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Tutto quello che c’è da sapere sui sacchetti biodegradabili a pagamento per frutta e verdura

Dal 1 gennaio i sacchetti di plastica per trasportare la frutta e la verdura aquistati nei supermercati dovranno essere biodegradabili e a pagamento. Ecco cosa significa

Di Laura Melissari
Pubblicato il 3 Gen. 2018 alle 19:37 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:58
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Immagine di copertina

In Italia non si parla d’altro. Dal primo gennaio 2018 la frutta al supermercato potrà essere venduta solo in sacchetti biodegradabili a pagamento.

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Le nuove disposizioni sulle shopper sono contenute nella legge di conversione del decreto-legge per la crescita economica nel Mezzogiorno del 19 luglio 2017.

La legge recepisce le disposizioni di attuazione della direttiva UE 2015/720 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2015, che riguarda la riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero, con spessore inferiore a 50 micron. Si tratta delle buste sottili da imballaggio e trasporto che più frequentemente sono destinate a diventare rifiuti, contribuendo all’inquinamento ambientale.

La legge disciplina infatti la gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio per prevenirne e ridurne l’impatto sull’ambiente.

Le borse di plastica, secondo quanto prevede la legge, non possono essere distribuite a titolo gratuito e il prezzo di vendita di ogni busta deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati.

Per quanto riguarda il pagamento obbligatorio delle buste, la stessa legge prevede che dal 1 gennaio 2018, possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento. Nel 2020 e nel 2021, la quantità di materia prima rinnovabile, sarà ridotta progressivamente al 50 e poi al 60 per cento.

Al momento il prezzo di un sacchetto si aggira tra 1 e 3 centesimi. Per chi viola le nuove regole è prevista una sanzione amministrativa che va dai 2.500 ai 25mila euro

RIUTILIZZARE I SACCHETTI

C’è confusione sul fatto che si possano portare da casa buste già usate da riutilizzare. Secondo molti, la maggior parte delle catene di supermercati non prevede questa ipotesi dal momento che i sacchetti da riutilizzare potrebbero essere poco igienici, non trasparenti e non adatti a trasportare alimenti.

Il Ministero dell’Ambiente ha precisato che la vigente disciplina ambientale non prevede il riutilizzo delle borse ultraleggere.

Secondo quanto si legge sul sito di Federdistribuzione, “poiché il Ministero dello Sviluppo Economico, nella circolare in cui autorizza il sottocosto, ha affermato anche la possibilità per i consumatori di utilizzare nei punti di vendita sacchetti ultraleggeri “già in loro possesso”, unendo i pronunciamenti da parte dei due Ministeri risulterebbe, in linea teorica,  possibile quest’ultima pratica solo alle seguenti condizioni:

– utilizzo di sacchetti nuovi e integri

– utilizzo di sacchetti conformi a quanto indicato dalla normativa ambientale e igienico sanitaria;

– utilizzo di sacchetti idonei al contatto con gli alimenti;

– utilizzo di sacchetti con lo stesso peso dei sacchetti ultraleggeri distribuiti nei negozi dal 1° gennaio 2018, stante l’impossibilità di ritarare le bilance di volta in volta in base al diverso imballaggio del consumatore.

LE BUFALE E I GLI ESCAMOTAGE

Non sono mancate ovviamente le bufale sull’argomento. Tra le più diffuse citiamo quella secondo cui la norma è stata approvata per favorire il Partito democratico, e precisamente Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont e manager vicina al Pd, che sarebbe amministratrice “dell’unica azienda italiana che produce il materiale per produrre i sacchetti bio e detiene l’80 per cento del mercato.

“Novamont non è l’unica azienda a produrre bioplastiche per film, anche se è il principale fornitore di polimeri biobased e compostabili in Italia. Uno dei competitor – solo per citare il più noto – è il gruppo tedesco BASF”, spiega il sito specializzato Polimerica.

Circola inoltre una immagine di quattro arance con 4 codici a barre diversi. Quello che vorrebbe essere un trucco per aggirare il pagamento della shopper, è in realtà perfettamente inutile, dal momento che molte catene di supermercati fanno pagare tante buste quanti sono i codici a barre letti alla cassa.

Legambiente e altre associazioni ambientaliste, in contrasto con le associazioni a tutela dei consumatori, si sono dette soddisfatte dell’introduzione di tale norma, che rappresenta un passo in avanti nella tutela ambientale.

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