bulimia.

Storia di Irene Carmassi

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