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La terribile desertificazione del Lago Ciad di cui nessuno parla, alleata di Boko Haram

Immagine di copertina
Credit: PHILIPPE DESMAZES / AFP

All’interno della scuola coranica Youssuf Abakar Kori di Bol, il principale villaggio lungo le coste del Lago Ciad, seduto su un tappeto, c’è Abdullaye Tidjani: ha 26 anni ed è stato uno jihadista, un combattente di Boko Haram.

”Io sono nigeriano, facevo il commerciante, sono originario di Dikwa, vicino al confine con il Ciad. Un giorno gli uomini di Boko Haram sono arrivati nella mia città e mi hanno costretto ad entrare nell’organizzazione. È così che sono divenuto un combattente dello Stato Islamico in Africa Occidentale”.

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Nessuna espressione del volto permette di tradurre in sentimenti le sue parole; solo due mani callose accompagnano, con un gesticolare equilibrato, una testimonianza rara di quello che è il Califfato nel continente africano.

”Una volta unito ai guerriglieri di Boko Haram, sono stato condotto in una loro base militare lungo le rive del lago. Ho trascorso le prime settimane imparando a utilizzare il lanciagranate, il kalashnikov e a combattere con il pugnale; e poi pregavo: l’imam ci diceva che dovevamo attaccare i villaggi, uccidere tutti coloro che non volevano unirsi a noi e che questo era il volere di Dio”.

L’ex combattente di Boko Haram descrive con dovizia di particolari la struttura dell’organizzazione terroristica: ”Le donne vivono separate dagli uomini, pregano e provvedono a cucinare e a coltivare i campi. I prigionieri lavorano, pescano e leggono il Corano. I combattenti vengono pagati, il cibo non manca e quando assaltano i villaggi prendono tutto quello che trovano. Sono i capi a dire di uccidere e razziare i villaggi. Io ero un soldato, un combattente e ho fatto queste cose, un giorno però mi sono domandato: ”perchè?”; e da quel momento non sono più riuscito a darmi pace, non ce la facevo più ad assistere a tanto orrore e così ho deciso di scappare. Oggi vivo a Bol e spero solo di ritornare a quella che era la mia vita prima di tutto questo”.

Mentre i riflettori della stampa internazionale sono puntati sulle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico in Siria, ormai prossimo alla caduta, nel Sahel sta affermandosi un nuovo Califfato, l’ISWAP (Isamic State in Western Africa Province).

Nel 2016 la setta islamista nigeriana Boko Haram si è scissa in due fazioni: una, con a capo il leader storico Abubakar Shekau, è operativa in Nigeria e ha la sua roccaforte nella foresta di Sambisa, l’altra, con alla testa Abu Musab Al-Barnawi, è affiliata allo Stato Islamico di Al-Baghdadi e sta costruendo un vero e proprio fortilizio di Daesh, nel bacino del Lago Ciad.

Ed è quest’ultima a impensierire maggiormente, perché sempre più  uomini stanno confluendo tra le sue fila: secondo il Combating Terrorism Center, vanta tra i 3500 e i 5000 combattenti, e inoltre sta cercando di dare vita a un modello statuale nei territori sotto il suo controllo.

Gli uomini di Al Barnawi stanno inoltre esportando la guerra in tutta la regione del Lago Ciad. Nigeria, Niger, Camerun e Ciad sono i Paesi dove i guerriglieri islamisti stanno colpendo ed è soprattutto in Ciad che si riescono a scorgere maggiormente gli effetti della crisi che sta travolgendo l’intero Sahel.

Il Paese di Idriss Deby è uno dei paesi più poveri al mondo: l’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, solo il 9% ha accesso ai servizi sanitari adeguati, l’analfabetismo va oltre il 50% e il tasso di mortalità infantile è tra i più alti del pianeta.

E adesso nella zona del lago è in corso una tragedia umanitaria che, stando ai dati dell’Ocha (l’Ufficio della Nazioni Unite per gli affari umanitari), ha causato oltre 2,3 milioni di profughi, 10 milioni di persone che vivono nel bisogno e 500mila bambini che soffrono di malnutrizione.

Ad aver provocato la carestia che sta falcidiando la popolazione è la desertificazione del Lago Ciad. La superficie del lago si è ridotta del 90% dagli anni sessanta ad oggi e i motivi vanno ricercati nella costruzione di dighe sui fiumi immissari ma soprattutto nell’avanzata del Sahara.

Il cambiamento climatico è oggi il principale alleato di Boko Haram e a spiegarlo è Ahmat Yacoub, docente di sociologia e fondatore del primo centro di deradicalizzazione nato nel Sahel.

”La gente non ha più da mangiare, non ci sono scuole e neppure ospedali e la brutale repressione dell’esercito, che colpisce anche i civili, fa si che gli abitanti della zona rivierasca decidano di andare a vivere nelle aree sotto controllo di Boko Haram. I terroristi pagano, garantiscono riso e pesce e promettono la gloria eterna del Paradiso. Finché ci sarà miseria e ignoranza ci sarà Boko Haram”

E quanto detto dal dottor Yacoub è riscontrabile nei villaggi che punteggiano le isole del lago e il deserto che lo circonda.

Poche capanne di frasche formano l’abitato di Dar es Salaam, dove vivono alcuni disertori di Boko Haram, e tra loro c’è Elijah Mohammed, che ha 26 anni e ha vissuto nei territori dello Stato Islamico in Africa per 2 anni.

Interrogato su cosa significhi il nome Boko Haram (in lingua hausa: l’educazione occidentale è proibita, ndr), ha risposto: ”Non lo so cosa significhi, io sono analfabeta e non sono un terrorista. I soldati di Boko Haram sono arrivati nel mio villaggio e hanno obbligato gli uomini ad unirsi a loro. Per due anni sono stato nell’organizzazione, lavoravo i campi e pescavo, mi pagavano e mangiavo due volte al giorno.

Sono scappato perché volevo tornare dalla mia famiglia e avevo paura di morire. C’erano sempre dei combattimenti. Ma se non mi ha ucciso Boko Haram oggi rischia di uccidermi la fame”. Poco distante intanto una madre insieme alla figlia raccoglie tre piccoli pesci fatti essiccare al sole che, insieme a una tanica d’acqua sporca, sono il loro unico ed estremo appiglio alla sopravvivenza.

E per rendersi conto di come la fame e le malattie stiano martoriando le genti che vivono lungo le rive del lago occorre spingersi anche a Bol, dove c’è il solo ospedale di tutta la regione.  Ammalati di Aids terminali, feriti di guerra con le braccia in necrosi, bambini affetti dalla tubercolosi e con il corpo infestato di parassiti giacciono in ogni dove, nei padiglioni impregnati dell’odore di sangue e urina e in cortile tra la polvere e le temperature che raggiungono i 50 gradi.

Hanno tutti occhi incendiati dalla paura e dal furore della sofferenza. Alcune donne stringono i lembi dei vestiti con i denti, un’altra agita un piccolo ventaglio per far aria alla figlia che anela stesa per terra e immobile. Nessuno grida, nessuno piange, è gente forgiata in quell’orgoglio degli ultimi che impone di affidare le urla del proprio dolore al silenzio.

”Qui manca tutto, questo è l’unico ospedale dell’intera regione e siamo solo in tre medici a dover far fronte a una pluralità di problemi”. A parlare è Mohamet Hassan, il direttore generale che poi ha aggiunto: ”Il terrorismo di Boko Haram ha portato problematiche che prima non c’erano. Abbiamo ricoverato una bambina che ha visto sgozzare suo padre. Poi è stata stuprata dai miliziani islamisti e ha contratto l’Hiv. Ha ingerito un chiodo di 12 centimetri per suicidarsi. L’ho operata e adesso è sotto trattamento. Questa è la nostra quotidianità”.