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Home » Esteri

I “padroni” di Washington: ecco chi c’è dietro la decisione di Trump di attaccare l’Iran

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu a una riunione del’Aipac nel 2018. Credit: AGF

Miliardari, lobby filo-israeliane, l’industria del petrolio e delle armi e think tank conservatori. Una fitta rete di finanziamenti lavorava da anni per spingere gli Usa alla guerra contro l’Iran. Ecco chi ne fa parte e perché

Dietro l’offensiva delle forze statunitensi contro l’Iran si muove una rete di finanziamenti opachi che collega ambienti conservatori, interessi dell’industria fossile e aziende della difesa. Secondo un’inchiesta del sito investigativo statunitense The Lever, negli ultimi anni queste risorse hanno sostenuto think tank e gruppi di pressione impegnati a spingere la politica estera americana verso una linea sempre più interventista contro Teheran. Il rovesciamento dell’attuale governo iraniano potrebbe aprire una lunga fase di instabilità nella regione. Eppure questo scenario è sostenuto da ambienti neoconservatori e da settori dell’industria energetica che, attraverso circuiti finanziari poco trasparenti, continuano a rafforzare la loro posizione a Washington finanziando organizzazioni favorevoli al cambio di regime.
Tra i principali canali di finanziamento rivelati dall’inchiesta, figura il Donors Trust, un potente fondo di “dark money” collegato al conservatore stratega Leonard Leo. Tra il 2020 e il 2023 l’organizzazione ha versato oltre 2,7 milioni di dollari al Center for Security Policy, think tank noto per le sue posizioni anti-musulmane e per il suo sostegno a politiche di sicurezza estremamente aggressive. Parte delle risorse gestite da Leo deriva da una donazione straordinaria di 1,6 miliardi di dollari effettuata dal miliardario conservatore Barre Seid. Lo stesso Seid ha contribuito al finanziamento del film anti-iraniano Obsession: Radical Islam’s War With the West, una produzione che negli anni ha alimentato la narrativa dello scontro tra Occidente e Islam.

Proficue collaborazioni
Accanto al Center for Security Policy opera un’altra organizzazione molto influente nel dibattito sulla politica verso l’Iran: la Foundation for the Defense of Democracies. Negli ultimi anni il think tank ha ricevuto oltre 1,6 milioni di dollari dalla Sarah Scaife Foundation, una delle fondazioni conservatrici più influenti degli Stati Uniti, sostenuta dalla ricchezza petrolifera e bancaria della famiglia Mellon. La fondazione è anche tra i finanziatori del piano politico Project 2025, un ambizioso progetto volto a riorganizzare profondamente l’apparato governativo statunitense in caso di ritorno al potere dei repubblicani.
Molti di questi think tank riuniscono ex funzionari delle amministrazioni di George W. Bush e dello stesso Trump; figure che da anni sostengono una politica estera interventista in Medio Oriente. Non sorprende dunque che diversi analisti vicini a queste organizzazioni abbiano invitato apertamente la popolazione iraniana a sfruttare la pressione internazionale per rovesciare il governo. Il Center for Security Policy è inoltre sostenuto da aziende della difesa, tra cui produttori delle bombe “bunker buster” utilizzate contro le strutture nucleari sotterranee iraniane durante la guerra dei 12 giorni. In numerosi interventi pubblici, i suoi ricercatori hanno sostenuto che l’Iran rappresenterebbe una minaccia diretta per la sicurezza degli Stati Uniti, arrivando a ipotizzare collaborazioni tra Teheran e cartelli della droga messicani.

Operazione Aipac Fury
All’interno di questo sistema di influenze un ruolo importante è svolto dalle lobby filo-israeliane negli Stati Uniti. Tra queste, l’organizzazione più potente è l’American Israel Public Affairs Committee, meglio nota come Aipac, uno dei gruppi di pressione più influenti di Washington. Aipac lavora da decenni per rafforzare l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele e per promuovere politiche molto dure nei confronti dell’Iran, considerato dal governo israeliano il principale avversario regionale. L’organizzazione esercita una forte pressione sul Congresso, sostenendo candidati favorevoli alla cooperazione militare con Israele e promuovendo sanzioni e misure di contenimento contro Teheran.
Negli ultimi anni Aipac ha rafforzato ulteriormente la propria presenza politica creando comitati di spesa elettorale capaci di investire decine di milioni di dollari nelle campagne dei candidati al Congresso. Questa capacità finanziaria ha contribuito a consolidare un ampio consenso bipartisan su molte politiche favorevoli a Israele. Secondo diversi analisti, la sovrapposizione tra la lobby filo-israeliana e i think tank neoconservatori rappresenta oggi uno dei principali motori della politica statunitense verso il Medio Oriente. Molte delle organizzazioni che promuovono una linea dura contro l’Iran condividono infatti finanziatori, consulenti e reti di influenza.

Il ritorno dei Neocon
Un altro nodo centrale di questa rete è la Vandenberg Coalition, think tank fondato nel 2021 per rilanciare una politica estera interventista. Nel 2025 l’organizzazione ha pubblicato un manifesto intitolato “Deals of the Century: Solving the Middle East”, che propone un rafforzamento dell’alleanza militare con Israele e un approccio molto più aggressivo nei confronti dell’Iran. A guidare il gruppo è Elliott Abrams, figura storica del neoconservatorismo americano e già protagonista delle politiche interventiste dell’amministrazione Bush. Abrams fu coinvolto nello scandalo Iran-Contra, ma negli anni ha continuato a esercitare grande influenza a Washington, ricoprendo ruoli diplomatici sia sotto Trump sia sotto l’amministrazione di Joe Biden.
Attorno alla Vandenberg Coalition si è così ricostruita una rete di gruppi sostenuti da donazioni opache e collegati sia all’industria della difesa sia alla lobby filo-israeliana. Nei consigli direttivi di queste organizzazioni siedono spesso rappresentanti del settore militare e di altri think tank interventisti come l’American Enterprise Institute.

Tutti i rischi
La guerra finalizzata al cambio di regime in Iran porta con sé una serie di conseguenze imprevedibili. Il Paese conta quasi 92 milioni di abitanti e un territorio vastissimo, più del triplo di quello dell’Iraq. Le forze armate iraniane superano il mezzo milione di effettivi e combattono sul proprio territorio, con tutti i vantaggi strategici che ciò comporta. Inoltre l’Iran è uno Stato multietnico: i persiani rappresentano circa il 60% della popolazione, mentre azeri, curdi e altre minoranze costituiscono una parte significativa del Paese. Il protrarsi del conflitto innescherebbe con molte probabilità rivolte locali, repressioni e una lunga fase di instabilità.
Ma gli effetti si estenderebbero ben oltre i confini iraniani. Teheran esporta oltre un milione di barili di petrolio al giorno e controlla lo stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. La guerra potrebbe destabilizzare – come già sta facendo – l’intero Golfo Persico e mettere sotto pressione gli stessi alleati regionali degli Stati Uniti. L’intreccio tra lobby politiche, think tank e grandi finanziatori dimostra quanto la politica estera americana sia spesso influenzata da reti di potere economico e ideologico. E mentre il confronto con l’Iran si intensifica, il rischio è che la nuova guerra in Medio Oriente sia anche il risultato di una lunga battaglia combattuta dietro le quinte da fondazioni, lobby e miliardari.

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