Congresso di Verona: i relatori citano Pasolini e Bauman, ma di famiglia e capitalismo non hanno capito nulla

È sbagliato pensare che la famiglia sia sempre un argine al dilagare del capitalismo e dei modelli neo-liberisti

Di Giampiero Cinelli
Pubblicato il 30 Mar. 2019 alle 17:06 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:45
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Credit: ANSA/FILIPPO VENEZIA

Era difficile da immaginare, ma anche gli intellettuali di sinistra vengono usati dai principali esponenti della manifestazione per la famiglia, in corso a Verona, per perorare la loro causa.

In questo video, a partire dal minuto 6.15, l’avvocato Gianfranco Amato – presidente dell’associazione “Giuristi per la Vita” e tra i relatori al Congresso veronese – (note le sue posizioni per l’abolizione del divorzio, dell’aborto e delle unioni civili) mentre risponde a un giornalista di Piazza Pulita fa leva addirittura su Pier Paolo Pasolini, invitando l’interlocutore a leggere “Scritti Corsari” e riprendendo la riflessione secondo cui l’istituzione familiare sia messa sotto attacco dal capitalismo sfrenato.

A questo punto è importante discernere. Non possiamo negare che Pasolini avesse considerato le implicazioni della modernità sulle classiche istituzioni sociali, sostenendo che in una società a capitalismo avanzato la cellula familiare diventi non più centrale e necessaria, ma affermò che la famiglia stessa era un ottimo canale per il consumismo.

Perché a ogni membro di questa era riservato qualche prodotto, oltre a esistere merci pensate proprio per la famiglia (il frigorifero, la lavatrice ad esempio). Va ricordato inoltre che Pasolini criticò sempre la famiglia piccolo-borghese superficiale e dedita solo alle spese per le distrazioni mondane.

Troppo facile insomma interpretare l’intellettuale friulano a seconda delle proprie esigenze retoriche. Inoltre, D’Amato non scomoda soltanto Pasolini nel suo intervento, ma si serve pure del concetto di “società liquida” di Zygmunt Bauman, celebre sociologo riconducibile certamente a una cultura progressista.

E in generale l’avvocato sembra essere allineato con le teorie di Diego Fusaro, il giovane filosofo marxista che denuncia la volontà di distruggere la famiglia per rendere gli individui più fragili, manipolabili e capaci solo di consumare. Questi riferimenti sono riscontrabili anche in altre interviste di Amato e non solo nel video preso in esame.

Tuttavia, l’idea della famiglia come residuo di moralità e argine al consumismo andrebbe soppesata, così come il mantra fusariano lascia il tempo che trova. L’antidoto a questa società alienante e dura non sta necessariamente nel modo di stabilire i rapporti sociali, ma si trova semplicemente nel minarne i fondamenti economici.

Non stiamo male perché non abbiamo più valori, non andiamo in chiesa e non ci sposiamo più. Stiamo male perché il sistema distribuisce i profitti in un certo modo e subordina la politica alla finanza.

Tra l’altro è soprattutto per questo che molte persone non costruiscono più una famiglia. Si può essere difensori della famiglia e della tradizione, ma bisogna smetterla di mischiare questi temi sovrastrutturali con la questione del modello di sviluppo.

Ricordiamoci infatti, che negli anni Settanta si provò ad alleviare le asprezze della modernità proprio con esperimenti che con la normale famiglia avevano poco a che vedere, ossia le comuni.

Gruppi di individui, o anche famiglie diverse, si mettevano assieme sotto uno stesso tetto, condividendo i profitti generati dal lavoro manuale su terreni che gestivano o anche dalle proprie professioni.

Esisteva tra loro un implicito principio di solidarietà, sostegno e, in certi casi – ma più negli esempi americani – la pratica della poligamia. Tale meccanismo cooperativo, a quei tempi patrimonio comune del pensiero di sinistra, voleva abbattere i capisaldi dell’economia di mercato, basata sul surplus.

Del resto, guadagnare più di quanto si è speso è fondamentale proprio per la famiglia borghese, che quindi non può sottrarsi alle logiche della competizione. Competizione in cui sicuramente i capi famiglia, spesso lavoratori subordinati nella vita, erano immersi.

Altre cosa, invece, sono le forme di sussistenza, o comunque di ripartizione equa, proprie dei modelli comunitari. Per questo è sicuramente azzardato vedere alcuni pensatori progressisti come alleati dei conservatori, e allo stesso tempo può essere poco corretto ritenere la famiglia un nucleo naturalmente in contrasto con i valori del neo-liberismo.

Il dibattito in merito dovrebbe forse essere scevro da nessi politico-economici, che molti oggi tentano di stabilire. E il giudizio sulla “forma famiglia” merita di essere del tutto soggettivo, non politico, rispondendo solamente alle sensibilità individuali e allo spirito del tempo.

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