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    Lombardia, i camici del cognato Fontana donati alla Croce Rossa

    Attilio Fontana (Credits: Ansa)
    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 18 Feb. 2021 alle 08:53 Aggiornato il 18 Feb. 2021 alle 09:28

    Il caso camici Lombardia continua a lasciare i suoi strascichi. Al centro del dibattito, lo ricordiamo, c’è la vendita – poi trasformata in donazione – di 75mila camici e 7mila set sanitari (per un totale di 513mila euro) da parte della società Dama Spa (riconducibile alla moglie di Fontana, Roberta, e al cognato Andrea Dini). Un caso sollevato da un servizio di Report e anticipato da Il Fatto Quotidiano a inizio giugno 2020. E donazione è proprio la parola chiave della vicenda che continua ad avvelenare le stanze di palazzo.

    Secondo quanto riporta il quotidiano La Repubblica, i mesi che si sono susseguiti hanno visto un intenso scambio di mail tra Aria, la centrale acquisti di Palazzo Lombardia e la società Dama Spa interessata a donare i 25mila camici dissequestrati dalla Procura.

    Negli atti depositati presso la procura della Repubblica – la Dama Spa di Andrea Dini ha provato più volte a procedere con la donazione, ma le vicende giudiziarie intercorse, sembrano non aver permesso alla Regione di accettare in modo sereno il quantitativo di camici. Secondo La Repubbica, nella prima lettera il cognato del presidente della Regione ricorda che “tra il 17 aprile 2020 e il 15 maggio 2020 ha consegnato ad Aria 7 mila set (camici cappellino e calzari) e 49.412 camici”. Poco dopo, il 20 maggio, “lo scrivente ha comunicato ” che questa fornitura “doveva intendersi trasformata in donazione “. E lo stesso giorno, Aria con email accettava “ringraziando lo scrivente per la generosità ” delle forniture. A Dini restavano dunque da consegnare 25.588 camici, ma il 28 luglio la Gdf ne sequestra in tutto 25.622. Finché un “decreto motivato di restituzione di cose sequestrate” l’1 ottobre glieli ridà.

    Dama torna quindi alla carica con il suo interlocutore, la Regione. Invoca “correttezza e buona fede” e, “precisando che nessun importo sarà addebitato ad Aria, neppure per i costi di trasporto “, chiede quando e dove può consegnare i camici in dono. La lettera resta “priva di riscontro “. Aria tace. Sino al 30 ottobre, e cioè sino un mese dopo il dissequestro da parte della Procura. Un mutismo imposto dal “doveroso rispetto dell’azione della Procura”.

    Il batti e ribatti approda al 14 dicembre, quando Dini invia ancora una lettera e la conclude in questo modo drastico: “In definitiva chiediamo ad Aria soltanto di accettare gratuitamente i camici, affinché vengano messi a disposizione della sanità lombarda, ma qualora ciò non sia possibile (…) li doneremo a chi ne abbia urgente bisogno” .

    E così i camici finiscono – fortunatamente – comunque a chi ne ha più bisogno, ma non alla Regione, bensì alla Croce rossa. Come confermato da questa mail: “Oggetto: donazione camici n. 25.622. Spettabile Croce Rossa italiana, facendo seguito ai colloqui intercorsi ” i camici sono pronti, il trasporto è a carico della società Dama Spa e ” si chiede cortesemente di indicare ” dove consegnarli. La Croce Rossa accetta e se li fa consegnare in via Pietro Nenni 75, a Palermo.

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