Quali mostre vedere a Roma nel mese di luglio 2026?
Palazzo delle Esposizioni: Mario Schifano “Mario Schifano”. Fino al 12 luglio 2026
Ancora pochi giorni per visitare questa bella mostra retrospettiva dell’artista. E’ un viaggio nel tempo e nell’immagine quello che il Palazzo delle Esposizioni di Roma propone, celebrando uno dei protagonisti più eclettici del secondo Novecento italiano: Mario Schifano. La mostra, curata da Daniela Lancioni, non è solo una cronistoria, ma un’immersione profonda nel flusso creativo del “pittore puma”.
Il percorso espositivo cattura l’evoluzione di un artista che ha fatto della pittura un linguaggio instabile. Si parte dai monocromi degli anni Sessanta, fino all’irruzione della cultura Pop con opere come Futurismo rivisitato a colori (1965), passando per i celebri Paesaggi TV.
La mostra dedica spazio anche agli esordi: E grazie ad una foto esposta, che lo ritrae insieme al suo amico artista Giuseppe Uncini sulla terrazza, (del quale vi consiglio una bella mostra retrospettiva in essere alla galleria Capitolium curata da Enrico Mascelloni via delle Mantellate,14 che fu tra l’altro un altro loft di Schifano), sono riuscito appunto ad individuare il suo studio a fontana di Trevi che cercavo da tempo e che nessuno ricordava. Nel 1959 infatti Schifano lo condivise con l’artista Renato Mambor a Piazza Scanderbeg 47. Proprio su quella terrazza, l’artista realizzò i suoi pionieristici lavori in cemento. Purtroppo la convivenza con Mambor durò appena un mese. La vista su Roma da quella terrazza era totale. Ancora più ampia però era la veduta dalla casa dell’avvocato Gianni Agnelli che si trovava ancora più su della sua, verso il Quirinale. Palazzo Albertini dal nome del senatore socialista e ideatore del giornale il Corriere della Sera, era infatti la dimora più alta di Roma . Nella esposizione è stata ricreato il salone con le pareti ricoperte dai suoi lavori.
Questo spirito sperimentale si ritrova in tutta la sua carriera e la celebre collaborazione con la famiglia Agnelli ne è l’ennesima dimostrazione. Il lavoro svolto per la casa di Gianni Agnelli, l’Avvocato, rappresenta un dialogo unico dove l’estetica pop di Schifano ha saputo contaminare con naturalezza il rigore dei palazzi nobiliari, superando la bidimensionalità della tela per fondersi con l’architettura d’interni.
La rassegna restituisce così la vitalità di un artista che ha saputo anticipare la nostra contemporaneità.

Palazzo Esposizioni Roma: Marco Tirelli “Anni Luce”. Fino al 12 luglio 2026
Il lavoro di Marco Tirelli si configura come una vasta indagine ontologica dove la pittura diventa il medium per interrogare la natura stessa della percezione visiva; un progetto espositivo straordinario a cura di Marco Codognato in cui tutte le opere sono state concepite e realizzate da Marco Tirelli esclusivamente per questi spazi del Palazzo delle Esposizioni, creando un legame indissolubile tra la tela e l’architettura che la ospita. Attraverso opere di grandi dimensioni, come le serie dei Volumi e delle Proiezioni, Tirelli costruisce un ambiente in cui l’oggetto, sottratto a qualsiasi finalità funzionale, viene isolato nel buio siderale della tela, assumendo una valenza totemica e sospesa. La tecnica dell’artista, che prevede una sovrapposizione minuziosa di velature cromatiche e un uso sapiente della luce radente, permette di dare a queste figure un volume che sembra fluttuare oltre la superficie bidimensionale, ingannando l’occhio umano e costringendolo a riconsiderare il rapporto tra realtà fisica e percezione mentale. L’allestimento al Palazzo delle Esposizioni, studiato dall’artista stesso per accogliere queste presenze silenziose, trasforma l’intero percorso in una sorta di architettura del vuoto, dove ogni quadro funge da fulcro meditativo capace di dialogare con lo spazio circostante, portando il visitatore a smarrire i punti di riferimento spazio-temporali consueti e ad immergersi in una dimensione atemporale in cui l’ombra non è assenza di luce, ma soglia cognitiva che precede la rivelazione della forma.

Museo dell’Ara Pacis: “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza”. Fino al 4 ottobre 2026
C’è un filo invisibile ma indissolubile che lega il rigore geometrico dell’arte classica alla provocazione visiva del ventesimo secolo. Questo legame si fa tangibile negli spazi del Museo dell’Ara Pacis, che ospita la grande mostra retrospettiva “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza”.
L’esposizione rappresenta il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo itinerante che ha già conquistato il pubblico di Venezia e Milano, ma che a Roma trova la sua ideale e definitiva consacrazione.
Curata con precisione filologica da Denis Curti e promossa da Roma Capitale in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, la mostra ordina oltre 200 fotografie attraverso un percorso diviso in otto sezioni.
L’intuizione del curatore è tanto semplice quanto potente: spogliare l’opera di Mapplethorpe dall’etichetta riduttiva di “scandalo” per restituirle lo status di accademia. Mapplethorpe non fotografava semplicemente dei soggetti; usava l’obiettivo della sua Hasselblad per scolpire lo spazio, cercando in ogni composizione una perfezione formale e un rigore geometrico maniacali.
Tra i corridoi della mostra emergono aneddoti che illuminano la personalità ossessiva dell’artista. Mapplethorpe, pur avendo scelto la fotografia come mezzo d’elezione, si è sempre considerato, intimamente, uno scultore. Si racconta che studiasse la luce per ore sul corpo dei suoi modelli prima di scattare un singolo fotogramma, pretendendo l’immobilità assoluta tipica delle statue di marmo.
La tappa romana, inoltre, svela dettagli rari sul profondo rapporto tra il fotografo e l’Italia, paese di cui amava la tradizione rinascimentale, l’architettura e la statuaria classica. Nelle sue immagini, il chiaroscuro non è un vezzo tecnico ma un tributo diretto alla drammaticità di Caravaggio e alla plasticità di Michelangelo.
Le oltre duecento immagini esposte spaziano tra i generi prediletti dall’autore: dai celebri fiori ai nudi monumentali, fino ai ritratti di celebrità.
I ritratti della cultura pop: Spiccano i volti magnetici di icone del cinema, della musica e dell’arte del calibro di Yoko Ono, David Byrne, Richard Gere e uno straordinario e intenso Donald Sutherland (scatto del 1983), in cui il gioco delle ombre scava il volto del soggetto restituendone la pura intensità psicologica.
La perfezione del nudo: Opere iconiche come Derrick Cross (1983) o Wrestler (1989) mostrano corpi maschili e femminili trattati alla stregua di colonne greche o bronzi antichi. I dettagli dei muscoli in tensione e la simmetria geometrica dei corpi isolati sullo sfondo scuro azzerano la componente erotica per elevare il soggetto a una dimensione sacra, atemporale e monumentale.
Le nature morte: I celebri fiori di Mapplethorpe (raccorciati magistralmente nel volume postumo Flowers) non sono semplici elementi decorativi. Trattati con la stessa luce tagliente riservata ai corpi, i petali e gli steli dei suoi gigli o dei suoi tulipani assumono forme sinuose, quasi anatomiche, vibranti di una bellezza geometrica tagliente.
L’esposizione all’Ara Pacis dimostra perché, a distanza di decenni dalla sua scomparsa (avvenuta nel 1989), l’arte di Mapplethorpe non sia invecchiata a differenza di molta arte di protesta a lui contemporanea. Come sottolineato dallo stesso Denis Curti, “la bellezza classica è senza tempo, e Mapplethorpe era, prima di tutto, un grandissimo fotografo classico”. Una mostra necessaria, che riconcilia la modernità dello sguardo con l’eterna ricerca dell’assoluto.

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo: “Tragicomica”. Fino al 20 settembre 2026
L’ambizioso progetto espositivo curato da Andrea Bellini e Francesco Stocchi delinea una parabola audace dell’arte italiana, dove l’ironia agisce come un dispositivo di indagine politica e filosofica volto a scardinare le certezze dal secondo Novecento a oggi. In un percorso che oscilla magistralmente tra lo sberleffo e il lutto, i capolavori concettuali di Piero Manzoni, con le sue iconiche provocazioni sulla mercificazione, e le mitologie ludiche di Pino Pascali, che trasforma l’arsenale bellico in giocattolo, dialogano con l’enigmatica ricerca sull’immortalità di Gino De Dominicis, evocata dalla presenza ieratica della sua Calamita Cosmica. Il cinismo poetico di Maurizio Cattelan si specchia nelle fragilità monumentali di Lara Favaretto, capace di nobilitare l’estetica del crollo e dell’obsolescenza, mentre la pittura densa di simboli ancestrali di Enzo Cucchi e le installazioni colte di Felice Levini sfidano la gravità della storia con un linguaggio beffardo e antiautoritario.
La mostra celebra maestri che hanno fatto del paradosso la propria cifra esistenziale: Michelangelo Pistoletto, i cui quadri specchianti distruggono la barriera tra finzione e realtà includendo lo spettatore nella commedia umana, e Aldo Mondino, che con spirito dissacrante ha utilizzato materiali poveri o commestibili per decostruire i riti della tradizione e dell’esotismo. La narrazione si espande attraverso le stratificazioni di Giulio Paolini, le cancellature di Emilio Isgrò e le visioni esoteriche di Vettor Pisani, approdando alla contemporaneità con le dissacranti riletture pop di Francesco Vezzoli e i video ipnotici di Diego Marcon, come The Parents’ Room, che esplorano l’orrore celato dietro la facciata domestica.
Questa operazione culturale evoca un parallelo necessario con la celebre mostra “Enjoy”, curata da Danilo Eccher al Chiostro del Bramante anni fa: se in quel caso l’accento era posto sulla partecipazione ludica, sulla meraviglia e sullo stupore sensoriale, “Tragicomica” ne sposta il baricentro verso una dimensione più dolente e politica. Qui il divertimento non è mai fine a se stesso, ma diventa una maschera pirandelliana, dimostrando che il registro grottesco e la riflessione antropologica di artisti come Monica Bonvicini sono gli unici strumenti autentici per interpretare la crisi dell’identità e la perenne, tragicomica messinscena della condizione umana.

Robert Doisneau al Museo del Genio: Robert Doisneau. Fino al 19 luglio 2026
La retrospettiva dedicata a Robert Doisneau presso il Museo Storico e di Cultura dell’Arma del Genio a Roma si configura come un imponente romanzo visivo che attraversa l’intero Novecento, articolandosi in un percorso espositivo di oltre 140 stampe originali ai sali d’argento che svelano la genesi biografica e la maturità artistica di un autore nato a Gentilly nel 1912 e formatosi tra i banchi di una scuola di incisione e litografia. Questa solida base tecnica, affinata durante gli anni passati come fotografo industriale presso le officine Renault, ha permesso a Doisneau di sviluppare un rigore compositivo straordinario che egli seppe poi mettere al servizio della Resistenza francese durante l’Occupazione nazista, falsificando documenti d’identità e tessere annonarie per i partigiani, un impegno civile che si riflette nella profonda dignità umana con cui ha sempre ritratto ogni suo soggetto. Il cuore pulsante della mostra è rappresentato dalle iconiche persone della strada, una folla anonima di innamorati, venditori ambulanti, operai e clochard che Doisneau amava definire i veri custodi della poesia parigina, immortalati in scatti celebri come “Le Baiser de l’Hôtel de Ville” del 1950, opera simbolo di un dopoguerra desideroso di tenerezza che, seppur frutto di una messa in scena per la rivista Life con due giovani attori, conserva intatta la forza di un sentimento universale. Accanto a questo capolavoro, il percorso approfondisce la serie “Le Regard Oblique” del 1948, un esperimento di osservazione sociale in cui il fotografo, appostato all’interno della galleria di Romi a Parigi, catturò le reazioni segrete e spesso imbarazzate dei passanti davanti a un dipinto di nudo femminile, rivelando la sua natura di “pescatore di immagini” capace di attendere l’istante perfetto per svelare l’autenticità dei sentimenti umani. La mostra dedica ampio spazio anche all’infanzia negata ma resiliente delle banlieue, con scatti come “Les Hélicoptères” o i bambini che giocano tra le macerie, dove il gioco diventa un atto di resistenza poetica contro la povertà, mentre una sezione più intima svela i ritratti dei grandi geni del secolo, tra i quali spicca l’iconica immagine di Pablo Picasso scattata a Vallauris nel 1952. In questa celebre fotografia, intitolata “Les pains de Picasso”, l’artista spagnolo è seduto a tavola e sembra avere delle enormi mani gonfie, che in realtà sono dei panini tipici chiamati “picasso” posti strategicamente davanti a lui; questo scatto non solo testimonia la profonda complicità e l’amicizia tra il fotografo e il pittore, ma incarna perfettamente l’ironia di Doisneau, capace di spogliare i giganti dell’arte della loro aura sacrale per restituirne la dimensione più ludica, domestica e profondamente umana.
Il percorso prosegue con i ritratti di Alberto Giacometti ripreso nel disordine polveroso del suo atelier di rue Hippolyte-Maindron e le intense collaborazioni con scrittori come Blaise Cendrars e Jacques Prévert, che condividevano con lui la visione di una Parigi popolare e magica. L’esposizione documenta anche l’evoluzione delle tecniche di stampa, mostrando come Doisneau curasse personalmente la resa dei grigi e dei neri per enfatizzare l’atmosfera nebbiosa e malinconica della sua città, integrando nel percorso provini a contatto, macchine fotografiche originali e appunti autografi che permettono di seguire il processo mentale dietro ogni inquadratura. L’allestimento all’interno del Museo del Genio, tra cimeli militari e architetture monumentali del Lungotevere, crea un dialogo silenzioso tra la Storia con la “S” maiuscola fatta di strategie e fortificazioni e la “micro-storia” di Doisneau fatta di baci rubati e sorrisi di periferia, arricchendo l’esperienza del visitatore con documenti d’archivio inediti e video-interviste d’epoca che mostrano il volto di un artista che ha saputo trasformare la banale cronaca dei bistro e delle stazioni ferroviarie in un’indagine antropologica sulla felicità possibile, invitando il pubblico contemporaneo a riscoprire il valore di uno sguardo lento e partecipe in un mondo dominato dalla velocità digitale, confermando Doisneau non solo come un testimone del suo tempo, ma come un poeta della luce che ha saputo estrarre il sacro dal profano della vita quotidiana, rendendo ogni passante un protagonista immortale della storia dell’arte. Unica critica ? Quella di non aver usato i vetri antiriflesso che con le luci sparate sulle foto disturbano abbastanza la vista . E ve lo dice uno che di mostre del celebre fotografo ne ha viste tante a Parigi a Torino fino a quella di Bologna recentemente.

Musei Capitolini Palazzo Caffarelli: “Giorgio Vasari a Roma”. Fino al 19 luglio 2026
Questa straordinaria rassegna capitolina celebra il genio poliedrico di Giorgio Vasari, pittore, architetto, scenografo e biografo, evidenziando il legame viscerale tra l’artista aretino e la Città Eterna attraverso un’accurata selezione di opere che spaziano dai disegni autografi ai dipinti monumentali, tra cui spicca per intensità drammatica e maestria tecnica la celebre “Deposizione di Cristo”. L’esposizione non si limita a tracciare l’evoluzione stilistica del Maestro attraverso i suoi minuziosi studi preparatori per i grandi cicli decorativi della Sala Regia in Vaticano, ma ne sancisce definitivamente il ruolo di intellettuale totale, mettendo in dialogo la sua complessa produzione pittorica con la stesura del suo capolavoro letterario, “Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”. Questo trattato monumentale, presentato e rielaborato costantemente durante la sua vita per documentare il progresso delle arti, viene qui celebrato come l’atto di nascita della storiografia moderna, capace di codificare per la prima volta concetti cardine come quello di “Rinascita” e di offrire una narrazione organica e critica dell’arte italiana da Cimabue fino all’apoteosi michelangiolesca. Approfondendo il contesto delle committenze pontificie sotto i regni di Paolo III e Pio V, l’articolo mette in luce come Vasari sia riuscito a orchestrare un linguaggio visivo celebrativo e sofisticato, rendendolo l’architetto non solo di prestigiosi palazzi e apparati effimeri, ma della memoria stessa della bellezza occidentale, consolidando un’eredità culturale che ancora oggi definisce il nostro modo di interpretare il genio artistico.

Chiostro del Bramante: “Flowers-Meravigliosa Natura”. Fino al 6 settembre 2026
Nel cuore pulsante di Roma, il Chiostro del Bramante ospita un’esperienza che unisce natura, storia e tecnologia: la mostra “Flowers. Dal Rinascimento all’intelligenza artificiale”. Curata da Franziska Stöhr con Roger Diederen, in collaborazione con Suzanne Landau, l’esposizione segna un nuovo capitolo per lo spazio romano, pur mantenendo l’approccio immersivo reso celebre dalle precedenti rassegne di Danilo Eccher. Il protagonista indiscusso è Austin Young (del collettivo Fallen Fruit), autore della spettacolare installazione Temple of Flowers nel cortile: una cascata di teli e decorazioni floreali che avvolge le arcate rinascimentali, trasformando il pavimento e le pareti in un giardino psichedelico e vibrante.
Il percorso espositivo è un viaggio attraverso cinque secoli di arte, dove capolavori storici dialogano con le avanguardie digitali. Accanto ai maestri del passato come Jan Brueghel il Vecchio, Margherita Caffi, Filippo Napoletano e Pietro Neri Scacciati, la mostra schiera una parata di nomi contemporanei di calibro internazionale. Spiccano le opere di Ai Weiwei, che utilizza il fiore come simbolo di resistenza, e le affascinanti sperimentazioni cinetiche dello Studio Drift, con l’opera Meadow in cui fiori robotici riproducono il ritmo biologico della natura. Si incontrano inoltre le sculture metalliche di Zadok Ben-David, che creano foreste incantate, e i bouquet barocchi realizzati con materiali di recupero da Ann Carrington.
La ricerca prosegue con le visioni di Eugenio Tibaldi, che indaga il rapporto tra vegetazione e aree urbane, e le sculture di cera naturale di Tomáš Gabzdil Libertíny, realizzate in simbiosi con le api. Non mancano le esplorazioni digitali e in realtà aumentata di Tamiko Thiel e le opere fotografiche e concettuali di Tracey Bush e del duo Rob and Nick Carter. Ogni intervento, dalle raffinatezze preraffaellite di Edward Burne-Jones alle installazioni di Kapwani Kiwanga, contribuisce a una narrazione corale sulla bellezza e la fragilità del nostro pianeta. “Flowers” non è quindi solo una rassegna estetica, ma un invito a ritrovare uno stupore autentico di fronte al miracolo della vita, confermando il Chiostro del Bramante come il luogo ideale per una fioritura interiore nel centro della Capitale. Vi consiglio di andare a vedere questa bella e interessante mostra quando siete incavolati con il mondo. Solo allora si che scoprirete i suoi effetti benefici.

Centrale Montemartini “Moda in luce 1955-1975″. Fino al 15 novembre 2026
La Centrale Montemartini di Roma ospita la mostra “Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale” L’esposizione unisce l’archeologia industriale della prima centrale elettrica romana alla storia del Made in Italy, raccontando i vent’anni d’oro del design, del cinema e del costume.
La mostra è curata da Fabiana Giacomotti, storica del costume e saggista, ed è promossa da Roma Capitale in collaborazione con l’Archivio Luce.
Il pubblico può scoprire oltre 150 foto d’epoca e installazioni multimediali che dialogano con 27 abiti storici originali, molti dei quali inediti.
Tra i pezzi esposti spiccano le creazioni di leggendarie maison come Valentino e Fendi, affiancate da quelle di storiche sartorie artigianali romane. Questi abiti non sono semplici oggetti di tessuto, ma rappresentano: La nascita del Made in Italy: Raccontano il passaggio storico in cui l’alta moda italiana si è imposta a livello internazionale, trasformando le strade e i monumenti di Roma in vere e proprie passerelle a cielo aperto. Il legame con il cinema e la TV: Molti modelli testimoniano la stagione della “Hollywood sul Tevere” e lo stretto legame con le produzioni della Rai, vestendo dive e icone dello spettacolo dell’epoca. L’innovazione industriale: Evidenziano l’evoluzione tecnica dei materiali, grazie anche a sezioni dedicate a grandi eccellenze tessili e alla Snia-Viscosa, simbolo della produzione dei tessuti artificiali a Roma.
La mostra vive anche attraverso un ricco calendario di appuntamenti: Incontri con la curatrice: Visite guidate speciali per approfondire la storia della moda direttamente con Fabiana Giacomotti. Proiezioni storiche: Filmati d’archivio e cinegiornali che mostrano le prime sfilate collettive nella Capitale. Laboratori didattici: Focus dedicati all’evoluzione delle trame e del design industriale.

Palazzo Mignanelli: “Venus”. Fino al 19 luglio 2026
Ancora pochissimi giorni per visitare questa interessante e bella mostra. Nel cuore di Roma, lo spazio espositivo PM23 – sede della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti all’interno dello storico Palazzo Mignanelli ospita la mostra “VENUS”. Il progetto propone un confronto inedito e ravvicinato tra l’eredità estetica della maison Valentino e la forza espressiva dell’artista portoghese Joana Vasconcelos, sotto la curatela di Pamela Golbin.
L’impatto visivo all’ingresso
L’esperienza della mostra inizia prima ancora di varcare la soglia del palazzo. Proprio in Piazza Mignanelli, ad accogliere i visitatori e i passanti, è installata “I’ll Be Your Mirror”, una gigantesca maschera monumentale interamente realizzata con specchi incorniciati in stile barocco. L’opera gioca con il concetto stesso di maschera: invece di nascondere l’identità, riflette e moltiplica lo spazio circostante, catturando l’architettura romana, la luce della piazza e i volti del pubblico, che diventano così parte integrante della scultura.
Il percorso interno si sviluppa attraverso sale tematiche in cui gli abiti di alta moda creati da Valentino Garavani dialogano con le sculture monumentali e le installazioni site-specific della Vasconcelos. Il percorso esplora la creatività e la bellezza come forze dinamiche capaci di ridefinire lo spazio.
Tra i lavori più significativi spicca “Marilyn”, la celebre scultura a forma di scarpa con il tacco a spillo composta da pentole e coperchi in acciaio lucido, arricchita da dettagli in paillettes che ne accentuano la brillantezza. L’opera ironizza sul contrasto tra la dimensione domestica e l’icona del glamour, creando un legame perfetto con le creazioni di alta sartoria circostanti. Accanto a queste installazioni, l’universo barocco e dissacrante della Vasconcelos si sposa con l’eleganza rigorosa dello stilista, estendendosi anche all’esterno con opere diffuse, come il celebre Solitário sulla Terrazza del Pincio.
Il culmine del percorso è affidato all’ultima sala, che ospita l’installazione immersiva “Garden of Eden”. Si tratta di una suggestiva sala oscura, rischiarata esclusivamente dalla luce tremolante e vibrante di migliaia di fiori artificiali ed elettronici. In questa penombra carica di simbolismo, attorno alle installazioni floreali della Vasconcelos, emergono come misteriose silhouette otto abiti iconici di Valentino, rigorosamente total black, decorati con perline e paillettes. Uno spazio in cui diversi archetipi femminili (dalla Femme Fatale a Cenerentola) convivono in un racconto mitico e contemporaneo.
L’evento segna anche l’apertura di un’ala restaurata di Palazzo Mignanelli, restituendo a Roma uno spazio multidisciplinare dedicato al dialogo tra le arti. Sebbene l’allestimento monumentale tenda talvolta a catturare l’attenzione a discapito della minuziosa illuminazione degli abiti nelle prime sale, l’esperienza complessiva offre una riflessione profonda sul legame inscindibile tra alta moda e arte contemporanea.
