Il “caso” Spagna, l’esperto Pol Bargués a TPI: “L’Ue è un vassallo degli Usa, Sánchez ha una linea coraggiosa”
La Spagna ha preso le distanze dalla guerra all’Iran, rifiutando al Pentagono l’uso delle basi sul proprio territorio. Così ha riaperto il dibattito sulla nostra dipendenza da Washington. Pol Bargués, senior research fellow del CIDOB di Barcellona, spiega a TPI perché
«È una posizione coraggiosa, basata sulla difesa della pace e del diritto internazionale». Così Pol Bargués descrive la linea del governo spagnolo del premier Pedro Sánchez di fronte alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Una posizione che, nel panorama europeo, appare sempre più isolata e che apre interrogativi sul futuro dei rapporti tra Madrid e Washington, sul ruolo dell’Unione europea e sul dibattito – mai davvero risolto – sull’autonomia strategica del Vecchio continente. Bargués è senior research fellow e coordinatore della ricerca del CIDOB – Barcelona Centre for International Affairs, uno dei principali think tank europei dedicati all’analisi delle relazioni internazionali. Studioso di geopolitica, sicurezza e politica estera europea, da anni analizza le trasformazioni dell’ordine internazionale e il ruolo dell’Europa nei conflitti globali. La sua lettura della posizione spagnola è particolarmente rilevante perché arriva da uno dei centri di ricerca più autorevoli del Vecchio continente e da uno dei principali analisti spagnoli di politica internazionale. In questa intervista a TPI Bargués spiega perché il governo Sánchez abbia scelto una linea di forte distanza dall’intervento militare, quali tensioni questo possa generare con gli Stati Uniti e quali conseguenze potrebbe avere per il futuro dell’Europa.
Come descriverebbe la posizione del governo di Pedro Sánchez di fronte alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran?
«È una posizione coraggiosa, basata sulla difesa della pace e del diritto internazionale».
La Spagna ha condannato l’intervento militare e ha chiesto una de-escalation. Quali fattori spiegano questa posizione del governo spagnolo?
«A livello internazionale, il governo di Sánchez sta assumendo un ruolo di leadership a favore del dialogo, della negoziazione e del diritto internazionale. Non è una posizione radicale, anche se può sembrarlo quando la si confronta con quella di altri Stati europei, incapaci di prendere le distanze dalle posizioni degli Stati Uniti e di Israele anche quando queste violano il diritto internazionale. A livello nazionale, il governo si distingue dal Partito Popolare (PP), che invece accompagnò gli Stati Uniti nel loro intervento in Iraq nel 2003, con conseguenze dannose per la Spagna. Il fatto che Sánchez abbia utilizzato lo slogan “No alla guerra”, come era avvenuto nel caso dell’Iraq per fare opposizione al governo di Aznar, mobilita un sentimento fortemente radicato tra gli elettori spagnoli contro le guerre dell’Occidente in Medio Oriente».
Il governo di Sánchez ha anche rifiutato di permettere l’uso di basi statunitensi sul territorio spagnolo per operazioni contro l’Iran. Qual è l’importanza di questa decisione in termini politici e strategici?
«Sánchez non vuole che la sua opposizione alla guerra rimanga solo retorica e ha preso questa misura come principale carta per dimostrare coerenza con la sua posizione di “No alla guerra”».
La Casa bianca ha recentemente affermato che la Spagna avrebbe accettato di “cooperare” con le operazioni militari statunitensi, cosa che il governo spagnolo ha negato. Come si spiega questa contraddizione tra Washington e Madrid?
«Il governo spagnolo lo ha negato in ripetute occasioni».
Potrebbe spiegare meglio perché ritiene che la Casa Bianca abbia fatto questa affermazione se il governo spagnolo l’ha negata ripetutamente? Si tratta di una pressione politica o di una strategia di comunicazione da parte di Washington?
«Non posso saperlo con certezza, ma immagino che sia una misura di pressione: costringono la Spagna a dichiarare nuovamente che non vuole cooperare in questa guerra con gli Stati Uniti».
Crede che questo episodio rifletta una tensione più profonda nelle relazioni tra Pedro Sánchez e Donald Trump?
«Sánchez e Trump hanno visioni opposte delle relazioni internazionali. Sánchez si richiama al multilateralismo, al dialogo, al consenso e a un ordine basato sulle regole, mentre Trump punta su visioni unilaterali fondate su calcoli geo-strategici».
Trump è arrivato a menzionare possibili ritorsioni commerciali contro la Spagna. Fino a che punto queste tensioni possono influenzare le relazioni bilaterali tra i due Paesi?
«La Spagna non cerca lo scontro con gli Stati Uniti né un’escalation delle tensioni. Ma nemmeno a Trump conviene irrigidire i rapporti ed esercitare ritorsioni economiche contro la Spagna e quindi contro l’Unione europea».
Come si colloca la posizione spagnola rispetto a quella di altri Paesi europei di fronte a questa crisi?
«La maggior parte degli Stati ritiene che la dipendenza dagli Stati Uniti in campo economico, di sicurezza e di difesa sia così profonda da collocare l’Europa in una relazione di subordinazione, quasi vassallaggio, in cui non si mettono in discussione le decisioni di Washington. Questa percezione si accentua quando si pensa alla Russia e alla minaccia esistenziale che rappresenta. Si preferisce che gli Stati Uniti restino nel continente, anche se ciò significa accettarne le condizioni o le guerre. Ma questa è una strategia perdente, non solo perché consolida una relazione asimmetrica con gli Stati Uniti, ma anche perché indebolisce la capacità europea di agire come attore politico e strategico autonomo».
La Spagna sta cercando di svolgere un ruolo più autonomo nella politica estera europea rispetto agli Stati Uniti?
«L’Unione europea cerca da tempo un’autonomia strategica, ma quando si tratta di prendere le distanze (decoupling) anche dagli Stati Uniti, solo alcuni Stati membri sono disposti a farlo. La Spagna cerca di restituire all’Europa l’autonomia e l’autostima che ha perso».
Crede che questa crisi potrebbe accelerare il dibattito sull’autonomia strategica europea oppure, al contrario, rafforzare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti?
«Da quando c’è Trump, l’Ue ha firmato con gli Stati Uniti accordi che subordinano l’Europa agli Usa, invece di allontanarsene e rafforzare la propria autonomia. Le scommesse sull’autonomia strategica erano molto convincenti quando si trattava di allontanarsi da Russia e Cina, ma si è visto che non sono reali perché gli Stati membri sono incapaci di mettere in discussione gli Stati Uniti o di negoziare per proteggere gli interessi europei. C’è timore di un’Europa senza gli Usa».
Se la guerra si prolungasse, crede che potrebbe provocare divisioni più profonde all’interno dell’Unione europea riguardo al rapporto con gli Stati Uniti e alla gestione delle crisi internazionali?
«Più lunga sarà questa guerra, maggiore sarà la tensione tra gli Stati membri e tra gli Stati Uniti e gli europei. Se, per esempio, il blocco dello stretto di Hormuz dovesse continuare per mesi, le conseguenze per le crisi globali e per molte potenze potrebbero essere devastanti».
A suo avviso, come viene percepita dall’opinione pubblica spagnola la posizione del governo rispetto a questa crisi internazionale?
«In modo positivo. Gli spagnoli non nutrono simpatia né per Trump né per Netanyahu né per le loro avventure militari».
Che ruolo potrebbe giocare l’Unione europea per evitare un’ulteriore escalation del conflitto?
«Dovrebbe prendere le distanze dagli Stati Uniti e da Israele, condannare gli autori di questa guerra che non era necessaria, perché l’Iran non avrebbe attaccato. L’Ue dovrebbe anche unirsi ad altri attori della regione per costringere gli Stati Uniti a raggiungere un accordo con l’Iran, ma al momento questo sembra uno scenario da fantascienza».
Guardando ai prossimi mesi, quali scenari geopolitici considera più probabili per la regione e per la posizione dell’Europa?
«È una guerra essenzialmente guidata da Israele per indebolire politicamente e militarmente l’Iran e consolidarsi come potenza egemone nella regione. Probabilmente la guerra durerà più a lungo del previsto, con conseguenze economiche e di instabilità».