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Un ex prigioniero dell’Isis aiuta le autorità a scovare i terroristi in Germania

Un rifugiato siriano collabora con gli investigatori tedeschi per scovare i terroristi. TPI lo ha intervistato

Di Anna Ditta
Pubblicato il 13 Ott. 2016 alle 12:19 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:12
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Immagine di copertina

Era un giorno di dicembre del 2015. Stava nevicando e Masoud Aqil era bloccato nel mar Egeo, su un’imbarcazione insieme ad altre cento persone. Solo tre mesi prima era rinchiuso in una prigione dell’Isis.

“La mia vita sembrava passare da un pericolo all’altro”, racconta Masoud. “Le persone sulla barca urlavano e io provavo a calmarle. Poi ho chiamato i soccorsi, proprio dal telefono che sto usando adesso per parlare con te. Dopo due ore sono venuti a salvarci”.

Masoud è un giornalista curdo-siriano di 23 anni. La storia del viaggio che lo ha portato in Germania, dove ha ottenuto lo status di rifugiato, è simile a quella dei circa 900mila migranti che hanno raggiunto il paese lo scorso anno.

Il rapimento

Nel 2013, dopo il bombardamento in cui sono state uccise decine di studenti, Masoud ha dovuto lasciare l’università di Aleppo, dove studiava letteratura inglese, per cercare rifugio a Qamishli, la sua città natale, nella regione curda del Rojava, nel nordest della Siria.

Lì ha iniziato a lavorare come videoreporter per il network curdo Rudaw, proseguendo nel frattempo gli studi. Il 15 dicembre 2014 si stava recando con il collega Farhad Hamo a fare un’intervista, quando la macchina su cui viaggiavano è stata fermata da un gruppo di miliziani dell’Isis e i due sono stati rapiti.

“Eravamo a circa dieci chilometri dal territorio sotto il controllo dell’Isis. Forse ci hanno teso una trappola perché sapevano che dei giornalisti avrebbero percorso quella strada, o forse erano lì in attesa di una macchina qualsiasi”, dice Masoud.

Per nove mesi i jihadisti del sedicente Stato islamico lo hanno tenuto prigioniero, spostandolo in almeno dieci prigioni diverse, torturandolo e minacciandolo di morte.

A marzo del 2015 il collega di Masoud è stato prelevato dalla cella che condividevano a Raqqa e di lui non si è saputo più nulla.

Una notte il giornalista riesce a creare un piccolo foro nella porta con la lama del tagliaunghie. Da lì riesce a vedere i volti dei suoi rapitori, anche di quelli che non si tolgono mai la maschera in sua presenza.

Quando chiede informazioni sulla sorte del suo collega, un miliziano gli risponde che è a casa. Un altro gli dice di pregare dio perché lui possa avere una sorte migliore di quella di Hamo. La sera in cui Masoud viene liberato, durante uno scambio di prigionieri, chiede per l’ultima volta che fine abbia fatto il suo collega. “Quale collega? Non so di cosa parli”, gli risponde un jihadista.

Sulla rotta dei migranti

Una volta liberato, Masoud sa che rimanere a Qamishli è troppo pericoloso per lui. Dopo alcuni mesi passati in Kurdistan decide quindi di mettersi in viaggio con la madre per la Germania, dove già vivono due suoi fratelli.

Il percorso però non è semplice. Dopo il tentativo fallito di raggiungere la Grecia attraverso il mar Egeo, i due proseguono il viaggio via terra e pagando un trafficante riescono a oltrepassare il confine tra Turchia a Bulgaria. Attraversano la Serbia, dove per una notte si perdono in una foresta, e poi Croazia, Slovenia e Austria, fino ad arrivare in Germania.

Masoud si sente al sicuro in Europa, ma si ricorda le parole di un discorso di al-Baghdadi che i suoi carcerieri stavano ascoltando durante la sua prigionia. Il leader dell’Isis diceva che l’organizzazione stava inviando persone per “invadere” l’Europa. “Invadere”, spiega Masoud, “vuol dire compiere attacchi terroristici”.

All’inizio, quando ha sentito quelle frasi, Masoud non capiva. Adesso invece sa che tra le migliaia di rifugiati che raggiungono l’Europa ci sono anche alcuni jihadisti. Gli chiedo se sa quantificare il loro numero. “Forse centinaia. Non è un grande numero, paragonato al totale dei rifugiati”, risponde. “Ma anche un solo membro dell’Isis sarebbe un pericolo perché potrebbe farsi esplodere e uccidere altri”.

La caccia ai Jihadisti

Consapevole del pericolo rappresentato dai terroristi in Europa, anche a seguito degli attacchi dello scorso luglio in Baviera rivendicati dall’Isis, Masoud ha deciso di non rimanere a guardare. Con l’aiuto di alcuni giornalisti del settimanale tedesco Der Spiegel è entrato in contatto con le autorità e ha messo a loro disposizione le informazioni in suo possesso.

Si tratta in parte di quello che ha visto con i suoi occhi in Siria, durante i mesi del sequestro, e in parte di informazioni raccolte da gruppi Facebook segreti dove vengono pubblicate notizie sui jihadisti in Europa. Masoud valuta se le informazioni sono credibili, confrontando i dati con quelli di amici e colleghi giornalisti e poi segnala i sospetti agli investigatori tedeschi.

“Quello che voglio fare collaborando con le forze dell’ordine è solo far sì che tengano i sospetti sotto controllo. Se hanno dei sospetti avranno modo di verificarli. Ma se non hanno sospetti non possono rintracciare i membri dell’Isis”. Dice di farlo perché gli piace proteggere la gente. “Non posso fare nulla per la Siria, perché lì non c’è solo l’Isis e la situazione è più complicata. Ma l’Europa è sicura ed è solo un piccolo gruppo di terroristi che la mette in pericolo, quindi non posso stare con le mani in mano”.

Il recente caso del 22enne sospettato di pianificare un attentato all’aeroporto di Berlino e arrestato a Lipsia dopo la segnalazione di due connazionali mostra che Masoud non è il solo rifugiato a esporsi per la cattura dei sospetti terroristi.

“Potevano stare zitti e non fare nulla ma hanno pensato che fosse sbagliato e hanno agito”, dice Masoud senza nascondere l’ammirazione per gli autori della cattura. “Mi fanno arrabbiare quelli che pensano che i rifugiati portino solo problemi, non è così”.

Ai suoi connazionali, Masoud chiede di fidarsi delle forze dell’ordine tedesche. “Molti sono a conoscenza di informazioni che potrebbero essere preziose per catturare i terroristi, ma non parlano con le autorità per diffidenza. Nel nostro paese e nel Medio Oriente, le autorità sono quelle che puniscono e torturano. Quando io ho parlato con i poliziotti tedeschi invece sono stati molto gentili e hanno verificato ogni mio sospetto”.

Ora Masoud ha intenzione di finire gli studi, che il rapimento gli aveva impedito di completare. Prima però dovrà imparare il tedesco. “Non pensavo la lingua fosse così difficile”, confessa sorridendo, “poi forse tornerò a fare il giornalista”. 

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