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Il j’accuse di David Adler a TPI: “Il colonialismo non è mai finito. Serve un Nuovo Ordine Economico Internazionale”

Immagine di copertina
La cerimonia della firma dello statuto del “Board of Peace” alla presenza del presidente Usa Donald Trump a Davos, in Svizzera. Credit: Benedikt von Loebell / Avalon - AGF

“La divisione tra Paesi ricchi e poveri è più evidente che mai. Le de-dollarizzazione? È soltanto passiva". Il coordinatore generale di Progressive International, spiega a TPI: “Siamo di fronte alla paralisi del sistema multilaterale. La ritirata verso il bilateralismo è pericolosa”

David Adler coordina la Progressive International, una rete che mette in connessione diversi movimenti progressisti sparsi per il mondo. Cresciuto a Los Angeles, negli Stati Uniti, è di base a Londra e da anni studia, lavora e gira per il pianeta: India, Sudafrica, Grecia, Messico. La sua biografia è un intreccio di attivismo e ricerca, che si tratti di diritti abitativi, politiche educative o finanza internazionale, l’economista 32enne cerca di capire come queste lotte apparentemente distanti tra loro si inseriscano nel contesto della disuguaglianza globale.
Abbiamo incontrato Adler a metà febbraio al Global South Seminar di Roma Tre. Pochi mesi prima era stato tra le centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla che avevano tentato di rompere il blocco degli aiuti umanitari imposto a Gaza da Israele, motivo per cui ha passato cinque giorni in un carcere nel deserto israeliano. Stavolta però abbiamo parlato dell’attuale crisi politica globale e del rilancio del “Nuovo ordine economico internazionale” (NIEO), proposto negli anni Settanta dai Paesi in via di sviluppo e contenuto in una dichiarazione adottata nel 1974 dall’Assemblea generale dell’Onu. «Il colonialismo non è mai finito», spiega Adler a TPI. «Ma l’attuale ritirata strategica verso un approccio internazionale bilaterale è pericolosa per le prospettive di pace e per la prosperità del mondo».

Cominciamo dal principio: l’impennata dei prezzi alimentari, il peso dei debiti sovrani, la corsa alle fonti energetiche e alle risorse naturali, la concentrazione della proprietà intellettuale e tecnologica e la competizione globale tra le due superpotenze: siamo tornati alla crisi degli anni Settanta?
«C’è un termine ormai molto in voga: poli-crisi, che indica l’insorgere di diverse crisi contemporaneamente. Una crisi dovuta, ad esempio, all’inflazione; una ai problemi nelle filiere di approvvigionamento; e un’altra geopolitica, innescata da un governo statunitense particolarmente arrogante che cerca di rimodellare l’economia globale a propria immagine. Parto dal presupposto che quella attuale non è la nostra prima poli-crisi: se torniamo agli anni Settanta, troviamo infatti molte similitudini. Anche allora, nel caso di Nixon, avevamo un presidente degli Stati Uniti che, come oggi Trump, provava a rimodellare l’economia globale a immagine degli Usa e a sganciarsi dal sistema corrente. C’era una crisi energetica, in quel caso petrolifera, che provocò parecchie preoccupazioni sull’inflazione e che riordinò il mondo di allora in maniera radicale. Ritengo istruttivo guardare agli anni ’70 come a un periodo in cui le persone riflettevano su sfide simili a quelle attuali, sviluppando nuove proposte. È utile chiedersi se e perché alcune di quelle soluzioni abbiano avuto o meno successo e cosa questo ci insegna sulla congiuntura attuale».
Allora la proposta di un “Nuovo ordine economico internazionale” fallì. Perché?
«Prima di tutto gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno cercato di disarticolare il progetto del Terzo Mondo, e di “stroncarlo”, per usare le parole di Henry Kissinger, attraverso una sorta di costante opposizione controllata. Da una parte lasciavano loro vincere alcune battaglie retoriche e dall’altra si opponevano alla sostanza delle proposte, permettendo il successo di un incontro e facendo poi saltare il successivo, cercando di colpire alcuni Paesi chiave. Questa opposizione esterna al blocco del G77 e, più in generale, del Sud del mondo ha eroso di fatto le prospettive del NIEO.
Poi dobbiamo considerare le contraddizioni interne alla stessa coalizione dei Paesi proponenti. Alcuni sono esportatori di petrolio, altri importatori netti; alcuni sono ricchi di minerali e risorse naturali, altri no; alcuni si trovano geograficamente a Ovest, altri a Est. Molte di queste tensioni interne iniziarono a manifestarsi negli anni ’70 in modi che avrebbero poi frustrato ogni tentativo di sviluppare una visione politica più vigorosa e la stessa capacità di attuarla all’interno del G77.
Infine ciascuno di questi Paesi aveva i propri problemi interni. La morte di alcuni grandi leader, come ad esempio Nehru (in India, ndr) e Nasser (in Egitto, ndr), ha lasciato un vuoto incolmabile e le questioni di aggiustamento strutturale hanno fatto il resto. Ogni nazione è stata obbligata a stipulare accordi sul debito sovrano per ristrutturare la propria economia, distraendo i governi da sforzi più vigorosi per costituire e promuovere nuove forme di solidarietà e cooperazione Sud-Sud».
Quale lezione possiamo trarne?
«Considerando tutte e tre le dimensioni del problema, appaiono chiari sia i motivi del fallimento della proposta originale del NIEO sia come oggi possiamo rafforzarla. Pensiamo ad esempio agli Stati Uniti: qualsiasi vittoria si dovesse ottenere in questo campo, bisognerà aspettarsi una forte resistenza da parte di Washington. Non si può pensare di sedersi al tavolo con la Casa bianca e trovare una soluzione positiva. Dobbiamo imparare la lezione e sapere che gli Usa saranno determinati a disarticolare e impedire qualsiasi tipo di programma di trasformazione strutturale. Non dobbiamo essere ingenui nemmeno riguardo le contraddizioni interne al Sud del mondo. Cerchiamo di trovare dei punti di convergenza davvero chiari invece di appiattirci su programmi minimi che possano unire tutti. Meglio identificare pochi obiettivi su cui costruire un’unità strategica piuttosto che una mera convergenza programmatica, anche perché sarà improbabile riuscire a far concordare tutti i 134 membri del G77 su un’agenda ampia. La vera sfida infine riguarda le tensioni interne alle singole nazioni: dobbiamo costruire partiti e sindacati che possano dare vita a leader forti, dotati di un mandato sociale e popolare per guidare una politica estera più incisiva. Le tante lezioni che possiamo trarre dalla crisi degli anni Settanta vanno applicate con vigore ma anche con intelligenza alla lotta odierna per ricostituire l’ordine economico internazionale».
Chiariamo una cosa: la colonizzazione è mai veramente finita?
«Assolutamente no. Ciò che è notevole nel dibattito sul passato o sul futuro del NIEO è l’analisi della motivazione strutturale che negli anni ’70 diede origine a questa proposta, ovvero la divisione ben articolata da Willy Brandt e dalla sua cosiddetta “linea Brandt”, che tracciava una netta separazione del mondo per demarcare le differenze di sviluppo tra i Paesi ricchi e quelli poveri. Una divisione oggi più evidente che mai».
Che cosa comporta questa separazione?
«Una serie di istituzioni che gestiscono in maniera efficace la struttura fortemente neo-coloniale dell’attuale sistema internazionale».
Ci fa un esempio?
«Ad esempio: gli accordi commerciali altamente preferenziali per le aziende dei Paesi ricchi e pregiudizievoli per i popoli del Sud del mondo. I trattati internazionali in materia fiscale, gli aspetti tecnici delle relazioni bilaterali o ancora i meccanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati che lasciano le nazioni povere in balia dei capricci delle imprese del Nord del mondo attraverso tribunali arbitrali composti da avvocati delle aziende stesse che fungono da giudici. In senso macroeconomico, poi, il sistema del dollaro che offre privilegi esorbitanti agli Stati Uniti oppure i meccanismi di protezione internazionale della proprietà intellettuale che, ad esempio, limitano lo sviluppo e la fornitura di medicinali e innovazioni farmaceutiche al Sud del mondo per arricchire le aziende dei Paesi sviluppati. Esistono inoltre una serie di istituzioni create nel corso del XX e del XXI secolo che, anche se abbiamo smesso di usare questo termine per descriverle, dovrebbero essere considerate coloniali».
Facciamo dei nomi.
«Il Fmi e la Banca Mondiale sono istituzioni fondamentalmente coloniali. Non è un caso che siano governate da un “gentlemen’s agreement” che ne garantisce il controllo agli Stati Uniti e all’Europa e che entrambe abbiano sede a Washington. Il Fmi è, di fatto, un’estensione del dipartimento del Tesoro statunitense: tutto ciò che vi accade è approvato, avallato o progettato dal Tesoro Usa. Ma non significa necessariamente che il Fmi non debba svolgere una sua funzione in questa nuova era».
Quale?
«Resta un formidabile strumento della potenza statunitense per fornire liquidità a quei politici e a quelle forze che di fatto accettano di sottomettersi agli interessi Usa. La Banca mondiale invece potrebbe avere un destino diverso, perché esistono già altre fonti di finanziamento allo sviluppo e perché quest’ultima sta perdendo importanza a livello globale da molto tempo».
Cosa prevede per il futuro?
«Il Fmi resterà dov’è ma sempre più persone stanno finalmente prendendo atto del fatto che si tratta di un’istituzione al servizio degli Usa e questo porta a considerare altre forme di finanziamento. Va detto però che le alternative non hanno ancora raggiunto il livello di sviluppo necessario, che si tratti di iniziative guidate dalla Cina, dal continente africano, dal Brasile o dall’America Latina, ecc. Ma negli anni a venire diventeranno sempre più popolari, più sviluppate e dotate di maggiore liquidità perché i popoli sono sempre meno entusiasti di trattare con il Fmi, il che di fatto è un modo per elemosinare denaro dal Tesoro statunitense».
Andremo verso la “de-dollarizzazione”?
«La de-dollarizzazione è un modo molto efficace di considerare l’inadeguatezza degli sforzi volti a costruire un nuovo ordine economico internazionale. C’è un ampio consenso sul fatto che il sistema dell’egemonia del dollaro avvantaggi in modo schiacciante gli Stati Uniti e il loro impero e crei pregiudizi al benessere dei popoli di tutto il mondo. Ma non sembra vi sia alcuno sforzo costante per costruire l’architettura finanziaria necessaria a una forma attiva di de-dollarizzazione. Al momento assistiamo solo a una forma passiva di questo fenomeno attraverso graduali spostamenti verso la valuta cinese negli accordi commerciali e finanziari, che però di per sé comporta altri rischi. Così però continuiamo a non dare spazio a un’idea più ponderata e strutturata di come possiamo costruire un sistema finanziario internazionale che risponda ai bisogni dei popoli e impedisca misure coercitive unilaterali. Insomma, molte cose stanno cambiando ma il problema è che non stanno cambiando con l’intenzione di migliorare la vita e i mezzi di sussistenza dei popoli, nel pieno rispetto dell’uguaglianza sovrana in tutto il mondo».
La soluzione è difendere il multilateralismo?
«Nonostante tutti i discorsi sulla necessità di rilanciare il multilateralismo, assistiamo in realtà a una regressione verso nuove forme di bilateralismo: l’India vuole trattare con la Cina, gli Stati Uniti con l’India, il Brasile con gli Stati Uniti, ecc. Il sistema internazionale odierno si basa su questo tipo di relazioni bilaterali. È il principale successo della seconda amministrazione Trump, che sta disarticolando le modalità di deliberazione multilaterale, attaccando l’Onu con tutte le sue forze e cercando di distruggere non solo il sistema delle Nazioni Unite ma anche organismi come, ad esempio, la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi e qualsiasi altra istituzione dedita alla pace. Siamo sostanzialmente di fronte a una paralisi del sistema multilaterale e a un ritorno a una modalità di impegno internazionale fondamentalmente bilaterale. Ma alla fine il conto lo pagheremo tutti. La crisi che stiamo attraversando è infatti collegata anche a un’eccessiva fiducia nelle capacità di ciascuno di questi singoli Stati nazionali di negoziare per conto proprio. Prima o poi però questi governi si renderanno conto che saranno obbligati a cedere ai desiderata delle grandi potenze, a meno che non inizino a collaborare tra loro».
È quanto ha denunciato il premier canadese Mark Carney a Davos.
«Mark Carney ha pronunciato il suo bel discorso ma cosa ha fatto il giorno dopo? È volato a Pechino per impegnare ancor di più il Canada con la Cina a livello bilaterale. Dov’è Mark Carney quando si tratta di difendere, ad esempio, il popolo cubano, soffocato dall’assedio statunitense?! Al momento non esiste una leadership capace di costruire una nuova modalità di impegno autenticamente multilaterale. Ma questa ritirata strategica verso un approccio bilaterale è davvero pericolosa per le prospettive di pace, per non parlare della prosperità nel mondo».

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