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La storia di Becky, morta carbonizzata a Rosarno: Mimmo Lucano voleva tenerla a Riace ma gli fu impedito

La vicenda di Becky Moses, morta a inizio 2017 nel rogo di San Ferdinando, è legata all'operato del sindaco di Riace Domenico Lucano che voleva salvarla e tenerla nel piccolo paesino

Immagine di copertina

Becky Moses aveva 26 anni quando è morta carbonizzata, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 2018, a causa di un rogo scoppiato nel ghetto di San Ferdinando, vicino Rosarno, in Calabria.

La sua storia forse non la ricorderanno tutti, per alcuni era probabilmente solo un’immigrata che si era trovata nel momento sbagliato al posto sbagliato.

Eppure, la vita di questa giovane ragazza e la sua morte infausta nel ghetto di San Ferdinando torna quantomai attuale nei giorni dell’arresto del sindaco di Riace, Domenico Lucano, e della conversione in legge del decreto Salvini.

Becky Moses era arrivata in Italia nel 2016 dalla Nigeria.

A Riace era stata ospite di un centro di accoglienza straordinario: nel piccolo paese in provincia di Reggio Calabria stava mettendo radici ma la commissione territoriale le aveva negato la richiesta di asilo politico.

Quindi, avendo ricevuto il diniego e non potendo essere trasferita in uno Sprar, Becky aveva fatto ricorso, ma non era riuscita a vincerlo.

Le cose si erano messe male, la vita nei Cas era diventata impossibile e aveva di andare via. Lasciava Riace, sola e con in mano un diniego della prefettura.

Decise di spostarsi a San Ferdinando, dove c’erano altri nigeriani suoi conoscenti.

Lì, in uno dei ghetti più grandi d’Italia, Becky Moses ha trovato la morte dopo essere stata avvolta dalle fiamme di un braciere rimasto accesso per scaldarsi in una fredda notte d’inverno.

Becky a Riace abitava in un alloggio, condiviso con altre sue coetanee. La sua carta d’identità portava ancora la firma del sindaco Domenico Lucano, che all’epoca aveva voluto riconoscerle la dignità di essere umano.

Il 27 dicembre 2017 le era stata consegnata la carta di identità.

Prima il rigetto della richiesta di asilo politico, poi la scelta di abbandonare il paesino della Locride, dove la legge dice che i “lungopermanenti” non possono restare.

E infine l’arrivo nell’inferno di San Ferdinando, un ammasso di baracche dove i migranti stagionali cercano di sopravvivere come possono.

Quel giorno i migranti, vedendo il corpo di Becky incenerito e portato via dentro un sacco blu, non andarono a raccogliere le arance.

Dopo il diniego alla richiesta d’asilo, Becky era diventata una “lungopermanente” e non poteva restare a Riace.

Secondo i protocolli ministeriali, i migranti non possono rimanere presso le strutture di accoglienza per più di sei mesi: una sorta di “presunzione assoluta” dell’avvenuta integrazione nel tessuto sociale entro questo breve lasso di tempo, visto che le strutture finanziate sono finalizzate all’accoglienza e all’inserimento sociale.

Per di più Becky aveva avuto il diniego dell’asilo politico e aveva perso anche il ricorso. Questo la rendeva a tutti gli effetti un’irregolare.

Come facilmente prevedibile, per tutti ma non per la Commissione asilo, era finita nel ghetto di San Ferdinando-Rosarno.

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Pochi giorni per passare da un possibile percorso di inserimento al girone infernale dello sfruttamento.

Il giorno della sua morte Mimmo Lucano andò fuori di sé. Chiese di seppellire Becky a Riace.

Era arrabbiato perché nell’inchiesta giudiziaria che lo coinvolgeva gli contestavano un prolungamento dell’accoglienza. Esattamente ciò che avrebbe salvato la vita a Becky. “L’accoglienza degli esseri umani non ha scadenza”, diceva.

A maggio finalmente si riuscì a dare degna sepoltura alla 26enne.

“Era stata qui a Riace, ma per la legge non poteva più restare e adesso le autorità si dispiacciono. Troverà sepoltura qui da noi”, disse Lucano.

L’elenco delle contestazioni contenute nell’inchiesta aperta nel 2016 dalla procura di Locri nei confronti del sindaco parlava anche del mantenimento dei “lungopermanenti”.

Mimmo Lucano si è sempre rifiutato di mandare via le persone: chi voleva rimanere a Riace, rimaneva. E infatti, alcuni sono a Riace da anni.

C’è chi fa il mediatore culturale per il ministero dell’interno e per l’autorità giudiziaria, chi lavora nelle associazioni e nelle cooperative come cuoco, inserviente o sempre mediatore culturale.

Il decreto Salvini, nel suo primo articolo, prevede l’abolizione della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari previsto dal Testo unico sull’immigrazione(legge 286/98).

Cancellare la protezione umanitaria potrebbe portare in breve tempo all’emersione di un numero consistente di persone che in Italia vivrebbero da irregolari.

Così da avere altre 10, 100, 1.000 Becky costrette a fuggire e a vivere da irregolari tra i ghetti di Rosarno, o peggio, sfruttate come prostitute o come braccianti per pochi euro al giorno.