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Brexit, se non si trova un accordo la palla passa al Wto

Né l’Unione europea né il Regno Unito hanno carta bianca: in caso di mancata intesa entreranno in vigore le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 4 Gen. 2019 alle 17:09 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:04
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Immagine di copertina
Credit: NIKLAS HALLE'N / AFP

Quando la Commissione europea ha reso noti i suoi piani di emergenza in diversi punti programmatici in caso di no-deal Brexit poco prima di Natale, la maggior parte del dibattito si è concentrata su temi caldi quali i diritti dei cittadini, i trasporti, le transazioni finaziarie e tutte quelle materie in cui, in caso di mancato accordo di divorzio, le parti potrebbero comunque riparare o limitare i danni.

Tutti questi dubbi, spesso vere e proprie paure, hanno dimostrato una certa flessibilità per trovare almeno piccoli accordi all’ultimo minuto, evidenziando il marcato desiderio di evitare quello che sarebbe un vero e proprio salto nel vuoto.

Ma queste, è bene sottolinearlo, sono tutte aree in cui né l’Ue né il Regno Unito sono vincolati da regole internazionali che vanno oltre il loro potere decisionale. Regole sulle quali, potremmo dire, esercitano “piena sovranità”. In altre parole, ci sono delle sfere di competenza in cui ambedue le parti non si possono ritenere con le mani libere del tutto. Una di queste è il commercio.

In particolare, entrambi, Ue e Regno Unito, devono seguire le regole della “nazione più favorita” del World Trade Organization, alias Organizzazione Mondiale del Commercio. Tale istituzione è il vero e proprio notaio e arbitro del commercio mondiale e la Mfn (most favoured nation) è uno dei suoi muri portanti.

Ma cosa prevede in pratica la regola Mfn?

La regola impone di esercitare parità di trattamento a tutti i paesi con i quali non si hanno accordi di libero scambio o di unione doganale che riguardino tutti o parte dei loro scambi.

Il Regno Unito e l’Unione europea finirebbero quindi, in caso di no-deal, per riscuotere le stesse tariffe doganali sulle esportazioni della controparte come fanno al momento con paesi come gli Stati Uniti, il Brasile o l’India, dove non sono presenti accordi – come citato in precedenza – di libero scambio e unione doganale.

Comportamento che sarebbe non figlio di ripicche o punizioni reciproche, ma di regole internazionali che né il Regno Unito e tantomeno l’Unione europea hanno potere di violare.

La Commissione Ue, mettendo in guardia i restanti componenti del condominio europeo in caso salti l’accordo di divorzio, ha sottolineato come gli stati membri debbano essere pronti  dalla data di ritiro ad applicare il codice doganale dell’Ue e le norme pertinenti in materia di imposte indirette a tutte le importazioni da e verso il Regno Unito. Monito che è un logico modo di ricordare che senza accordo, le regole sul commercio sono quelle del notaio (o se preferite arbitro) Wto.

Tutto ciò si applicherà, ovviamente, anche agli scambi transfrontalieri tra Irlanda e Irlanda del Nord, poiché diventerà una nuova “frontiera” tra l’UE e un “paese terzo” non UE (il Regno Unito).

Ciò non sarà imposto, come detto, a causa della cattiva volontà e della mancanza di flessibilità dell’Ue, ma dall’applicazione delle regole del World Trade Organization. Ovviamente, anche il Regno Unito sarà vincolato da quelle regole in materia di commercio attraverso quel nuovo confine. Quello che si potrebbe fare, ipoteticamente e solo per limitare i costi ma non i controlli, è azzerare le tariffare doganali.

Allora, se si possono abbassare o eliminare le tariffe, dove sta il problema?

In teoria, provando a fantasticare, il Regno Unito potrebbe evitare l’imposizione di tariffe per gli scambi con l’Ue e attenersi alle regole del Wto, ma dovrebbe in questo caso ridurre a zero qualsiasi dazio dalle importazioni su tutti gli altri paesi del mondo.

Ciò danneggerebbe sia l’industria sia l’agricoltura eliminando ogni protezione per le imprese e gli agricoltori dalle importazioni più economiche per costo del lavoro e qualità, facendo concorrenza sleale agli operatori locali.

Inoltre, se proprio bisogna dirla tutta, Londra perderebbe qualsiasi peso e influenza nei negoziati successivi di accordi di libero scambio con paesi al di fuori dell’Ue. Il perché? Chi sarebbe interessato a concludere accordi commerciali con un paese che già ha eliminato le tariffe in ingresso?

Fra le altre cose, poi, l’Ue non sarebbe costretta a ridurre le sue tariffe sulle esportazioni britanniche e quindi ricambiare il “favore”.  I paesi dell’Ue, che a livello commerciale operano in blocco unico, non elimineranno la loro “protezione commerciale” dal resto del mondo solo per mantenere l’accesso in esenzione da dazi al mercato, seppur altamente appetibile, del Regno Unito. Il perché? Per la regola del MFN lo dovrebbero fare con tutti i restanti stati del mondo. O tutti o nessuno, salvo, come detto prima, la presenza di accordi di libero scambio o unione doganale.

Il Wto, in buona sostanza, promuove il commercio mondiale e gli accordi fra stati ma, in assenza, impone che si applichino le sue per non creare discriminazioni facendo quindi “figlie e figliastri”.

Infine, uno scenario senza accordo significherà anche che, a partire dal 29 marzo 2019, il Regno Unito perderebbe il beneficio di tutti gli accordi di libero scambio con cui opera in virtù della sua appartenenza all’Ue con il resto dei paesi del mondo. Questi coprono una parte sostanziale delle esportazioni britanniche, oltre al 44 per cento che finiscono all’ interno dell’Unione europea.

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