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L’Ilva della Sicilia: “Qui i morti di tumore ormai non si contano più, ora vogliamo giustizia”

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Nella chiesa di Archi dove il “prete verde” don Giuseppe Trifirò vede sparire sempre più i suoi fedeli, ad ogni messa della domenica, il sole illumina una tabella in cui si ringrazia la Madonna delle Catene per aver salvato la popolazione di Milazzo nel 2014 quando l’esplosione di una cisterna della raffineria in mare causò una fiammata che fece pensare al peggio. Come se non avesse fatto abbastanza gli abitanti di Pace del Mela chiedono ancora aiuto “perché liberi Archi e la Valle del Mela dalle pesanti catene dell’inquinamento”.

La vista delle isole Eolie per questi paesi è sbarrata dalla vista di quelle immense ciminiere che hanno dato e danno lavoro ancora oggi, a discapito però della tranquillità e della salute dei cittadini che da tempo vivono con la paura di morire per l’inquinamento o per una esplosione, vivendo in prossimità della grande raffineria di proprietà della “Raffineria Milazzo” cui è collegato un grande generatore di corrente Enel. I cittadini dei piccoli paesi della Valle del Mela, zona fatta di borghi e di vivai, attendono la loro giustizia, soprattutto dopo le condanne del disastro ambientale di Taranto, dove l’Ilva ha donato lavoro e inquinamento. Qui il processo è cominciato nel 2018, quando la procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha rinviato il giudizio gli ultimi tre direttori della raffineria, (controllata da Eni e Q8) che si sono succeduti dal 2014, anno dello spaventoso incendio, fino al 2018: Marco Antonino Setti, Gaetano De Santis, Pietro Maugeri. Il reato contestato è di gettito pericoloso di cose e disastro colposo.

L’inchiesta era nata dopo le denunce di numerose associazioni ambientaliste, di privati e di alcuni comuni per le emissioni dello stabilimento della Raffineria di Milazzo, cui coincideva la diffusione di patologie all’apparato respiratorio in diverse persone, così come si legge nel rinvio a giudizio in cui si para di una “eccezionale diffusione, nella popolazione dei Comuni limitrofi allo stabilimento, di patologie dell’apparato respiratorio e tumorali, anche mortali”.

In attesa che il processo accerti o neghi il nesso causa-conseguenza tra i tumori e l’inquinamento, i cittadini del Mela contano i morti: “Quando abbiamo cominciato questa battaglia eravamo pochi amici – racconta Giuseppe Maimone, dell’associazione Adasc – adesso molti di loro sono morti o combattono con il tumore. Io ho perso mia nonna, diversi miei zii, il mio migliore amico e altre persone a me care. È una guerra”. Tra i panni stesi che devono essere coperti per paura che la raffineria possa bucarli, come già accaduto, e gli agrumeti ormai distrutti per via delle macchie che comparivano sulla frutta, nei pressi di Pace del Mela c’è anche il quartiere delle parrucche, come è stato definito, per via delle donne che affette da tumore hanno dovuto ricorrere ai capelli finti per nascondere le conseguenze della chemioterapia.

Tra questa c’è Angela Bianchetti, agguerrita consigliera comunale di Pace, che da tempo combatte la sua guerra, prima di doversi prendere una pausa, anche lei per un tumore: “Ho mappato tutto il quartiere di Pace del Mela e ho messo i puntini per le persone che sono morte – spiega – realizzando un vero e proprio registro dei tumori, con molti dei parenti o delle vittime che mi hanno dato la loro cartella clinica”. Intanto nei pressi del cimitero Angela indica quali persone sono decedute per tumore: una sfilza che comprende giovani, in maggioranza donne. “Credo che la colpa sia anche delle onde elettromagnetiche di questi ripetitori – dice indicando i grandi cavi elettrici che attraversano anche il cimitero – noi donne stando a casa siamo soggetti a rischio”. Lei non si dà per vinta e vuole continuare a lottare nonostante l’isolamento: “Dopo le manifestazioni ho ricevuto minacce, lettere minatorie, insulti e altro ancora. Non mi voglio fermare, anzi voglio ricominciare più forte di prima”.   

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