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La Bce ha annunciato la fine del Quantitative Easing, la pacchia è finita?

Intanto l’Euro ha quasi 20 anni. “Il Qe è stato una grande aspirapolvere di titoli di Stato e ha salvato l’Euro” dice il Prof. Canegrati a TPI, Senyor Analist di Bp Prime e docente di diritto tributario alla Luiss e La Sapienza

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Uno dei più grandi programmi di aiuto agli stati di tutti i tempi da parte di una Banca centrale, si concluderà ufficialmente in poche settimane. Fine del 2018 e fine del Quantitative Easing, il “bazooka” a cui, a torto o ragione, la Banca Centrale Europea si è affidata per far si che il sistema rimanesse in piedi.

Il Quantitative Easing spiegato a chi non si intende di economia

Il sistema in questione è quello di vendita del debito degli stati dell’Eurozona, aiutato da una mossa che ha garantito tassi calmierati nel mercato delle obbligazioni governative.

La Banca Centrale Europea ha dichiarato che alla fine di dicembre smetterà di fare shopping sui mercati, nei quali durante questi anni ha acquistato bond degli stati membri, in altre parole parti del loro debito pubblico.

Dopo un decennio segnato da recessioni, crisi finanziarie e disordini politici che hanno quasi fatto a pezzi la zona euro, la chiusura del programma di acquisto di obbligazioni ha mostrato che la Banca centrale sarebbe abbastanza sicura della salute dell’Eurozona per iniziare, seppure in maniera relativa, a togliere la sua massiccia presenza nel mercato finanziario.

Il programma mandato avanti dalla Banca Centrale europea è stata una pietra miliare per l’Euro e si conclude poche settimane prima che la valuta compia il suo ventesimo compleanno. Forse è stato questo il suo regalo più grande, tenerla in vita.

All’inizio del 2015, la decisione del Consiglio direttivo della banca centrale di iniziare a comprare centinaia di miliardi di euro di titoli di stato è stata decisiva e controversa. Ha generato sfide  e attriti all’interno del consiglio, che comprende i rappresentanti di tutti i 19 paesi dell’Eurozona.

Il programma è comunque andato avanti, fra una critica e l’altra, è sopravvissuto e alla fine ha cambiato per sempre il modo in cui la Banca Centrale Europea combatte le crisi, rafforzando al tempo stesso la sua credibilità.

Mario Draghi – il numero uno dell’Eurotower – durante l’atteso discorso e la conferenza stampa a seguire ha sottolineato come il Qe “è ora parte della cassetta degli attrezzi, è uno strumento permanente”.

In precedenza, la Banca centrale europea era ovviamente considerata con rispetto, ma sempre debole negli strumenti a disposizione della sua più famosa collega, la Federal Reserve degli Stati Uniti, che ha iniziato anni prima e in quantità maggiore a iniettare liquidità nel mercato a stelle e strisce.

La Bce – ha detto Mario Draghi ai microfoni – è “come le altre banche centrali in termini di strumenti che può utilizzare”.

Ci si aspettava questo passaggio alla fine dello sforzo durato quasi quattro anni. A giugno scorso, la banca ha segnalato che il programma di acquisto di obbligazioni, che ha pompato 2.600 miliardi di euro nell’economia dell’Eurozona, si concluderà a dicembre.

Prima dell’inizio del programma, alcuni esperti avevano affermato che tale politica non potesse essere adottata nell’Eurozona. Il perché? L’eurozona non è un governo e non emette obbligazioni. Non vi era alcuna forma di debito pan-regionale paragonabile ai buoni del Tesoro degli Stati Uniti che la Federal Reserve aveva acquistato come parte del suo programma di stimolo di emergenza dopo la grave crisi del 2008.

La Banca centrale europea ha risolto questo problema acquistando obbligazioni emesse dai suoi 19 paesi membri in misura proporzionale alla dimensione delle loro economie.

Il programma ha suscitato aspre critiche da parte di esperti,  economisti, e comuni cittadini, specie in Germania, che lo hanno considerato come un salvataggio di fatto di paesi come la Spagna e l’Italia. I critici del Qe sostengono che i paesi con alto debito avrebbero dovuto essere costretti a risolvere i propri problemi in maniera autonoma.

Chi ha avversato tale operazione sostiene che la banca centrale stesse effettivamente fornendo finanziamenti ai governi in violazione delle norme, ossia l’acquisto dei debiti sovrani, le obbligazioni che gli stati emettono per finanziare la loro spesa pubblica.

È stata di recente la Corte Europea a stabilire che la legittimità del Qe, che, si sottolinea, non ha comprato direttamente i bond governativi dagli stati, ma dal mercato secondario. La Corte ha dissipato i dubbi, forse meglio chiamarli “opposizione”, degli Stati “virtuosi” che spingono, a torto o ragione, per far si che ognuno tenga i conti in ordine senza invocare l’aiuto “esterno”, facendolo pesare quindi sul resto del “condominio” dell’Eurozona.

Abbiamo chiesto al Prof.Canegrati – Senyor Analist per Bp Prime  e docente di diritto tributario presso la Luiss e La Sapienza – quale sia la sua posizione su questo prezioso strumento per gli  stati che per la salvaguardia dell’Euro.

Prof. Canegrati, la fine del Qe segna la fine di uno strumento importantissimo per raffreddare il costo del debito dei paesi deboli, fra cui l’Italia. Salvare i gli stati dalla speculazione del mercato ha anche salvato l’Euro?

Certamente, il QE è stato introdotto dalla Banca Centrale Europea in un momento estremamente drammatico per l’eurozona, quando i mercati finanziari stavano cominciando a prezzare il cosiddetto “rischio di ridenominazione”, ovvero l’ipotesi che qualche stato potesse lasciare la moneta unica.

Questo rischio era misurabile dal forte aumento dei differenziali di rendimento tra i titoli di stato dei paesi considerati più a rischio (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, i cosiddetti PIGS) e quello dei bund tedeschi, nonché dei credit default swap, strumenti di copertura dal rischio di credito sovrano.

La BCE ha funzionato come un enorme aspirapolvere di titoli di Stato, supplendo alla domanda che stava venendo a mancare da parte degli grandi investitori, abbassando così i rendimenti dei titoli di Stato. Tanto è bastato per calmare le tensioni sui mercati obbligazionari sovrani e azzerare il rischio di un break-up dell’Euro.

La Corte Europea ha poi legittimato – in questa forma – l’utilizzo del Qe. Ma fra i più grandi avversari del Qe ci sono cosìdetti paesi virtusi, in primis la Germania, che hanno visto l’intervento della Bce come una stampella per gli stati che non rispettano le regole. È proprio così?

I paesi Nordici si sono sempre opposti al QE, considerandolo, di fatto, come un aiuto non dovuto da parte della banca centrale a paesi con finanze pubbliche in disordine. Questa politica monetaria, nella loro visione, incentiva fenomeni di azzardo morale da parte degli stati del Sud Europa, sottraendoli dall’obbligo di intraprendere politiche fiscali draconiane al fine di risistemare i loro bilanci e ridurre l’enorme stock di debito pubblico.

“Inoltre” – prosegue l’accademico – “Se misuriamo la stance di politica fiscale (variazione del deficit in rapporto al Pil) di questi stati dopo l’inaugurazione del QE, osserviamo che questa non è stata particolarmente restrittiva, contrariamente a quanto si possa credere. Questo vuol dire che, effettivamente, la politica monetaria ultra-accomodante della BCE ha creato un disincetivo ad intraprendere le riforme necessarie per correggere gli squilibri”.

Nel 1998 è nata la Bce, l’anno dopo l’Euro, seppur non ancora in circolazione. Insomma, la moneta unica ha quasi 20 anni. Cosa ha funzionato e cosa no?

L’Euro è stato, a mio avviso, un passo necessario e fondamentale per la creazione dell’Europa unita. La sua introduzione ha creato enormi vantaggi per tutti i paesi che l’hanno adottato, a partire dai risparmi sulle transazioni finanziarie e dalla possibilità, per i consumatori, di avere una unica valuta in tutta Europa, aumentando anche concorrenza tra beni e servizi e la possibilità di comparare i prezzi. Certamente, l’introduzione dell’euro ha anche evidenziato gli enormi squilibri fondamentali esistenti tra i vari stati, a partire dai differenziali di competitività, di produttività e di inflazione.

L’impossibilità di usare la moneta come strumento di svalutazione competitiva – prosegue Canegrati – ha significato per gli stati del Sud Europa la perdita di uno strumento fondamentale per competere sul versante dei prezzi.

In realtà, le svalutazioni competitive erano solo un palliativo che evitava di affrontare il vero key driver per poter competere in una economia globalizzata, ovvero la produttività derivante dalla ricerca e sviluppo e dall’innovazione. Generavano, inoltre, l’effetto collaterale di aumentare i debiti pubblici. Con l’euro, finalmente, i paesi hanno capito che sono costretti a essere virtuosi dal lato della competitività, se vogliono crescere e creare benessere.

I banchieri centrali sono spesso oggetto di critiche da parte della politica per mantenere tassi bassi ed avere consenso politico. Lo stesso vale per l’acquisto dei bond degli stati. Ma per abbassare lo spread, e quindi il costo del debito pubblico, cosa chiede chi presta i soldi, ossia i mercati? E’ davvero solo una questione di debito alto?

L’idea che le banche centrali siano tra le principali creatrici di squilibri economici e di bolle speculative è stata introdotta dal premio Nobel per l’economia Friederich von Hayek, il quale sosteneva che i cicli economici sono il risultato delle politiche monetarie espansive intraprese dalle banche centrali, che mantengono artificialmente bassi i tassi di interesse e creano, quindi, un incentivo per le imprese a sovrainvestire.

Una volta che i tassi vengono alzati, gli investimenti non sono più sostenibili, il mercato del credito crolla e l’economia entra in recessione. Se analizziamo l’andamento dell’economia globale negli ultimi anni possiamo vedere che questo si è quasi sempre verificato.

Il Professor Canegrati conclude sottolineando come “Se la banca centrale promette di acquistare massivamente titoli di stato, agli investitori non resta che accodarsi nell’acquistare, in quanto esiste un vecchio adagio tra i trader che recita “mai andare contro la banca centrale”.

In assenza di questo intervento da parte dell’autorità centrale, invece, per abbassare lo spread gli investitori chiedono politiche economiche virtuose e riforme strutturali. Il rispetto del pareggio di bilancio è ormai visto come una condizione fondamentale per poter assicurare bassi rendimenti sovrani nel lungo periodo. Questo è possibile, però, soltanto in una economia competitiva e innovativa, in cui il Pil cresca sempre. In assenza di questo, gli investitori chiedono sempre un premio per il rischio aggiuntivo”.

Intanto, buon compleanno Euro.