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Le indiscrezioni della Cbs e della Cnn: “Gli Usa potrebbero attaccare l’Iran nel fine settimana. Ma Trump non ha ancora deciso”. Ecco tutti gli scenari

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Il presidente Usa, Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

In Medio Oriente, secondo il quotidiano statunitense The Wall Street Journal, è in corso il più massiccio aumento di truppe Usa dall’invasione dell’Iraq del 2003

Nel gergo militare statunitense esistono due tipi di “buildup”: un potenziamento a scopo dimostrativo, volto a fare pressione sugli avversarsi senza l’intenzione di sparare nemmeno un colpo e uno operativo, che precede invece un’azione concreta. La distinzione, in questi giorni, appare sempre più difficile da tracciare nel Golfo Persico, dove Washington continua ad ammassare truppe, unità navali e aeronautiche in vista di uno scontro, che appare sempre più imminente, con l’Iran.

Attacco imminente?
Il presidente Donald Trump non ha ancora firmato alcun ordine, eppure il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln incrocia già al largo dell’Oman, mentre quello della USS Gerald Ford, la portaerei più avanzata dell’arsenale statunitense, è in rotta verso il Medio Oriente e potrebbe raggiungere la regione nel giro di pochi giorni. Inoltre decine di caccia F-22, F-35 e F-16 sono stati schierati nella zona a fine gennaio. Nella sola base di al-Udeid, in Qatar, il numero di aerei in pista è quasi raddoppiato nell’arco dell’ultimo mese e altri caccia e droni hanno raggiunto le basi di Muwaffaq Salti, in Giordania, al-Kharj, in Arabia Saudita, e al-Dhafrah, negli Emirati Arabi Uniti. Intanto il Pentagono ha provvisoriamente spostato truppe verso l’Europa o gli Stati Uniti, una misura difensiva standard che di solito precede potenziali operazioni militari, e schierato sistemi Patriot a protezione degli interessi statunitensi nella regione. Si tratta, secondo i calcoli del quotidiano statunitense The Wall Street Journal, del più massiccio aumento di truppe Usa in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq del 2003. L’attacco contro Teheran sembra infatti solo questione di tempo, addirittura di giorni. “Per favore, lasciate immediatamente l’Iran… e non recatevi in questo Paese per nessuna ragione”, ha avvisato oggi i suoi connazionali il premier della Polonia, Donald Tusk.
La Casa bianca però non ha ancora deciso ma fonti informate citate dalle emittenti statunitensi Cbs News e Cnn riferiscono che il presidente Usa ha discusso con i suoi principali consiglieri per la sicurezza nazionale la possibilità di sferrare un attacco contro la Repubblica islamica già a partire da sabato 21 febbraio. Al momento però nessuna decisione definitiva sarebbe ancora stata adottata e lo stesso Trump avrebbe oscillato in privato tra posizioni favorevoli e contrarie all’azione militare, interpellando consiglieri e alleati.
È evidente però che il presidente Usa consideri una guerra con la Repubblica islamica più che una semplice possibilità. Proprio ieri sera, dal suo social Truth, Trump si è lasciato andare a una nuova reprimenda contro il premier del Regno Unito, Keir Starmer, avvisandolo dei rischi di “cedere” allo Stato di Mauritius le Isole Chagos, nell’Oceano Indiano, in cambio di un accordo di leasing della durata di 100 anni per la base militare di Diego Garcia, in cui operano sia truppe britanniche che statunitensi. Una questione inestricabilmente legata, stando alle parole del magnate newyorkese, al dossier iraniano: “Se l’Iran decidesse di non concludere un accordo, potrebbe essere necessario per gli Stati Uniti utilizzare Diego Garcia e l’aeroporto situato a Fairford per sradicare un potenziale attacco da parte di un regime altamente instabile e pericoloso – un attacco che potrebbe essere potenzialmente sferrato contro il Regno Unito, così come contro altri Paesi amici”.

Negoziati in stallo
Al centro della crisi vi è una questione tecnica e politica insieme: l’Iran ha la capacità di arricchire l’uranio fino al 60%, un livello che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) definisce senza precedenti per un Paese non dotato di armi nucleari. Washington chiede a Teheran di rinunciarvi del tutto. L’Iran però, che nega di voler costruire una bomba, ha risposto oggi per bocca del direttore della sua Organizzazione per l’energia atomica Mohammad Eslami, secondo cui nessuno può privare la Repubblica islamica del suo diritto al nucleare. “Il programma nucleare iraniano procede secondo le regole dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica”, ha dichiarato in un video pubblicato dal quotidiano locale Etemad. “Nessun Paese può privare l’Iran del diritto di trarre beneficio pacifico da questa tecnologia”. È su questo abisso che si sono confrontati, questa settimana in Svizzera e a inizio mese in Oman, le delegazioni di negoziatori dei due Paesi, attraverso la mediazione del governo di Muscat.
L’esito dei colloqui però è stato ambiguo quanto prevedibile. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato dello “inizio di un percorso per un accordo”. Da Washington hanno invece replicato che “ci sono ancora molti dettagli da discutere”. Da parte sua, il vicepresidente Usa JD Vance ha ammesso, con maggiore schiettezza, che su alcuni punti “era molto chiaro che il presidente ha posto delle linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere”. In sostanza: progressi minimi, distanze enormi.
Dopo Ginevra, la Casa bianca ha comunicato a Teheran che avrà due settimane per presentare una proposta scritta dettagliata. Un ultimatum apparentemente morbido ma meno dei precedenti: lo scorso giugno, nell’ambito della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” scatenata da Israele contro l’Iran, una finestra temporale analoga si chiuse dopo soli tre giorni con il lancio dell’Operazione Midnight Hammer contro le installazioni nucleari iraniane da parte dei bombardieri B-2 degli Stati Uniti.

Il calendario stringe
Alcuni eventi potrebbero influenzare le tempistiche dell’attacco, pur senza determinarle. Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, ad esempio, si concludono domenica 22 febbraio e, secondo alcuni funzionari europei, Washington potrebbe voler evitare di colpire durante i Giochi. Ieri poi, mercoledì 18 febbraio, è iniziato il Ramadan: diversi alleati statunitensi nella regione potrebbero percepire un’azione condotta durante il mese sacro islamico di digiuno come uno sgarbo culturale difficile da digerire. Martedì 24 febbraio inoltre, nel quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, Trump terrà il suo discorso sullo Stato dell’Unione al Congresso Usa, un appuntamento considerato il punto di partenza della sua campagna elettorale per le midterm di novembre, in cui il presidente di solito si trova ad annunciare i risultati della sua amministrazione e non a spiegare le ragioni di un intervento che si preannuncia lungo e complicato.
Nessuno di questi fattori, però, sembra davvero vincolante per il magnate newyorkese, che ha costruito la propria immagine sull’imprevedibilità. D’altra parte, proprio ieri, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt ha esplicitato la logica dell’amministrazione con una sintesi efficace: “Esistono molte ragioni e argomenti a favore di un attacco all’Iran”, ha dichiarato in conferenza stampa. “L’Iran farebbe molto bene a concludere un accordo con il presidente Trump”.
Intanto il segretario di Stato Usa Marco Rubio volerà a Tel Aviv il 28 febbraio per incontrare il premier di Israele, Benjamin Netanyahu, tradizionale sostenitore della linea dura contro Teheran. Un segnale diplomatico che potrebbe precedere, o accompagnare, un intervento militare.

Lo scenario si allarga
L’Iran, nel frattempo, non rimane a guardare. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha avviato esercitazioni nello Stretto di Hormuz, dove transita circa il 20% del petrolio mondiale, annunciando la parziale chiusura dell’area alla navigazione. Russia e Cina si uniranno presto alle manovre, nell’ambito delle esercitazioni congiunte denominate “Cintura di sicurezza marittima 2026”. Tanto che il ministro degli esteri di Mosca Sergej Lavrov ha avvertito che nuove eventuali offensive americane avrebbero “gravi conseguenze”. La stessa Guida suprema della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, ha minacciato di affondare le portaerei americane nell’area. Almeno Mosca però spera ancora in una soluzione pacifica. ”La Russia continua a sviluppare relazioni con l’Iran e, nel farlo, invitiamo i nostri amici iraniani e tutte le parti della regione a esercitare moderazione e prudenza”, ha dichiarato oggi da Mosca il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov. “Stiamo assistendo a un’escalation di tensione senza precedenti nella regione, ma speriamo ancora che i mezzi politici e diplomatici e i negoziati continuino a prevalere nella ricerca di una soluzione”, ha concluso Peskov.
D’altronde quello che si profila all’orizzone, in caso di fallimento diplomatico, non sarebbe un raid chirurgico come avvenuto in Venezuela ma, stando a fonti citate dal portale statunitense Axios, “una campagna massiccia, della durata di settimane”, condotta verosimilmente con la partecipazione di Israele.
Con la discrezione di chi conosce i meccanismi delle crisi, l’ex capo dell’intelligence militare di Tel Aviv, Amos Yadlin, ha offerto la valutazione forse più rivelatrice: “La settimana scorsa mi sono concesso di volare alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco”, ha detto all’emittente locale Channel 12. “Ci penserei due volte prima di lasciare Israele questo fine settimana”. Non è ancora guerra. Ma raramente il silenzio diplomatico risuona così rumoroso.

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