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La Moschea di Casablanca

Immagine di copertina

Lusso e tecnologia, simbolo dei paradossi del Marocco

Dal grigiore della città economicamente più produttiva del Marocco si staglia, adagiata sull’Oceano come il trono di Allah, l’immensa e lussuriosa moschea di Hassan II.

Il Paese dell’estremo ovest maghrebino è uno dei pochi che non consente ai turisti di visitare le sue moschee, mantenendo intatta una vecchia legge adottata in periodo coloniale per evitare tensioni fra francesi e marocchini nei luoghi di culto. Al turista però, dopo aver controllato gli orari deputati alle visite, è concesso entrare solo all’interno dell’incredibile Moschea di Casablanca, che quest’anno compie vent’anni.

Lo Stato arabo turisticamente più visitato – secondo forse solo all’Egitto delle piramidi, al momento politicamente irrequieto – è in realtà in sé pieno di contraddizioni. Orde di turisti “da weekend”, agguerriti scopritori low cost di altre realtà, vi arrivano in massa armati del loro biglietto Ryanair e del solo bagaglio a mano. Spesso incuranti, forse disinteressati e irrispettosi di cultura e religione del posto. Marrakech è senza dubbio l’esempio eclatante di questo stato di cose, dove si palesa il contrasto visivo fra le turiste iper-svestite e le marocchine ultra-credenti.

Il Marocco, ormai abituatosi, non sembra cercare una soluzione ai suoi paradossi.

La guida, in un italiano perfetto, illustra i costosissimi dettagli della moschea, camminando sui tappetini strategicamente posti per non sciupare lo splendido, e lunghissimo, pavimento. Che d’inverno come per magia si riscalda.

Marmi di Carrara, lampadari in vetro di Murano, legni pregiati dal Canada situato oltreoceano. Un sistema di apertura automatica dell’intero soffitto per arieggiare lo spazio e far vedere le stelle. Casse per la riproduzione perfetta della voce dell’Imam, storicamente non soggetta ad alcun metodo di amplificazione. Gli altissimi e fragili lampadari calano automaticamente in poco tempo per favorire una loro efficace pulizia. Il pesante portone in titanio preposto all’accesso privilegiato del re, dal lato dell’oceano, si apre, anch’esso, automaticamente. Dal minareto alto 210 metri un laser punta costantemente in direzione della Mecca. Una zona del pavimento consente di osservare il sottostante blu del mare.

Così la tecnologia irrompe prepotentemente all’interno di una cultura ancestrale.

Al di sotto di tutto questo è situata la zona dove si compiono le abluzioni. Accanto ad essa una fantastica, enorme piscina aspetta da vent’anni che qualcuno ne possa usufruire. Magari uno dei tanti normali contribuenti che con una sottoscrizione (o tassa?) pubblica hanno favorito la nascita di questo immenso edificio fuori dal tempo, costruito da un architetto francese. Che per edificarlo ha reso impellenti i lavori di distruzione di una vasta area impoverita della città. I cui abitanti, a quanto pare, non hanno ricevuto alcun compenso in cambio dello sfratto religioso.

Simbolo stridente di una modernità che cozza con le bidonville situate fuori dai percorsi del turismo di massa, questa moschea porta il nome del vecchio sovrano, e richiama inevitabilmente una casta reale in crisi di legittimità. Per la quale il vento rivoluzionario non ha soffiato ancora così forte da costringerla ad adottare cambiamenti radicali.

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