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La metamorfosi di OpenAI e quell’utopia tradita dell’intelligenza artificiale

Immagine di copertina
Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato di OpenAI. Credit: AGF

Nata come laboratorio no-profit per difendere l’umanità dall’IA delle Big Tech interessate solo al profitto, la creatura di Sam Altman è un colosso con legami a Wall Street, alla Casa bianca e al Pentagono. Ma è sempre più parte del sistema di potere che voleva combattere

Sulla parete della prima sala riunioni di OpenAI campeggiava una citazione dell’ammiraglio Hyman Rickover, padre della Marina nucleare degli Stati Uniti: «Credo sia dovere di ognuno agire come se il destino del mondo dipendesse da noi». Quel murale fu una delle prime decisioni del fondatore Sam Altman, allora presidente di Y Combinator, l’incubatore di startup che lanciò colossi come Airbnb e Dropbox.
Pochi mesi prima, nel maggio del 2015, Altman inviò un’email a Elon Musk proponendogli un “Progetto Manhattan” per l’intelligenza artificiale. Il patron di SpaceX non andò oltre un generico: «Varrebbe la pena discuterne». Ma si decise a muoversi poche settimane dopo, festeggiando il suo 44esimo compleanno in un resort della Napa Valley in compagnia di Larry Page. Reduce dall’acquisizione di DeepMind, allora il fondatore di Google delineò un futuro in cui nuove intelligenze avrebbero sfidato quella umana. Alla replica di Musk che una strada simile avrebbe provocato la fine dell’umanità, Page lo liquidò con una parola: «Specista». Il futuro uomo più ricco del mondo lo prese come un insulto e richiamò Altman. Quella stessa estate, i due cenarono in un salottino riservato del Rosewood Hotel di Sandhill Road, a Menlo Park, insieme Ilya Sutskever, uno dei cervelli del Google Brain; all’ex direttore di Stripe, Greg Brockman; e ad altri ricercatori del settore. Nacque così OpenAI, una no-profit pensata come laboratorio per lo sviluppo dell’IA, che non appartenesse a nessun colosso tecnologico.

Un miliardo di buone intenzioni
Il finanziamento iniziale fu di un miliardo di dollari, raccolto per lo più da Musk ricorrendo alla cosiddetta “PayPal Mafia”, un gruppo di ex dirigenti della nota banca online tra i cui massimi rappresentanti figurano il fondatore di Palantir, Peter Thiel, e quello di LinkedIn, Reid Hoffman. La struttura ricalcava quella di una no-profit: senza azionisti da accontentare, i ricercatori potevano pubblicare apertamente i risultati e collaborare con chiunque.
Reclutare sviluppatori però non fu semplice perché i migliori erano già a libro paga dei giganti del web. Così Brockman si fece compilare una lista da Yoshua Bengio, uno dei padri del deep learning, e invitò i dieci più promettenti a passare un sabato in una cantina della Napa Valley. Alla fine nove accettarono la proposta di OpenAI. Ma per i primi mesi lavorarono nell’appartamento di Brockman, nel quartiere Mission di San Francisco, senza neanche una lavagna.
Il romanticismo iniziale però durò poco. Con DeepMind, Google aveva ormai messo a punto la tecnologia rivoluzionaria dei transformer, così nel 2018 Elon Musk, convinto che OpenAI stesse perdendo il confronto, propose di prenderne la guida. Altman e gli altri dirigenti rifiutarono e il patron di Tesla uscì dalla porta e con lui la maggior parte dei soldi. Aveva promesso a OpenAI circa un miliardo di dollari ma ne aveva versati solo cento milioni. Un problema non da poco, viste le spese crescenti per addestrare i modelli su supercomputer, e che porterà a una causa tuttora in corso.
Quando infatti l’anno scorso Altman comparve alla Casa bianca accanto a Larry Ellison di Oracle e a Masayoshi Son di SoftBank per annunciare Stargate, un’iniziativa pubblica-privata da 500 miliardi di dollari voluta da Donald Trump per fare degli Stati Uniti la capitale mondiale dell’intelligenza artificiale, Musk ridicolizzò il piano. Affermò che OpenAI e i suoi partner non avevano i soldi per realizzarla e annunciò una cordata per conquistare la no-profit, dopo aver già lanciato la concorrente xAI e il suo chatbot Grok.
Così, l’anno successivo all’uscita di Musk, OpenAI affiancò alla no-profit una sussidiaria commerciale. I nuovi investitori erano ben accetti ma non potevano guadagnare più di cento volte il capitale, il resto restava alla missione originale. Pochi mesi dopo poi arrivò Microsoft, che offrì a OpenAI una partnership da un miliardo di dollari, oltre a infrastrutture cloud e a un supercomputer. In un anno svilupparono insieme GPT-3, il modello linguistico più grande mai costruito fino ad allora per l’IA.

Macchina da guerra commerciale
Quindi, nel novembre del 2022, OpenAI lanciò ChatGPT senza fanfare, quasi di nascosto, come “anteprima di ricerca”. Nessuno si aspettava un successo simile, eppure in due mesi il programma contava già cento milioni di utenti. Una crescita mai vista e che spiazzò gli stessi sviluppatori. Anche perché, tecnicamente, ChatGPT non era affatto un programma rivoluzionario ma solo una versione raffinata del modello GPT-3.5, già disponibile da mesi come interfaccia di programmazione. Il segreto era la possibilità di chattare con la nuova IA e una tecnica di addestramento chiamata “Reinforcement Learning from Human Feedback”, basata su milioni di valutazioni umane. Stessa tecnologia ma alla portata di chiunque.
Da quel momento OpenAI diventò una macchina da guerra commerciale, continuando a rilasciare sempre nuove versioni di ChatGPT e moltiplicando i prodotti offerti al pubblico: DALL-E per la generazione di immagini, Whisper per il riconoscimento vocale, Codex per la programmazione. Così nel 2024 chiuse il round di finanziamento più grande nella storia delle startup: 7,26 miliardi di dollari, con una valutazione di 172 miliardi. Tra gli investitori c’erano Microsoft, Nvidia, SoftBank. L’anno successivo poi lanciò GPT-5, raggiungendo a ottobre gli 800 milioni di utenti a settimana, generando 4,3 miliardi di dollari di ricavi nel solo primo semestre 2025 e completando un’ulteriore trasformazione societaria. Il ramo commerciale dell’azienda è ormai una “Public Benefit Corporation”, seppur controllata dalla no-profit originale. In cantiere però c’è una possibile quotazione in borsa entro la fine dell’anno, con una valutazione che potrebbe toccare i mille miliardi di dollari. Altro che no-profit.

Realpolitik
Non sorprendono nemmeno i rapporti con la politica, con il già citato progetto Stargate annunciato l’anno scorso da Trump e gli accordi firmati a febbraio con il Pentagono, che vedono OpenAI tra i protagonisti assoluti della partnership pubblico-privata nel settore statunitense dell’IA. E dire che nel 2016 Altman era tra i sostenitori di Hillary Clinton nella sua corsa alla presidenza. Ma i contatti con il governo federale statunitense vengono da più lontano.
Nella primavera del 2016 furono l’allora segretario alla Difesa di Barack Obama, il defunto Ashton Carter, e il suo vice, l’ex dirigente di Microsoft Chris Lynch, a incontrare il fondatore di OpenAI a San Francisco. Allora il Pentagono aveva stanziato tre miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti di integrazione uomo-macchina e missili a lungo raggio a puntamento autonomo. Altman però, che a Stanford aveva lavorato a un progetto dell’agenzia Darpa sugli elicotteri senza pilota, non concluse alcun accordo. Qualche anno dopo invece, nel 2024, la no-profit rimosse dal proprio regolamento il divieto esplicito di utilizzo dei propri strumenti a scopo militare, cominciando a collaborare con Washington allo sviluppo di software per la cybersecurity.
Un cerchio che si è chiuso a febbraio con un accordo esplicito, che ha messo ChatGPT a disposizione del Pentagono attraverso il programma GenAI.mil, per «tutti gli usi consentiti» dal regolamento di OpenAI. Da allora, esclusa la sorveglianza di massa e lo sviluppo di armi autonome, Washington ha accesso ai prodotti sviluppati da Altman e dal suo team, che hanno approfittato del rifiuto della concorrente Anthropic, fondata dal suo ex collaboratore Dario Amodei. «Non forniremo consapevolmente un prodotto che metta a rischio gli americani», aveva risposto Amodei al Pentagono. Scrupoli di coscienza che una volta tormentavano anche il fondatore di OpenAI. D’altronde, ricordò Altman nel 2016 spiegando al New Yorker la scelta di citare il padre della Marina nucleare americana sulla parete della sua sala conferenze, «alla fine della sua vita, (Rickover, ndr) disse che sarebbe stato meglio affondare tutto nell’Oceano». Chissà se tra qualche decennio penserà lo stesso della sua IA.

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