La lezioni di Noam Chomsky e la scelta di resistere
Almeno 50mila miliardi di dollari sottratti al 90% della popolazione, i sindacati demoliti e la democrazia svuotata. Da 40 anni il capitale combatte contro la maggioranza degli americani e vince. Ma nessun potere dura per sempre, tocca a noi però decidere da che parte stare. TPI pubblica un estratto dell'ultimo libro-intervista del sociologo statunitense
Perché negli Stati Uniti c’è una disuguaglianza così profonda?
«La risposta affonda le radici nel passato. Gran parte di questo processo si è svolta negli ultimi quarant’anni, nell’ambito dell’assalto neoliberista contro la popolazione, al quale anche i Democratici hanno contribuito. Non nella stessa misura dei Repubblicani, ma il loro ruolo c’è stato. Esiste una stima piuttosto precisa del cosiddetto “trasferimento di ricchezza” dal 90% inferiore della popolazione all’1% superiore – o, più precisamente, a una sua frazione – nel corso di questi quattro decenni. Uno studio della Rand Corporation lo quantifica in circa 50mila miliardi di dollari.3 È una cifra astronomica. Non sono spiccioli. E il processo è tuttora in corso. Durante la pandemia, le misure adottate per evitare il collasso economico hanno di fatto prodotto un ulteriore arricchimento di una ristrettissima élite. In qualche modo hanno garantito la sopravvivenza degli altri, ma i Repubblicani sono determinati a smantellare proprio quella parte, lasciando intatta solo la componente che arricchisce pochi individui. Questa è la loro missione. Prendiamo l’Alec, l’American Legislative Exchange Council. È un’organizzazione attiva da decenni, finanziata da gran parte del mondo aziendale, la cui missione è colpire il punto debole del sistema costituzionale statunitense: gli Stati federati. È relativamente semplice influenzare o acquistare i legislatori statali. L’Alec lavora quindi a livello statale per promuovere leggi che, nel lungo periodo, servano agli obiettivi di chi intende distruggere la democrazia, aumentare una disuguaglianza già estrema e devastare l’ambiente. Si agisce al livello dei singoli Stati per introdurre leggi che favoriscano quegli obiettivi. Una delle battaglie cruciali riguarda il tentativo di impedire agli Stati perfino di indagare – figuriamoci di punire – il furto salariale. Il furto salariale sottrae ogni anno miliardi di dollari ai lavoratori attraverso il mancato pagamento degli straordinari e altri espedienti. Ci sono stati tentativi di sottoporre queste pratiche a indagini, ma il mondo imprenditoriale si è mobilitato per bloccarli. Questo è ciò che accade a livello statale. È la stessa logica che porta a impedire all’agenzia delle entrate di perseguire l’evasione fiscale dei ricchi e delle grandi imprese. A ogni livello immaginabile, questa guerra di classe condotta dai padroni, dalle multinazionali e dai grossi patrimoni procede con spietata determinazione. E useranno ogni mezzo possibile per assicurarsi che continui il più a lungo possibile, fino a distruggere non solo la democrazia americana, ma la possibilità stessa di sopravvivenza di una società organizzata».
Il potere delle multinazionali sembra inarrestabile. La super-classe dei multimiliardari – Jeff Bezos, Richard Branson ed Elon Musk – vola nello spazio. Ma mi torna in mente una frase pronunciata alcuni anni fa dalla romanziera Ursula K. Le Guin: «Viviamo nel capitalismo, il cui potere sembra ineluttabile». E poi aggiungeva: «Così era il diritto divino dei re».
«Così era la schiavitù. Così era il principio secondo cui le donne sono una proprietà, che negli Stati Uniti è rimasto in vigore fino agli anni Settanta. Così erano le leggi contro la mescolanza razziale, talmente estremiste che persino i nazisti non le avrebbero accettate, e che negli Stati Uniti sono sopravvissute fino agli anni Sessanta. Sono esistite molte forme di orrore. Col tempo, il loro potere è stato eroso, ma mai del tutto eliminato. La schiavitù è stata abolita, ma i suoi residui persistono in forme nuove e feroci. Non è schiavitù in senso stretto, ma è comunque sufficientemente orribile. L’idea che le donne non siano persone è stata formalmente superata, e in larga misura anche nella pratica, ma resta ancora molto da fare. Il sistema costituzionale rappresentò un passo avanti nel diciottesimo secolo. Persino l’espressione “Noi, il popolo” terrorizzava i governanti autocratici d’Europa, che temevano seriamente che il male della democrazia – allora chiamata repubblicanesimo – potesse diffondersi e minare l’ordine civile. Ne erano profondamente preoccupati. Ebbene, la democrazia si diffuse, e la vita civile non solo continuò, ma in molti casi migliorò. Dunque sì, esistono fasi di regressione. Ma esiste anche il progresso. La guerra di classe non finisce mai. I padroni non si fermano mai. Sono sempre alla ricerca di nuove opportunità. Se sono gli unici a condurre la lotta di classe, la regressione è inevitabile. Ma non devono esserlo, come non lo sono stati in passato, come suggerisce con forza la citazione di Le Guin».
Nel tuo libro “I padroni dell’umanità” è presente un saggio intitolato Può la civiltà sopravvivere al capitalismo reale? In esso scrivi: «Se parliamo della democrazia del capitalismo reale essa è del tutto incompatibile» con la democrazia. E aggiungi: «Mi sembra improbabile che la civiltà possa sopravvivere al capitalismo reale e alla forma di democrazia fortemente ridimensionata che lo accompagna. Con una democrazia funzionante le cose andrebbero diversamente? La riflessione su sistemi inesistenti è sterile speculazione, ma a mio avviso vi sono fondati motivi per ritenere di sì». Dimmi quali sono questi motivi.
«Prima di tutto, viviamo in questo mondo, non in quello in cui ci piacerebbe vivere. E in questo mondo il tempo che ci resta per affrontare la distruzione ambientale è molto inferiore al tempo necessario per realizzare una ristrutturazione profonda delle istituzioni. Questo non significa che si debba rinunciare a provarci. Bisogna tentare, sempre. Bisogna lavorare per accrescere la consapevolezza, ampliare la comprensione, costruire le basi delle istituzioni future all’interno della società presente. Allo stesso tempo, le misure necessarie per salvarci dall’autodistruzione dovranno essere adottate all’interno delle istituzioni esistenti. Forse con alcune modifiche, ma senza trasformazioni radicali. E questo è possibile. Sappiamo come farlo. Nel frattempo, il lavoro per risolvere il problema della democrazia del capitalismo reale – che per sua natura equivale a una condanna a morte ed è profondamente disumano nelle sue caratteristiche fondamentali – deve continuare. Dobbiamo quindi lavorare su entrambi i fronti: da un lato affrontare l’emergenza immediata, dall’altro preservare la possibilità stessa di un futuro diverso».
Parliamo dell’importanza delle testate progressiste indipendenti come Democracy Now! e Fairness & Accuracy in Reporting. Aggiungerei anche Alternative Radio. E poi le case editrici: Verso, Haymarket, Monthly Review, City Lights, The New Press. Ancora, riviste come Jacobin, The Nation, The Progressive e In These Times, e testate online come TomDispatch, The Intercept e ScheerPost. Infine, radio comunitarie come Kgnu, Wmnf, Kpfk e molte altre. Quanto sono importanti nel contrastare la narrazione dominante delle multinazionali?
«Cos’altro dovrebbe contrastarla? Sono loro a tenere viva la speranza che riusciremo a trovare un modo per opporci agli sviluppi dannosi e distruttivi di cui stiamo parlando. Come ho già detto, il metodo primario – che entrambi conosciamo bene – è l’educazione. Le persone devono arrivare a comprendere ciò che sta accadendo nel mondo. Questo richiede strumenti capaci di diffondere informazioni e analisi, aprendo spazi di discussione che, perlopiù, non esistono nei media tradizionali. Forse compaiono occasionalmente, in forma marginale. Ma raramente raggiungono il cuore del sistema mediatico dominante. Gran parte di ciò di cui abbiamo parlato non viene discusso affatto, o lo è solo in modo superficiale, nei grandi organi d’informazione. Queste conversazioni devono quindi essere portate al pubblico attraverso altri canali. Non c’è alternativa. C’è però anche un’altra strada: la mobilitazione. È possibile – e in effetti relativamente facile – sviluppare programmi educativi e culturali all’interno delle organizzazioni. Questo fu uno dei principali contributi del movimento operaio quando era un’istituzione viva e dinamica. Ed è una delle ragioni fondamentali per cui Reagan e Thatcher furono così determinati a distruggere il movimento sindacale, come infatti fecero. I loro primi attacchi furono diretti contro il lavoro organizzato. Esistevano programmi educativi e culturali che riunivano le persone per riflettere sul mondo, comprenderlo e sviluppare idee. Per fare tutto questo serve organizzazione. Farlo da soli, come individui isolati, è estremamente difficile, se non impossibile. L’organizzazione, dunque, è uno strumento potente, soprattutto quando si integra con i media indipendenti e con le iniziative collettive. Nonostante gli sforzi delle grandi aziende per schiacciare i sindacati, negli Stati Uniti è esistita fino agli anni Cinquanta una vivace stampa sindacale indipendente, che raggiungeva un pubblico vastissimo e che denunciava ciò che definiva il “clero prezzolato” della stampa tradizionale. Ci volle molto tempo per distruggerla. E può essere ricostruita. Negli Stati Uniti esiste una lunga tradizione di stampa operaia progressista e combattiva, che risale all’Ottocento, quando rappresentava un fenomeno di grande rilievo. Può e deve essere rilanciata come parte integrante della rinascita di un movimento dei lavoratori militante ed efficace, in prima linea nella lotta per la giustizia sociale. È già accaduto. Può accadere di nuovo. E i media indipendenti sono elementi cruciali di questo processo. Quando ero bambino, negli anni Trenta e nei primi anni Quaranta, potevo leggere I.F. Stone sul Philadelphia Record. Non era il principale quotidiano di Philadelphia: era un giornale piccolo, ma esisteva. Più tardi, alla fine degli anni Quaranta, potevo leggerlo su PM, un quotidiano indipendente. Questo fece un’enorme differenza. Non solo Stone, ma anche altri come lui. Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’unico modo per leggere Stone era abbonarsi alla sua newsletter. Quella era la stampa indipendente negli anni Cinquanta. Negli anni Sessanta iniziò a rafforzarsi un po’, con riviste come Ramparts e programmi radiofonici come quello di Danny Schechter su Wbcn a Boston, e altri simili sparsi per il Paese. Questa tendenza continua tuttora. Le realtà che hai menzionato sono forze al servizio dell’indipendenza e del pensiero critico. Per me, crescendo, ascoltare queste voci e leggerle ha fatto un’enorme differenza. E lo stesso vale oggi per molte altre persone».
Nei tuoi libri più recenti, “Le conseguenze del capitalismo” e “Minuti contati”, fai diversi riferimenti ad Antonio Gramsci. In particolare, citi la sua frase: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Di questa abbiamo già parlato. L’altra citazione su cui vorrei che ti soffermassi è: «Pessimismo dell’intelletto, ottimismo della volontà». Parlaci di Gramsci, della sua attualità e del significato di questa espressione.
«Gramsci fu uno dei principali attivisti della sinistra operaia in Italia tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti. Fu profondamente coinvolto nell’organizzazione di collettivi operai di sinistra, autogestiti, che costituivano una sorta di ala radicale del movimento comunista marxista internazionale. Nei primi anni Venti, il governo fascista prese il potere in Italia. Uno dei suoi primi atti fu incarcerare Gramsci. Le ragioni furono esplicitate dal pubblico ministero durante il processo: bisognava mettere a tacere quella voce. Questo ci riporta all’importanza dei media indipendenti: “Dobbiamo mettere a tacere questa voce”. E così fu mandato in carcere. In prigione scrisse i “Quaderni del carcere”. Non fu messo a tacere, anche se nessuno poteva leggerlo. Continuò il lavoro che aveva iniziato e sviluppò il suo pensiero, comprese alcune delle riflessioni che hai citato. All’inizio degli anni Trenta scrisse che il vecchio mondo stava crollando, ma che il nuovo non era ancora emerso, e che in questo vuoto proliferavano i sintomi morbosi. Mussolini era uno di questi sintomi. Hitler un altro. La Germania nazista arrivò a conquistare gran parte dell’Europa e quasi dominò il mondo. Ci andammo molto vicino. Furono i sovietici a sconfiggere Hitler. Altrimenti, probabilmente metà del pianeta sarebbe stata governata dalla Germania nazista. I sintomi morbosi erano ovunque. La formula che hai citato, “pessimismo dell’intelletto, ottimismo della volontà”, divenne celebre e risale al periodo in cui Gramsci poteva ancora pubblicare. Significa che dobbiamo guardare il mondo con lucidità, senza illusioni: comprenderlo, analizzarlo, decidere come agire, riconoscendo che esistono segnali cupi e pericolosi. Questo è il pessimismo dell’intelletto. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che esistono vie d’uscita, opportunità reali. Esistono soluzioni concrete – come quelle che hai menzionato – e molte altre modalità per affrontare le crisi che ci stanno di fronte. Questo è l’ottimismo della volontà: impegnarsi a usare tutte le opportunità disponibili, che esistono davvero, per superare i sintomi morbosi e muoverci verso un mondo più giusto e più dignitoso».
In tempi così bui, per molti è difficile immaginare un futuro luminoso. Ti viene spesso chiesto che cosa ti dia speranza. Devo farti la stessa domanda.
«Una cosa che dà speranza è vedere persone che lottano duramente, in condizioni estremamente difficili – molto più difficili di quanto possiamo immaginare – per ottenere diritti e giustizia. Non rinunciano alla speranza. Pensiamo ai contadini in India, o alle persone che vivono nella miseria in Honduras. Non rinunciano. E quindi non possiamo farlo nemmeno noi. L’altra ragione è che, semplicemente, non c’è alternativa. L’alternativa alla speranza è dire: va bene, contribuirò anch’io a far sì che accada il peggio. Questa è una scelta. Puoi decidere di non cogliere le opportunità che esistono e, così facendo, accelerare il disastro. Oppure puoi scegliere di fare del tuo meglio, come fanno i contadini in India, come fanno i poveri in Honduras e molte altre persone in tutto il mondo. Fare del proprio meglio, con i mezzi che si hanno. E forse potremo costruire un mondo dignitoso, in cui le persone possano vivere senza vergogna. Un mondo migliore. Non è una scelta difficile. È, in realtà, una scelta molto semplice».