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    La prima vaccinata di Codogno a TPI: “Punto di svolta. Spero sia d’esempio a chi nega il virus”

    L'infermiera Lucia Premoli, la prima vaccinata a Codogno (Credit: ANSA)
    Di Carlo d'Elia
    Pubblicato il 27 Dic. 2020 alle 18:21 Aggiornato il 27 Dic. 2020 alle 18:30

    “Con l’arrivo dei vaccini anti-Covid siamo all’ultimo capitolo di un incubo che è iniziato qui da Codogno e che ci ha segnato per sempre”. Non riesce a trattenere l’emozione Francesco Passerini, il sindaco di Codogno, la città lodigiana diventata il simbolo della pandemia, vedendo arrivare ieri intorno alle 12 le prime fiale del farmaco all’ospedale Civico divenuto l’epicentro dell’emergenza dopo il ricovero del 38enne Mattia Maestri, il primo paziente scoperto in Europa. Sono passati trecentoundici giorni da quella diagnosi che ha cambiato per sempre il mondo.

    L’arrivo dei vaccini a Codogno (Credit: ANSA)

    Da quando è scoppiata l’emergenza causata dal Coronavirus, i vaccini sono stati considerati come una luce alla fine del tunnel, un’arma per combattere il virus che stava mettendo a dura prova il sistema sanitario e che stava minacciando (e continua a minacciare) le persone più fragili. Ieri le prime dosi sono state simbolicamente somministrate prima di dare il via alla campagna vera e propria di gennaio. Si tratta di medici, infermieri, personale sanitario dell’ospedale Civico di Codogno. La lista dei primi operatori sanitari vaccinati è di circa 50 persone. Tra questi ci sono il direttore generale dell’Asst Salvatore Gioia, il primario del pronto soccorso Stefano Paglia e il presidente dell’ordine dei medici Massimo Vajani. Un momento importante che si è tenuto al primo piano del presidio ospedaliero, negli spazi della Rianimazione, dove il 20 febbraio è stato diagnosticato il primo caso di Covid e dove fino al 22 dello stesso mese, cinque operatori sanitari della Rianimazione rimasero “blindati“ all’interno del reparto, travolti dagli eventi e dall’emergenza, ma furono poi in totale in nove a rimanere chiusi in quarantena fino al 26 febbraio, tra turni massacranti e notti insonni.

    L’infermiera Lucia Premoli è la prima a essere stata vaccinata seduta sulla poltrona posizionata nello stesso punto dove il 20 febbraio l’anestesista Annalisa Malara aveva effettuato il tampone al paziente 1. “È un cerchio che si chiude – dice l’infermiera Premoli -. Sono felice. Siamo a un punto di svolta. Spero che tutto questo sia da esempio a chi nega l’esistenza del virus”.

    L’infermiera Lucia Premoli, la prima vaccinata a Codogno (Credit: ANSA)

    Subito dopo è toccato al primario del Pronto soccorso di Lodi e Codogno, Stefano Paglia, che per mesi durante la prima ondata non era tornato a casa dormendo nel suo ufficio: “È il momento di andare avanti. L’impegno di tutti ha portato a questo risultato storico. Sono grato per la possibilità di essere tra i primi ad essere vaccinato. Insieme siamo entrati in questa pandemia e solo insieme possiamo uscirne”.

    Nei prossimi giorni poi toccherà all’anestesista dell’ospedale di Codogno Annalisa Malara. “Anche lo scorso 20 febbraio c’era il sole, era una giornata tersa, ma oggi la luce è di speranza”, ha commentato mentre assisteva alle prime vaccinazioni.

    Per Codogno il Vax day di ieri è stata una liberazione. La prima ondata è ancora negli occhi e nella mente di tutti: la chiusura della prima zona rossa, le sirene delle ambulanze che a ogni ora si sentivano per le strade, la paura di essere stati contagiati e soprattutto i tanti, troppi, morti con le bare adagiate nella chiesa del Cristo perché al cimitero non c’era più spazio.

    In centro ieri mattina non si parlava d’altro. All’uscita dalla chiesa di San Biagio, dopo la messa delle 11, due anziani codognesi discutevano dell’arrivo del vaccino: “Vorrei farlo il prima possibile”, non nasconde all’amico prima di tornare a casa per pranzo. In quei mesi non è stato facile distinguere quale fosse il confine, qui dove tutto è cominciato, fra il vivere e il morire.

    Impossibile per questa comunità, forte e resiliente, dimenticare il cancello sbarrato del camposanto e le tombe ancora spoglie. C’è un prima e un dopo, nella storia di questo Comune di 15mila abitanti, terra di confine tra le province di Cremona, Lodi e Piacenza. Ma quale sia stata la vita prima di quel 20 febbraio, che ha cambiato per sempre la nostra vita, ormai non conta più niente. A Codogno nessuno vuole tornare indietro. Nessuno vuole dimenticare, lasciarsi alle spalle quei due mesi di pianti e morte. Le oltre 200 vittime registrate in città dal 20 febbraio a fine aprile, il triplo della media degli anni passati. Quella di Codogno è piuttosto una vita nuova nella consapevolezza, composta e disciplinata, che niente sarà più come è stato.

    “Ora ci serve soltanto ripartire – dice il sindaco di Codogno, Francesco Passerini -. Siamo in un momento decisivo. A tutti dico di vaccinarsi per porre fine a questa pandemia. Solo insieme possiamo farcela”. In quella che all’inizio dell’emergenza è stata la prima zona rossa d’Italia i contagi sono praticamente fermi. Il contatore oggi segna 684, con appena 200 casi registrati solo nella seconda ondata. Una sciocchezza se paragonato allo tsunami che ha travolto queste terre nella prima fase. Ma tutti sono consapevoli che la strada per il ritorno alla normalità è ancora lunga.

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