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Strage di Lampedusa, 3 ottobre 2013: storia di un naufragio senza precedenti

Il racconto di un giorno che ha acceso i riflettori sul dramma dei migranti nel Mediterraneo

Di Maria Teresa Camarda
Pubblicato il 3 Ott. 2019 alle 06:00 Aggiornato il 3 Ott. 2019 alle 08:27
Immagine di copertina
I morti della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 sulla banchina del molo Favaloro (Credits: Nino Randazzo / AFP)

Strage di Lampedusa, 3 ottobre 2013: storia di un naufragio

All’alba di quel giorno, il 3 ottobre del 2013, la strage di Lampedusa non era ancora una strage. Un barcone libico carico di migranti era affondato nel Canale di Sicilia. Eppure, all’alba di quel giorno, sembrava ancora qualcosa che il mondo aveva già visto.

Via via che i corpi senza vita, imbustati in anonimi sacchi di plastica, si accumulavano sul molo Favaloro, la situazione però diventava sempre più chiara: Lampedusa, l’Italia, l’Unione europea, il mondo, tutti erano davanti a una strage senza precedenti. Una delle peggiori mai accadute nel Mediterraneo dall’inizio dell’epoca contemporanea.

I cadaveri erano già un centinaio sulla banchina, quando uno dei primi sommozzatori che si era immerso nel luogo del naufragio, al suo ritorno sulla terraferma, tra le lacrime, disse: “Sono centinaia là sotto, sono intrappolati nel barcone. Non so come riusciremo a tirarli fuori”. Il barcone intanto era colato a picco.

I corpi delle vittime ritrovati in mare furono 368, di cui 41 erano bambini. Solo 155 persone si salvarono. Venti sono rimasti dispersi.

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I morti della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 sulla banchina del molo Favaloro (Credits: Nino Randazzo / AFP)

Strage di Lampedusa, 3 ottobre 2013: cosa è successo

Era la mattina del 3 ottobre 2013, l’imbarcazione era naufragata attorno alle 6.40 e già a Lampedusa si correva contro il tempo per portare in salvo i sopravvissuti. Tutti impegnati, vigili del fuoco, guardia costiera, pescatori delle Pelagie, facevano avanti e indietro tra l’isola e quel punto indefinito dell’orizzonte. Si salvarono in 155 e grazie ai loro racconti – balbettati quando ancora erano sotto shock – si riuscì a ricostruire i contorni della tragedia.

L’imbarcazione era un peschereccio di legno, non diverso da quelli che si scoloriscono nel cimitero delle barche sotto il sole di Lampedusa. Era salpata dal porto libico di Misurata all’inizio di ottobre, con a bordo centinaia di migranti. I numeri, per via della tragedia, sono rimasti incerti, ma l’approssimazione che è diventata ufficiale è di 543 persone.

“Non riuscivamo nemmeno a muoverci”, dirà un sopravvissuto eritreo. Gente sul ponte, gente in cabina, gente stipata in coperta dopo essere entrata, a stento, attraverso una botola. Uscire da lì diventerà impossibile. Recuperare i cadaveri da lì, una volta che il barcone sarà affondato, troppo complicato.

“Lì dentro ci sono corpi uno sopra l’altro, un’ecatombe”, racconterà uno dei soccorritori, lo sguardo puntato su una botola simile di un peschereccio attraccato al porto di Lampedusa.

“Quando siamo arrivati in prossimità dell’isola – ha raccontato un altro sopravvissuto – abbiamo deciso di accendere un fuoco, incendiando una coperta, per farci notare”. Ma il ponte era sporco di benzina ed è stato un attimo: il barcone è stato avvolto dalle fiamme.

I migranti si sono spostati repentinamente tutti dallo stesso lato, quello da cui le fiamme erano più lontane, e l’imbarcazione si è capovolta. In centinaia sono finiti in mare. Alcuni si sono tuffati in preda alla disperazione per la paura di morire bruciati, altri sono stati trascinati a fondo dal barcone che si inabissava.

Lampedusa 3 ottobre 2013 il barcone affondato
Il barcone affondato nella strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (Credits: Vigili del fuoco / AFP)

Le urla hanno squarciato il velo dell’alba. Il silenzio delle ore successive, poi, ha spento le speranze. La notte tra il 3 e il 4 ottobre del 2013 una veloce ondata di maltempo ha fermato i soccorsi. Troppi rischi per i soccorritori.

Troppa corrente per permettere ai sommozzatori di avvicinarsi al barcone e recuperare i cadaveri, troppo labili le condizioni di sicurezza.

Lampedusa, 3 ottobre 2013: l’isola si ferma

Lampedusa, quel 4 ottobre del 2013, il giorno dopo la strage, era immobile. Chiusi i bar, i negozi, i ristoranti, nel rispetto di quel lutto che aveva colpito i cittadini di un’isola per cui ogni migrante che muore è una ferita che si può toccare con mano.

Sindaco delle due isole delle Pelagie, Lampedusa e Linosa, era allora Giusi Nicolini, che dell’accoglienza è diventata un simbolo e ne ha anche pagato il conto, con la mancata elezione alle Amministrative successive.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Nicolini, al ministro dell’Interno del 2013, Angelino Alfano, manderà un messaggio durissimo: “Ministro, venga a contare i morti con me”. Alfano arriverà sull’isola poche ore dopo il naufragio, assieme a molti altri esponenti politici.

E altrettanto dura sarà la risposta di Pietro Bartolo, oggi eurodeputato col Pd ma al tempo responsabile del poliambulatorio di Lampedusa, a chi si offriva di mandare ambulanze: “Non ci servono ambulanze, ci servono carri funebri”.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

E sarà sempre Bartolo, lui che sui cadaveri faceva le prime ispezioni, a svelare un dettaglio che meglio di altri racconta il dramma che si nasconde spesso dietro la decisione dei migranti di partire dai loro paesi, rischiando anche la vita. “I bambini morti che abbiamo raccolto indossavano i vestiti più belli, le scarpette nuove con le suole non ancora lise”, dirà in conferenza stampa. Era così che le mamme e i papà volevano che iniziasse la nuova vita dei propri bambini: vestiti bene, con le scarpe nuove.

“Fa male vederli e immaginare il futuro che non avranno”, concluse il medico.

Strage di Lampedusa, 3 ottobre 2013: le indagini successive

Il capitano dell’imbarcazione, il tunisino di 35 anni Khaled Ben-salam, il 30 giugno 2015 è stato condannato dal Tribunale di Agrigento perché ritenuto responsabile di omicidio colposo plurimo. La pena è a 18 anni di carcere. Egli tuttavia si è dichiarato un semplice “passeggero”, e non un membro dell’equipaggio.

I superstiti del naufragio sono stati inseriti nel registro degli indagati e accusati di reato di clandestinità per essere entrati illegalmente in Italia, secondo le leggi sull’immigrazione vigenti al momento del disastro (la legge Bossi-Fini).

Il 13 febbraio 2015 la Corte d’Assise di Agrigento ha condannato a 30 anni di reclusione il somalo Mouhamud Elmi Muhidin, considerato uno dei trafficanti organizzatori del viaggio.

Strage di Lampedusa, 3 ottobre 2013: il comitato e le polemiche politiche

Anche la sepoltura delle vittime diventerà uno scandalo. Niente funerali di Stato, tombe con solo un numero scritto sopra, difficoltà burocratiche per il riconoscimento e la restituzione delle salme a chi le reclamava.

Ottantacinque corpi si trovano ad Agrigento, otto a Canicattì, altri otto a Caltanissetta, venticinque a Mazzarino, due a Favara, due a Valledolmo. Gli altri sono sono stati trasportati su camion nei cimiteri degli altri comuni che hanno dato la loro disponibilità.

“Se avessi saputo che non ci sarebbe stato alcun funerale, avremmo organizzato noi un ultimo saluto per quelle bare”, disse Nicolini, accusando il presidente del Consiglio Enrico Letta di non aver mantenuto una promessa.

Lampedusa 3 ottobre 2013
Lampedusa 3 ottobre 2013 (Credits: ALBERTO PIZZOLI / AFP)

Il 3 ottobre del 2013 è diventata una data simbolica per chi combatte per i diritti dei migranti. All’indomani della strage di Lampedusa è nato anche un comitato con l’obiettivo di far riconoscere questa data quale “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”, sia a livello nazionale che europeo. Ogni anno, e per tutto l’anno, organizzano campagne ed eventi per sensibilizzare la comunità internazionale sul tema.

Quello che è successo dopo, e quelle che sono attualmente le difficoltà del nostro Paese nella gestione dei migranti, è storia dei giorni nostri.

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