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La storia di Cameyi, 15enne trucidata vicino all’Hotel House, è il simbolo dell’Italia che se ne frega degli immigrati
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Cameyi Mosammet

La storia di Cameyi, 15enne trucidata vicino all’Hotel House, è il simbolo dell’Italia che se ne frega degli immigrati

Nel 2010 Cameyi Mosammet, bengalese residente ad Ancona, sparì nel nulla. Lo scorso marzo le sue ossa sono state ritrovate in un pozzo vicino all'edificio simbolo della segregazione dei migranti. "Su Sarah Scazzi e Yara Gambirasio mesi di trasmissioni, su di lei il silenzio", dice a TPI l'avvocato della famiglia

03 Set. 2018
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Cameyi Mosammet

“Se la persona scomparsa fosse stata italiana e non immigrata, la verità sarebbe venuta fuori molto prima”. È quello che dice una fonte che preferisce restare anonima al quotidiano britannico The Guardian.

La persona a cui si riferisce è Cameyi Mosammet, ragazza bengalese di cui si persero le tracce ad Ancona nel 2010: all’epoca aveva 15 anni.

Il 28 marzo 2018, dopo 8 anni di mistero, alcuni suoi resti ossei sono stati trovati in un pozzo vicino all’Hotel House, un palazzone a forma di croce situato a Porto Recanati, in provincia di Macerata, dove vivono un migliaio di immigrati di 40 diverse nazionalità, un edificio diventato negli anni il simbolo della ghettizzazione degli stranieri.

Alcuni uomini della guardia di Finanza, quel giorno, stavano effettuando un controllo anti-droga: uno di loro ha notato un osso, che poi si è rivelato essere un femore, che spuntava dal terreno. Scavando, sono stati trovati altri resti umani interrati: le analisi hanno rivelato che appartenevano a Cameyi.

La ragazzina, originaria del Bangladesh ma cresciuta nelle Marche, quel giorno del 2010 era sparita nel nulla dopo aver “marinato” la scuola.

La sua famiglia, da circa un anno, era in difficoltà: il padre aveva perso il lavoro e gli era stato diagnosticato un cancro ai polmoni. Erano anche stati sfrattati dal loro appartamento, trovando poi una sistemazione provvisoria messa a disposizione dai servizi sociali.

La loro vita ricalcava quella di tanti membri della folta comunità bengalese di Ancona e dintorni. Cameyi, però, era una ragazza perfettamente integrata nella cultura italiana. Anche troppo, secondo qualcuno.

Cameyi Mosammet

Poco dopo la scomparsa, una delle prime ipotesi investigative fu infatti quella di una “vendetta” consumatasi all’interno della comunità bengalese a causa dello stile di vita considerato troppo emancipato della ragazza.

Vennero chiamati in causa persino i genitori, circolò l’ipotesi  di un rapimento simulato per far rimpatriare la 15enne in modo da “rieducarla” a usi e costumi della sua nazione di origine.

Il principale elemento in mano agli investigatori, all’epoca, era un filmato che riprendeva Cameyi, il giorno della scomparsa, nei pressi dell’Hotel House, proprio dove, qualche mese fa, sono state ritrovate le sue ossa.

Nell’edificio viveva Monir Kazi, un ragazzo di 20 anni che con Cameyi aveva una relazione. Messo sotto torchio dagli inquirenti, Kazi negò di essere coinvolto nella sparizione.

Nel suo appartamento vennero ritrovati un copricapo di Cameyi e delle tracce di sangue su un cuscino, che le analisi rilevarono però non essere collegate alla 15enne bengalese.

Kazi, il giorno della scomparsa di Cameyi, passò quattro ore in ospedale, lamentando dei crampi allo stomaco. Gli indizi su di lui però all’epoca furono ritenuti troppo fragili per istruire un processo, il ragazzo riparò in Grecia e da lì non fece più ritorno in Italia.

Le indagini, da quel momento, imboccarono un vicolo cieco e nel 2017 venne disposta la chiusura del fascicolo.

Il giornalista del Guardian Tobias Jones, in un lungo reportage sul caso il cui sottotitolo recita significativamente “Did prejudice hamper the search for justice?” (“Il pregiudizio ha ostacolato la ricerca della giustizia”), ha scritto che “per molte persone le indagini non furono sufficientemente accurate”, che la ragazzina venne bollata da alcuni come una “troietta immigrata”.

Ma è davvero così? Il dato più eclatante è quello del ritrovamento delle ossa: perché ci sono voluti otto anni, nonostante il filmato che testimoniava come Cameyi, quel giorno, si trovasse nei pressi dell’Hotel House?

“Non voglio essere di parte, ma credo che quando Cameyi è scomparsa abbiamo ascoltato delle considerazioni e delle valutazioni molto impostate. Non credo che se fosse stata una ragazzina italiana le cose sarebbero andate nello stesso identico modo, forse ci sarebbe stata un po’ più di attenzione” ha detto dopo il ritrovamento delle ossa Elisabetta Micciarelli, dirigente della scuola che frequentava Cameyi.

“Sicuramente c’è stato troppo silenzio in questi anni – ha rincarato la dose Silvia Mainardi, insegnante del fratello di Cameyi – le indagini sono state riaperte momentaneamente, sono state fatte delle perlustrazioni in un laghetto accanto all’Hotel House, ma non è mai stato trovato nulla. Oramai, anzi molto presto, si erano perse le speranze di ritrovare Cameyi e questi anni non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. L’unica cosa che ci si potesse augurare era quella di trovare il corpo”.

“Non avendo avuto acceso al fascicolo – dice a TPI Luca Sartini, avvocato della famiglia della ragazza bengalese – non posso valutare quanto le indagini della procura siano state accurate”.

“Voglio però dire una cosa: se dovessi scoprire che in quel casolare non è stato fatto alcun sopralluogo, rimarrei interdetto. La ragazza quel giorno si trovava lì, e si sa che nella zona ci sono molti pozzi. Spero quindi che siano stati fatti i dovuti accertamenti. Per quale motivo, poi, all’epoca le ossa non furono ritrovate, questo non saprei dirlo”.

Se parlare di una giustizia a due velocità per italiani e immigrati può essere avventato, va però almeno dato risalto a quanto la sparizione di uno straniero, magari extracomunitario, magari non ancora in possesso dei requisiti per ottenere la cittadinanza, cada facilmente in una sorta  di oblio mediatico.

“Quando è scomparsa Cameyi – continua l’avvocato Sartini – erano in corso anche le indagini per la sparizione di Sarah Scazzi e per quella di Yara Gambirasio. Parliamo in tutti e tre i casi di ragazzine di cui si erano perse le tracce. Personalmente ricordo mesi di trasmissioni su Sarah e Yara, mentre il caso di Cameyi ha ricevuto un’attenzione minima, eccezion fatta per qualche puntata di Chi l’Ha Visto e, più di recente, per Quarto Grado, che si è anche scusata per non aver trattato la vicenda nel 2010″.

“Ci sono casi su cui viene riversata un’attenzione spasmodica e altri che hanno una ‘tiratura’ minore, questo credo sia evidente a tutti”.

“Ovviamente sto parlando solo dell’aspetto mediatico – precisa Sartini – poiché non ho contezza del lavoro delle procure. Nel caso di Cameyi, però, siccome le indagini sono andate avanti per 7 anni, mi aspetto di trovare un fascicolo grande quanto l’Enciclopedia Treccani, non certo 10 paginette striminzite. È una valutazione che potrò fare solo quando avrò accesso agli atti”.

“Il lavoro investigativo – aggiunge- in questi casi è ovviamente decisivo. Pensiamo ad esempio ai milioni di euro giustamente spesi dalla procura di Bergamo per mappare il Dna di centinaia di persone e scoprire la verità sull’omicidio di Yara Gambirasio”.

Sartini ci spiega come, in ogni caso, la reciproca diffidenza tra gli stranieri e un segmento di popolazione italiana non abbia aiutato: “Personalmente provai a fare dal collante tra gli inquirenti e la famiglia, evitando una contrapposizione alimentata dai sospetti che, a far sparire la ragazza, fossero stati proprio i parenti o qualche altro membro della comunità bengalese, ma non fu affatto facile”.

A rendere tutto più complesso ci fu il contesto in cui avvenne la sparizione: l’Hotel House, l’edificio dove viveva il fidanzato di Cameyi e nei pressi del quale sono state ritrovate le ossa della ragazza, è da almeno 20 anni un simbolo del fallimento dei processi di integrazione degli immigrati in Italia.

Inaugurato nel 1968, questo grattacielo situato a due chilometri dal centro di Porto Recanati era stato concepito come residenza estiva delle famiglie ricche del centro e del nord Italia.

L’Hotel House

La sua costruzione era ispirata alle Unité d’habitation dell’architetto svizzero Le Corbusier nonché ai falansteri, le unità abitative immaginate nell’Ottocento dal socialista utopista Charles Fourier.

Negli anni ’70 avere una camera in affitto all’Hotel House era un simbolo di distinzione e prestigio sociale.

La situazione si è capovolta tra gli anni ’80 e ’90: le recessione spinse molti proprietari a vendere i propri appartamenti, molti dei quali entrarono in possesso di banche e speculatori che misero in atto un sistema descritto nel libro del sociologo Alberto Cancellieri Hotel house. Etnografia di un condominio multietnico, e di cui si è occupata Annalisa Camilli in un reportage su Internazionale.

Il meccanismo era quello del “blockbusting: prima si favorisce la vendita di appartamenti provocando ‘paure etniche’ nei proprietari e negli affittuari – ha spiegato Cancellieri su Internazionale –  per avvantaggiarsi della caduta dei prezzi; in un secondo momento si affittano o si vendono gli appartamenti agli immigrati a prezzi più elevati. Invitando i migranti a spostarsi in un’area già popolata da altri migranti ed evitando più o meno direttamente che prendano in affitto case in altre aree (meccanismo noto come steering), e in questo modo si rafforza la costruzione di un mercato duale”.

Il grattacielo, nel corso degli anni, si è quindi trasformato in un ghetto sempre più decadente: la malagestione economica dell’edificio ha determinato un progressivo taglio dei servizi, da quello idrici fino agli ascensori, che hanno smesso di funzionare nel 2008 e non sono mai stati riparati, costringendo così gli abitanti più anziani dell’edificio, specie quelli che abitano ai piani alti, a rimanere prigionieri all’interno delle mura domestiche.

Il risultato di questo processo di abbandono è facilmente intuibile: oggi l’Hotel House è un melting pot in cui si sperimenta la convivenza tra culture diverse (nel grattacielo vivono anche molti italiani), ma è anche, inevitabilmente, un luogo in cui proliferano spaccio di droga e microcriminalità, e in cui arresti e retate sono all’ordine del giorno.

“L’Hotel house ci interroga su quello che sappiamo e non sappiamo fare per integrare gli immigrati – ci dice l’avvocato Sartini – in quella che è l’ipocrisia che circonda oggi, in Italia, ogni tipo di ragionamento su questo tema”.

“Prima che la situazione arrivi al limite – prosegue – bisognerebbe avere un maggior controllo del territorio ed evitare che si formino dei veri e propri ghetti in cui regnano degrado e incuria”.

“Integrazione non significa mettere 40 diverse etnie in un palazzo e poi girarsi dall’altra parte perché fa comodo, perché è meglio far finta di non vedere”, conclude.

Monir Kazi, il principale indiziato per la morte di Cameyi, dall’Hotel House e dall’Italia è andato via poco dopo che la procura aveva acceso i riflettori su di lui.

Dopo otto anni è difficile stabilire se il degrado di quella struttura, che Cameyi verosimilmente frequentava per andare a trovare il fidanzato, abbia anche contribuito a spezzare la sua vita.

Quel che è certo è che lo stato di abbandono di edifici come l’Hotel House è anche quello di tanti immigrati che, nell’Italia dominata dalla retorica dell’invasione, devono lottare contro paure e pregiudizi per avere gli stessi diritti e la stessa attenzione degli italiani, anche quando reclamano giustizia.

Cameyi era una 15enne extracomunitaria, ancora senza cittadinanza, una voce certamente troppo flebile per farsi udire nel cicaleccio del circo mediatico italiano in quell’estate di otto anni fa.

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