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Da Bolsonaro a Salvini e Duterte: quanti e quali sono i governi populisti nel mondo?

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I governi populisti nel mondo

Dopo la vittoria in Brasile del candidato Jair Bolsonaro, aumentano i governi populisti nel mondo.

Con il termine populismo, sempre più comune nei media, ci si riferisce oggigiorno a quei governi o partiti generalmente di destra che sfruttano a loro vantaggio l’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.

Caratteristiche comuni, forte polarizzazione del dibattito pubblico, politiche di contrasto all’immigrazione, particolare attenzione al tema della sicurezza, disprezzo dell’opposizione e limitazioni delle libertà dei cittadini.

EUROPA 

Italia – Anche l’Italia, da giugno 2018, rientra a pieno merito nella lista dei paesi che possono “vantare” un governo populista grazie alle riforme e ancor prima ai proclami fatti in campagna elettorale da Matteo Salvini, leader della Lega, e da Luigi Di Maio, del Movimento 5 Stelle.

Austria – I popolari austriaci (Övp) e il Partito della Libertà austriaco, che insieme hanno creato un governo guidato dal premier Sebastian Kurz, hanno basato la loro campagna elettorale sull’uscita del paese dall’euro e sulla lotta all’immigrazione, cercando anche di cavalcare l’irredentismo del Sudtirolo.

Ungheria – Uno dei paesi europei da tempo considerato populista e che preoccupa sempre più l’Europa per le sue politiche contro l’immigrazione e i diritti tanto collettivi quanto politici è senza dubbio l’Ungheria di Viktor Orban.

Bosnia – Nel paese dell’ex Jugoslavia si sono da poco tenute le elezioni dei tre presidenti, ognuno dei quali rappresenta le diverse comunità che costituiscono il paese. La componente serba ha eletto Milorad Dodik, nazionalista, negazionista del massacro di Srebrenica, noto per aver promesso in campagna elettorale di rendere  indipendente dal parte serba della Bosnia. Non si può definire totalmente un governo populista, ma una parte dell’esecutivo sembra rientrare bene in questa definizione.

Repubblica Ceca – Il governo di Praga è in mano al miliardario Andrej Bbais, imprenditore ancora prima che uomo politico, famoso nel paese e anche fuori dai confini nazionali per le sue posizioni populiste, euroscettiche e antisemite.

Polonia – Negli ultimi mesi si è tornato spesso a parlare del governo della Polonia, finito più volte al centro di numerose polemiche per aver adottato una linea politica che punta a difendere l’identità polacca e gli interessi nazionali. Diritto e Giustizia, il partito al governo, è anche intervenuto pesantemente nel settore della giustizia, limitando i poterei dei magistrati.

Romania – Anche in Romania l’esecutivo, guidato dal partito Socialdemocratico, ha assunto dei toni sempre più populisti, anche se ha trovato spesso l’opposizione dei cittadini stessi, come dimostra il fallito referendum contro gli omosessuali.

Turchia – Il “sultano”, come viene chiamato il presidente turco Erdogan, ha aumentato il suo potere nel corso degli anni facendo leva sulle paure e gli istinti più bassi dei cittadini, rivoluzionando alcune delle basi su cui la Turchia moderna di Ataturk si fondava.

AMERICHE

Stati Uniti – Il presidente Donald Trump è forse uno dei leader mondiali più importanti che rientrano nella categoria di governi populisti. I continui attacchi ai media, le politiche conto l’immigrazione, lo slogan “American First” e le limitazioni al potere dei giudici sono solo alcuni degli esempi che possono essere fatti per giustificare l’iscrizione di Trump nella lista dei leader mondiali populisti.

Brasile – Il 28 ottobre 2o18 il paese latinoamericano ha eletto come presidente Jair Bolsonaro, un ex militare schierato su posizioni fortemente conservatrici. Il leader del partito liberale è un nostalgico della dittatura militare e ha messo al centro della sua campagna elettorale i temi della sicurezza. Bolsonaro è noto per i suoi commenti discriminatorie nei confronti di donne e omosessuali.

Messico – Anche se generalmente l’aggettivo populista viene usato per riferirsi a governi o partiti di destra, in alcuni casi è stato impiegato anche per etichettare alcuni leader di sinistra, come accaduto con Andrés Manuel López Obrador. Il neo presidente messicano, non ancora in carica, ha promesso di rinunciare alla scorta, all’aereo di Stato, alla villa presidenziale e a una parte del suo stipendio per “avvicinarsi al popolo”.

SUD EST ASIATICO

Filippine – Il presidente Duterte, conosciuto anche come il “Trump delle Filippine”, si è autodefinito “un dittatore pronto a combattere contro tutti gli uomini cattivi e malvagi” e ha basato la sua campagna elettorale sulla lotta alla criminalità e al narcotraffico, puntando sul tema della sicurezza.

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