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Non è con la vendetta che dobbiamo sconfiggere l’Isis

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Su Instagram è stata pubblicata la foto di un membro dell'Isis catturato con la didascalia "Votate se ucciderlo o lasciarlo andare". Ecco perché non bisognava ucciderlo

Da quando Abu Bakr al-Baghdadi si è autoproclamato califfo del sedicente Stato islamico il 29 giugno del 2014, i combattenti dell’Isis hanno ucciso quasi 19mila persone in Iraq, più di 2mila in Siria e oltre 1.200 in attacchi sparsi per il resto del mondo.

La politica dell’Isis è diversa da quella di molte altre organizzazioni terroristiche. Per essere riconosciuto ufficialmente come un attacco del sedicente Stato Islamico, non serve che sia coordinato o diretto dall’alto, basta che la persona che lo compie dichiari fedeltà al gruppo.

Questo ha dato il via alla nascita di numerose cellule isolate composte da quelli che sono definiti “lupi solitari”, ovvero persone che compiono atti violenti a sostegno di qualche gruppo, movimento o ideologia, ma senza avere alle spalle una struttura di comando e senza alcuna assistenza.

Gli attentati di Bruxelles e il ritardo con cui l’Isis li ha rivendicati sono una dimostrazione di questo fenomeno: i leader dell’Isis in Iraq e Siria non erano a conoscenza degli attacchi fino a dopo il loro compimento, in quanto erano stati organizzati interamente da cellule indipendenti – il pericolo principale per l’Europa di oggi.

Musulmani, cristiani, atei, europei, arabi e asiatici sono tutti vittime dell’Isis. In molti hanno cominciato a odiare questa organizzazione terroristica. Talvolta, però, l’odio può essere tale da accecarci e far venire meno le differenze tra noi, umani, e loro, terroristi.

La voglia di vendetta può portare a giustificare la violenza e la violenza genera sempre e solo altra violenza. Come è successo ieri mattina.

Il 29 marzo sull’account Instagram @iraqiswat, che sosteneva di essere quello delle forze speciali irachene prima di essere disattivato dal social network, è stata postata una foto molto inquietante: i soldati sostenevano di aver catturato un combattente dell’Isis. Fino a qui, nulla di strano. Il problema era la didascalia in inglese della foto.

Abbiamo arrestato un membro dell’Isis a sud di Mosul. Potete votare se dovremmo ucciderlo o lasciarlo andare. Avete un’ora per farlo. Taggate i vostri amici e prendetevi il vostro diritto alla vendetta contro l’Isis ora”.

La sorte di un uomo dipendeva da un voto online, e il popolo di Internet è stato spietato.

Uccidetelo“, era quello che aveva scritto la maggior parte degli utenti.

Probabilmente la foto non era autentica, ma il punto della questione è un altro: se lo fosse stata, insieme a questa didascalia, la foto avrebbe rappresentato senza ombra di dubbio un crimine di guerra, e chiunque avesse “votato” avrebbe contribuito alla sua realizzazione. Che si trattasse o meno di un combattente dell’Isis, l’uomo doveva essere trattato come un prigioniero di guerra o un criminale. Aveva diritto a un processo.

La foto è stata rimossa da Instagram perché violava le sue linee guida che vietano l’istigazione alla violenza, ma il presunto terrorista sarebbe stato ucciso. La verità è che l’uomo sarebbe stato giustiziato con o senza il nostro voto.

La didascalia in arabo, infatti, era diversa da quella inglese.

Abbiamo catturato un topo dell’Isis in una battaglia a Mosul (Iraq). Tra un’ora posterò riguardo la sua esecuzione”, si leggeva.

Perché questa differenza? Perché davano per scontato che il popolo iracheno, dovendo fare i conti con l’Isis quotidianamente, avrebbe sicuramente condannato a morte il combattente? O perché volevano creare una sorta di sentimento di alleanza con il resto del mondo?

L’ipotesi più plausibile è la seconda. Diverse milizie armate sciite stanno combattendo contro l’Isis in Iraq. Il governo iracheno le ha incluse tra le forze dello stato e se ne avvale per riconquistare il territorio sotto il controllo dell’Isis. Il potere e l’impunità di cui godono queste milizie irachene, accusate di aver commesso vari crimini di guerra, sono stati denunciati da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch.

L’idea dietro all’approccio social per l’esecuzione sommaria del presunto militante potrebbe essere stata quella di condividere le colpe di questi crimini di guerra con un popolo “occidentale”, in modo da guadagnarsi una sorta di legittimità agli occhi del mondo. Questa la motivazione che li avrebbe spinti a scrivere la controversa didascalia in inglese e non in arabo.

Che il profilo Instagram fosse realmente quello delle forze speciali irachene o appartenesse invece ad alcuni loro sostenitori residenti all’estero non è importante, perché la delusione più grande è stata leggere i commenti sotto alla foto e accorgermi che la sete di vendetta ha preso il posto della voglia di giustizia nel cuore di molti, troppi cittadini spaventati.

Dobbiamo riuscire ad essere forti e lucidi abbastanza da mantenere le differenze tra noi e i terroristi, nonostante tutto. L’odio e la vendetta lasciamoli a loro.

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