L’Alba del Possibile: Arte Fiera 2026 a Bologna e la Rinascita del “Cosa Sarà”
Arte Fiera Bologna, fin dalla sua storica fondazione nel 1974 come prima fiera d’arte moderna e contemporanea in Italia, rappresenta non solo un evento commerciale di primaria grandezza, ma un’istituzione culturale che ha letteralmente plasmato il gusto del collezionismo nazionale e definito i canoni della critica per oltre cinquant’anni, agendo come baricentro per l’intero sistema dell’arte del Paese. L’edizione 2026, guidata con visione strategica dalla direzione artistica di Davide Ferri, si presenta come un progetto intellettuale di altissimo profilo sotto il titolo programmatico “Cosa sarà”, una domanda aperta che, pur omaggiando la celebre canzone di Lucio Dalla, si trasforma in un’indagine ontologica sulle nuove traiettorie del sistema artistico in un’epoca dominata da transizioni tecnologiche, intelligenza artificiale e riconsiderazioni sociali. All’interno dei vasti e luminosi padiglioni 25 e 26 del Quartiere Fieristico di Bologna, l’eccellenza è garantita da una selezione rigorosissima di circa 200 espositori, tra cui spiccano le gallerie che hanno scritto la storia dell’arte italiana: nomi del calibro di Tornabuoni Arte, Mazzoleni, la Galleria Maggiore g.a.m. e la Galleria d’Arte Maggiore portano in fiera capolavori di livello museale che spaziano dalle avanguardie storiche del Futurismo e del Metafisicismo fino ai giganti del secondo dopoguerra, con focus imprescindibili su Lucio Fontana, Alberto Burri e l’epopea dell’Arte Povera. Ci sono gallerie invece che propongono i lavori di artisti impegnati nel denunciare la complessa situazione politica internazionale. Tra queste la romana Federica Schiavo Gallery che con una schiera di artisti e tra questi Italo Zuffi e Jay Heikes si spinge fino ad un vero e proprio allarme sociale quasi a un monito verso la distruzione per tutti. Oppure la galleria Boccanera di Trento che si dedica ad un confronto interessante tra due giovanissimi artisti : il travolgente Andrea Fontanari già conosciuto per aver realizzato le locandine dei giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 e il rumeno Cristian Avram. O la Mc2 Gallery di Milano con il “Solo Show” dedicato all’artista sardo Giuliano Sale. C’è chi poi come la galleria Colli-Indipendent tiene nascosti i lavori preziosi del maestro Enzo Cucchi e dedica il suo spazio all’artista Pesce Khete.
Accanto a questi pilastri della Main Section, la fiera si apre alla sperimentazione più audace attraverso sezioni curate con un taglio quasi museale, dove il ruolo delle gallerie diventa quello di veri e propri centri di ricerca: la sezione Pittura XXI, coordinata con sensibilità da Ilaria Gianni, esplora la sorprendente resilienza del medium pittorico attraverso gallerie d’avanguardia che scommettono su giovani talenti capaci di far dialogare la tela con l’estetica digitale e post-internet; contemporaneamente, la sezione Fotografia e dintorni, sotto la guida curatoriale di Marta Papini, analizza la crisi dell’immagine reale attraverso l’obiettivo di artisti che indagano le nuove identità fluide e le urgenze geopolitiche del nostro tempo. L’esperienza del visitatore è segnata fin dall’ingresso dal progetto monumentale Kolossal di Marcello Maloberti, un’installazione che agisce come un manifesto poetico e politico, esortando il pubblico a guardare l’opera d’arte non come un oggetto di possesso o di arredo, ma come uno shock necessario per la coscienza collettiva.
Questa energia debordante non resta confinata negli spazi fieristici ma invade letteralmente ogni fibra della città grazie al palinsesto di Art City Bologna, che quest’anno raggiunge una maturità espressiva senza precedenti, coinvolgendo palazzi nobiliari solitamente inaccessibili, cripte medievali e musei civici. Tra gli appuntamenti “must-to-see” che compongono il cuore di questa settimana dell’arte, spicca per intensità la performance site-specific Rejoin di Alexandra Pirici all’interno del suggestivo Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, dove il movimento coreografato dei performer si fonde con la storia della dissezione medica in un rituale di riconnessione tra corpo e conoscenza. Altrettanto sconvolgente è la retrospettiva di Ana Mendieta a Palazzo Hercolani, intitolata Flower Person, Flower Body, un’indagine tellurica e viscerale sul rapporto ancestrale tra corpo femminile e terra che scuote il visitatore per la sua forza primitiva e la sua tragica bellezza.
Per chi cerca il connubio tra parola, immagine e impegno civile, il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna ospita la maestosa antologica dedicata a John Giorno, The Performative Word, che trasforma le sale museali in un ecosistema vibrante dove la poesia beat si fa installazione visiva e sonora. Spostandosi verso la periferia d’eccellenza, la Fondazione MAST propone la mostra Jeff Wall: Living, Working, Surviving, una lezione magistrale di fotografia concettuale dove ogni scatto, presentato in monumentali light-box, sfida la percezione del reale attraverso una costruzione scenica di precisione cinematografica che interroga il senso del nostro quotidiano. Il panorama si completa con il dinamismo delle gallerie cittadine, da quelle di ricerca storica come Studio G7 a quelle orientate all’internazionalità come P420, che insieme alle istituzioni animano la Art City White Night del 7 febbraio, una notte bianca in cui l’arte si fa festa collettiva sotto i portici bolognesi, confermando che Arte Fiera non è solo un termometro del mercato, ma un organismo vivente capace di fornire una bussola critica per orientarsi nel complesso scenario del “Cosa sarà”, celebrando il legame indissolubile tra la grande tradizione e la sfida del nuovo.
Inoltre, il progetto do ut do quest’anno celebra il centenario di Nino Migliori, portando le sue sperimentazioni visive fino all’Accademia di Belle Arti, creando un ponte tra la generazione dei maestri e gli studenti che domani abiteranno quelle stesse sale.
Pertanto Arte Fiera 2026 non è più (solo) la fiera del “bel quadro” da salotto bolognese. È un termometro sensibile che registra le inquietudini di un mondo in transizione. Tra la White Night di sabato 7 febbraio e i talk serrati dell’area Book, si percepisce la volontà di trasformare Bologna nel centro di un dibattito critico che non teme il mercato, ma lo usa come volano per la cultura.
Il “Cosa sarà” ha trovato la sua risposta: l’arte non è una previsione del futuro, ma l’unico strumento che abbiamo per abitare il presente con consapevolezza.






