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Home » Esteri

La tregua tra Usa e Iran sembra reggere ma aleggia l’incertezza sui colloqui in Pakistan: cominceranno a domani

Immagine di copertina
Due edifici sono stati colpiti da un attacco aereo a Beirut, in Libano, il 31 marzo 2026. Credit: Frederic MUNSCH/SIPA / AGF

Volano ancora i missili tra Libano e Israele, i droni sorvolano il Kuwait e un oleodotto è stato colpito in Arabia Saudita. Ma Trump si dice “ottimista” e il cessate il fuoco tutto sommato resiste. Islamabad comincia ad accogliere i negoziatori di Washington e Teheran. La prossima settimana, forse, cominceranno i colloqui tra Tel Aviv e Beirut

Il fragile accordo di cessate il fuoco annunciato ormai tre giorni fa da Donald Trump tra Stati Uniti e Iran sembra reggere ancora, malgrado i continui attacchi di Israele in Libano e la reazione di Hezbollah, mentre il Pakistan si prepara ad accogliere le delegazioni inviate a Islamabad da Washington e Teheran per trattare la pace.
L’incertezza però continua ad aleggiare sui negoziati. I bombardamenti compiuti l’8 aprile da Israele in Libano, secondo i dati ancora provvisori del ministero della Salute di Beirut, hanno provocato almeno 303 morti e 1.150 feriti. Un massacro che rischia di mandare in fumo qualsiasi accordo diplomatico.

Accuse reciproche
Negli ultimi due giorni sia Israele, attraverso il premier Benjamin Netanyahu, che gli Stati Uniti, per bocca del presidente Trump e del suo vice JD Vance, si erano affrettati a chiarire che Hezbollah non era incluso nella tregua stabilita con la Repubblica islamica, nonostante l’annuncio esplicito in questo senso del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, considerato l’architetto del cessate il fuoco, e la sospensione delle operazioni da parte del gruppo armato sciita libanese dopo l’annuncio.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che guida i negoziati con Washington, aveva subito denunciato la violazione della tregua da parte di Usa e Israele. Neanche il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha usato mezze misure: quei raid, ha scritto ieri sui social, rendono i colloqui “privi di significato”. Accuse sostenute anche dal portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei: “Lo svolgimento di trattative volte a porre fine alla guerra dipende dal rispetto degli impegni del cessate il fuoco da parte degli Stati Uniti, in particolare in Libano”, ha detto il funzionario iraniano, citato dall’agenzia di stampa locale Isna. Nonostante le dichiarazioni provenienti da Teheran però, secondo quanto riporta il quotidiano statunitense The Wall Street Journal, una delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dallo stesso Ghalibaf è arrivata nelle scorse ore a Islamabad, dove domani si terranno, formalmente, i primi colloqui di pace tra Usa e Iran. Nella capitale pakistana è attesa anche la delegazione statunitense, che sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, affiancato dagli inviati speciali della Casa bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, quest’ultimo genero di Donald Trump e amico di famiglia di lunga data del premier israeliano Netanyahu. Una squadra di peso, tanto che il presidente Trump, intervenuto ieri ai microfoni dell’emittente Nbc, si è detto “molto ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo, pur riconoscendo le distanze tra le due parti.

Islamabad blindata
Per accogliere i delegati, il Pakistan ha trasformato la sua capitale in una città fantasma. Secondo una nota diramata dall’Ufficio del Vice Commissario di Islamabad, tra ieri e oggi le autorità hanno proclamato due giorni festivi in città, mentre le misure di sicurezza sono state portate al massimo livello. Il lussuoso Hotel Serena, situato all’interno della Zona Rossa governativa della capitale e destinato a ospitare le delegazioni, è stato evacuato dai suoi abituali clienti e trasformato nella scenografia di un summit storico, il cui esito però resta tutt’altro che scontato.
Proprio mentre Islamabad si preparava alla diplomazia, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif pubblicava sui social un post destinato a far rumore. Nel testo, poi cancellato, definiva Israele “una maledizione per l’umanità” e “uno Stato cancerogeno creato in terra palestinese per sbarazzarsi degli ebrei europei”, augurandosi che i suoi fondatori “brucino all’inferno”. La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere, con l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu che ha definito “oltraggiose” le parole di Asif. “Questa non è una dichiarazione che può essere tollerata da alcun governo, tantomeno da uno che si proclama arbitro neutrale per la pace”, ha fatto sapere il premier in una nota diramata dal suo ufficio, secondo cui Israele “si difenderà dai terroristi che ne minacciano la distruzione”. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha invece parlato di “sfacciate calunnie antisemite che incitano alla violenza”.

Il Libano brucia
La guerra intanto continua, almeno in Libano e Israele: nel cuore della notte tra ieri e oggi, le sirene d’allarme sono tornate a suonare nello Stato ebraico, da Tel Aviv fino ad Ashdod, sulla costa meridionale israeliana. Hezbollah ha rivendicato su Telegram diversi attacchi con missili e droni, tra cui due lanciati contro “gruppi di soldati” lungo il confine israelo-libanese e uno contro una città di frontiera. Le forze armate di Tel Aviv (Idf) hanno invece fatto sapere sui social di aver intercettato un missile diretto su Ashdod, che non ha provocato vittime, e di aver poi colpito nella notte una decina di lanciarazzi del gruppo armato sciita in Libano, pubblicando i filmati di uno dei raid.
Intanto il capo di Stato maggiore delle Idf, tenente generale Eyal Zamir, ha chiarito la posizione israeliana in Libano meridionale: “Le nostre forze sono in stato di guerra”, ha fatto sapere in un aggiornamento alle truppe. “Non c’è un cessate il fuoco. Continuiamo a combattere: questa è la nostra principale zona di combattimento”, ha aggiunto, affrontando anche la questione del fronte iraniano: “Qui vige un cessate il fuoco ma possiamo tornare a combattere in qualsiasi momento e con grande forza”.
Dall’inizio del conflitto, cominciato il 28 febbraio scorso, secondo una nota diramata dal ministero della Salute israeliano, Tel Aviv ha registrato 7.527 ricoveri per ferite di guerra, tra soldati e civili. Al momento 108 persone risultano ancora ricoverate e due versano in condizioni critiche.
Nello stesso periodo oltre 1.800 persone sono state uccise e almeno 5.873 sono rimaste ferite in Libano a causa dei bombardamenti di Israele, che non si sono ancora fermati. Almeno altri due morti sono stati provocati dai raid condotti nella notte dall’Idf nelle località meridionali di Meifdoun, nel distretto di Nabatieh, e di Hanaway, in quello di Tiro. Intanto il direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha chiesto a Tel Aviv di ritirare l’ordine di evacuazione diramato ieri dall’Idf sull’area di Jnah a Beirut, dove si trovano i due più importanti ospedali libanesi. I raid però non sono ancora avvenuti, il che fa sperare nella possibilità di un accordo negoziato.

Colloqui storici?
Sul fronte politico infatti, il premier israeliano Netanyahu ha annunciato ieri sera l’avvio di negoziati diretti con il Libano “al più presto”, il che costituirebbe un precedente storico. La conferma ufficiale è arrivata anche dagli Stati Uniti: un anonimo funzionario del dipartimento di Stato, citato dall’agenzia di stampa francese Afp, ha rivelato che “la prossima settimana” Washington “ospiterà un incontro per discutere i negoziati in corso sul cessate il fuoco tra Israele e Libano”. La riunione preparatoria, secondo quanto riporta il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, dovrebbe avvenire il 14 aprile, quando gli ambasciatori israeliano e libanese negli Stati Uniti si incontreranno nella capitale americana.
L’agenda di Tel Aviv è chiara: disarmo di Hezbollah in cambio della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. Il governo di Beirut, però, pone una condizione preliminare: un cessate il fuoco prima di qualsiasi trattativa. Da parte sua, tramite un membro eletto dal gruppo armato al Parlamento libanese, Hezbollah ha già fatto sapere di rifiutare “qualsiasi negoziato diretto con il nemico israeliano”. La strada, dunque, è tutt’altro che in discesa.

Il fronte del Golfo e di Hormuz
Mentre si negozia però, si continua a combattere. Il Kuwait ha accusato ieri l’Iran e i suoi alleati di aver lanciato droni contro “alcune infrastrutture vitali” dell’Emirato, in piena violazione del cessate il fuoco tra Usa e Iran. Le forze armate kuwaitiane hanno confermato, tramite una nota diramata sui social, quello che hanno definito un “attacco ostile”, il primo del genere nel Paese del Golfo dall’inizio della tregua. Le Guardie rivoluzionarie iraniane però hanno smentito ogni coinvolgimento, attribuendo eventuali raid a Israele o agli Stati Uniti. “Si tratta senza dubbio dell’opera del nemico sionista o dell’America”, si legge in un comunicato divulgato dai Pasdaran tramite l’agenzia di stampa ufficiale Irna.
Intanto le autorità dell’Arabia Saudita, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa ufficiale locale Spa, hanno confermato che gli ultimi attacchi contro il regno hanno danneggiato il cruciale oleodotto Est-Ovest, mettendo a rischio un decimo dei 7 milioni di barili di greggio trasportati ogni giorno da una costa all’altra della Penisola araba, aggirando lo Stretto di Hormuz, ancora sotto controllo iraniano.
Su questo punto, Trump è intervenuto direttamente sul suo social Truth, avvertendo Teheran di non imporre “pedaggi alle petroliere” nello Stretto. “Farebbero meglio a non farlo e se lo stanno facendo, farebbero meglio a smettere subito!”, ha scritto nella notte il presidente Usa che, in un secondo messaggio, ha chiarito: “Non era questo il nostro accordo!”. Intanto, secondo i dati di tracciamento del portale MarineTraffic, la nave MSG, battente bandiera gabonese, è stata la prima petroliera straniera a transitare per lo Stretto dopo la tregua, riuscendo a lasciare il Golfo senza incidenti. Il quadro che emerge è quello di una regione che prova a trattare la pace ma intanto si continua a combattere.

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