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Azienda fallita ma licenziamenti vietati, il dramma degli esodati del Covid: “Noi, lavoratori sospesi, abbandonati dallo Stato”

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 8 Giu. 2020 alle 14:51 Aggiornato il 8 Giu. 2020 alle 19:38
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Gli esodati del Covid: “Noi, abbandonati dallo Stato”

Elisa Massa ha 38 anni, è madre di una bambina di 5 ed è rimasta vedova due anni fa, a causa della scomparsa prematura del marito. La sua è una storia di vuoto normativo che diventa abbandono da parte dello Stato, in una delle fasi più complesse che sta vivendo il nostro Paese. Elisa ha lavorato per 9 anni presso un’azienda, la Gfo Europe srl di Torino, attiva nel settore delle telecomunicazioni: il 10 marzo 2020 la Gfo Europe è stata dichiarata fallita e le è stato assegnato un curatore, come richiede la procedura ordinaria. Meno “ordinarie” sono state le condizioni nelle quali è stato dichiarato il fallimento: proprio all’inizio dell’emergenza Covid-19. E questo ha aperto uno scenario inaspettato: l’impossibilità di lavorare, ma anche di percepire contributi di disoccupazione. Colpa della normativa che regola queste situazioni. Praticamente un paradosso.

Elisa, cos’è successo di “straordinario” in una vicenda che, purtroppo, è molto comune?
La nostra azienda è stata dichiarata fallita. All’annuncio del fallimento ci aspettavamo un trattamento di supporto, come accade per tutte le aziende. Normalmente nel giro di 7-10 giorni il curatore avrebbe potuto chiedere il licenziamento dei 6 dipendenti rimasti, in modo da dare accesso alla Naspi, ma – a causa dello stop ai licenziamenti previsto dal decreto Cura Italia – tutto è stato bloccato per due mesi. E noi dipendenti siamo diventati “sospesi” dal lavoro, che però è diverso da licenziati.
Cosa comporta questa sospensione, che non è un licenziamento, ma è come se lo fosse?
Noi non lavoriamo, ma non riceviamo alcun contributo di disoccupazione. In questa condizione non possiamo accedere ad alcun tipo di tutela economica, per cui è da gennaio 2020 che non abbiamo un sostegno.

Per quanto potrebbe durare questa condizione?
Nel decreto Rilancio la sospensione è stata prorogata di altri tre mesi, e non sappiamo se potrebbe durare ancora di più.
Qual è l’atteggiamento del curatore?
Nonostante la circolare numero 08/2020 del Ministero del Lavoro, nella quale veniva riconosciuta la cassa in deroga anche a dipendenti sospesi di aziende fallite, il curatore non intende avvalersene in quanto rappresenterebbe un costo per l’azienda e creerebbe un danno alla massa creditoria.
Si tratta quindi di un vuoto normativo.
Sì, è così. Per quanto sia comprensibile la questione licenziamenti, resta incomprensibile la mancata richiesta della cassa integrazione e il silenzio del giudice. Evidentemente non costituisce un problema per giudici, curatore, consulenti del lavoro, il fatto che 6 persone (di cui una mamma da pochi mesi) non percepiscano salario da ormai quattro mesi.

Quali altri problemi state riscontrando?
Un ulteriore elemento è che il curatore non prende decisioni senza autorizzazione del giudice del Tribunale di Torino, il quale – causa Covid-19 – lavora a singhiozzo.
Come vi stanno rispondendo gli interlocutori?
La risposta tipica che riceviamo può essere sintetizzata in questo modo: “Ci dispiace ma non possiamo fare niente”. E, stante l’attuale normativa imposta a causa dell’emergenza Covid-19, la curatela non può legittimamente intimare alcun licenziamento fino al 17 agosto 2020: lo prevede, appunto, il decreto Cura Italia.

La vostra condizione non sarà l’unica in Italia.
No, ci sono senz’altro molti altri casi, ma in pochi ne parlano. E anche questo è un problema.
Chi ha contattato per raccontare la situazione?
Personalmente ho scritto a Conte, a Mattarella, alla Regione. Ma non ho avuto alcuna risposta. Come al solito le norme hanno dei vuoti, e questa volta ne paghiamo noi le conseguenze ed anche profumatamente. Siamo stati completamente abbandonati.

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