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La Cassazione: “È reato vendere la cannabis light”

Di Futura D'Aprile
Pubblicato il 30 Mag. 2019 alle 08:03 Aggiornato il 30 Mag. 2019 alle 23:13
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Immagine di copertina
Credit: Getty Images

Cannabis light Cassazione | Cassazione cannabis | Cannabis legale Italia

Cannabis light Cassazione –  “È reato commercializzare i prodotti derivati della cannabis light”. Lo ha deciso la Corte di Cassazione con una sentenza emanata nel pomeriggio di oggi, giovedì 30 maggio 2019.

La Procura generale della Cassazione, rappresentata dal pg Maria Giuseppina Fodaroni, aveva chiesto alle sezioni unite della Corte Suprema di inviare gli atti alla Consulta sulla questione della cannabis light. Ma i giudici della Cassazione hanno deciso di emettere il loro verdetto.

Secondo la Corte, la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis”, compresi l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina.

Cannabis light, Mantero (M5S) a TPI: “La sentenza della Cassazione non dovrebbe cambiare nulla. Pronto emendamento per colmare il vuoto”

Cannabis light Cassazione | Cosa dice la sentenza

Cannabis light Cassazione – La sentenza della Corte di Cassazione dice  che “la commercializzazione di ‘cannabis sativa L’. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n.242 del 2016 che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa” delle varietà per uso a fini medici.

Pertanto, scrive la Suprema Corte, “integrano reato le condotte di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della ‘cannabis sativa L.’, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Saranno dunque i giudici di merito, di volta in volta, a valutare quale sia la soglia di ‘efficacia drogante’ che rientra nei ‘parametri’ del consentito. Il verdetto emesso dalle Sezioni Unite si è concluso con l’annullamento con rinvio della revoca di un sequestro di prodotti derivati dalla cannabis, come chiesto in subordine dal Pg della Suprema Corte che si era espresso per l’invio degli atti alla Consulta, come prima indicazione.

Ma come siamo arrivati fino a qui e perché la Corte è stata chiamata in causa?

Cassazione cannabis | Il caso delle sentenze opposte

Il 30 maggio la Cassazione si è riunita a Sezioni unite per risolvere un vero e proprio paradosso creato da due diverse sentenze espresse dalla Sesta  e dalla Quarta sezione penale.

La prima ha stabilito che la vendita di marijuana light è lecito, la seconda che non lo è. Il compito di dirimere la questione e dettare una linea di interpretazione comune spetta quindi alla Cassazione (qui un approfondimento sulle differenze con la marijuana).

Cannabis legale Italia | Il limite del Thc 

Un altro problema all’ordine del giorno riguarda il limite di Tch – la molecola responsabile degli effetti psicoattivi della cannabis – considerato ammissibile.

Alcuni interpretazioni della giurisprudenza indicano come limite massimo quello dello 0,2 per cento: la legge n. 242 del 2016, con cui il Governo italiano ha recepito una norma dell’Ue, stabilisce che oltre lo 0,2 per cento di Thc il coltivatore perde il diritto agli aiuti comunitari.

In molti si sono però espressi contro questa interpretazione, facendo notare che il limite del 0,2 per cento era stato introdotto per tutelare la crescita della produzione della canapa, ma che non aveva la pretesa di determinare cosa potesse essere definito droga o cosa no.

Inoltre il comma 4 della stessa legge prevede una deroga al limite del o,2 per cento, che può essere portato fino allo 0,6. Tale modifica si è resa necessaria perché il livello di Thc aumenta o diminuisce in base alla temperatura del luogo in cui è coltivata.

Più alta è la temperatura, più elevato sarà il livello di Thc, per cui vi sarà sempre una differenza tra le coltivazioni del Nord e del Sud dell’Europa.

A ciò si aggiunge il fatto che il livello di Tch può essere rilevato solo alla fine del ciclo biologico della pianta, per cui il coltivatore saprebbe solo all’ultimo se il suo prodotto è adatto o meno al mercato. Correndo anche rischi a livello penale.

Cannabis shop | Cosa è legale vendere

La Cassazione era chiamata anche a decidere cosa sia possibile vendere e cosa no.

Secondo alcune interpretazioni il limite dello 0,2 o 0,6 per cento si applica solo ai prodotti lavorati e non anche ai fiori della canapa, considerati invece stupefacenti.

La legge 242 del 2016 aveva però l’obiettivo di proteggere in toto la filiera della canapa, per cui anche l’infiorescenza dovrebbe rientrare tra le parti commerciabili della pianta.

Il destino dei cannabis shop

La sentenza del 30 maggio avrà effetti anche sui tanti cannabis shop aperti in Italia negli ultimi anni.

Le diverse interpretazioni della Quarta e della Sesta sezione della Cassazione ha infatti messo in pericolo questi negozi, che possono essere chiusi o restare aperti a seconda della sentenza che si decide di seguire (Cosa vendono esattamente i cannabis shop).

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