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Aboubakar Soumahoro: “Io, sindacalista dei braccianti, vi racconto chi era Soumayla Sacko, ucciso in Calabria”
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Aboubakar Soumahoro. Credit: Anna Ditta

Aboubakar Soumahoro: “Io, sindacalista dei braccianti, vi racconto chi era Soumayla Sacko, ucciso in Calabria”

Il dirigente sindacale italo-ivoriano dell'Unione sindacale di base ha parlato a TPI della situazione dei braccianti sfruttati nelle campagne del sud Italia e ha detto cosa pensa sulla vicenda della nave Aquarius

15 Giu. 2018
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Aboubakar Soumahoro. Credit: Anna Ditta

“Noi non facciamo niente, davvero”, si schermisce Aboubakar Soumahoro, sindacalista dei braccianti. “Facciamo solo quello che i lavoratori chiedono. E ancora non abbiamo iniziato”.

Dieci giorni dopo che Soumayla Sacko, 29enne del Mali immigrato regolarmente in Italia, è stato ucciso a colpi di pistola in Calabria, TPI.it ha incontrato Aboubakar nella sede dell’Unione sindacale di base (USB) a Roma.

Aboubakar, o Abou, come viene chiamato, è un dirigente sindacale italo-ivoriano della USB. Ha 38 anni ed è laureato in sociologia.

Conosceva personalmente Soumayla e aveva condotto alcune insieme a lui alcune lotte per i diritti dei braccianti. Anche Soumayla, infatti, era un attivista USB e si impegnava per i suoi diritti e quelli degli altri braccianti (qui l’intervista a Guido Lutrario, dell’esecutivo nazionale USB).

In una video-intervista ci ha raccontato chi era Soumayla Sacko e qual è la situazione dei braccianti, in Calabria e non solo.

Qui la video intervista ad Aboubakar Soumahoro:

Lo sfruttamento dei braccianti nelle campagne italiane

“I braccianti vivono in una condizione di sfruttamento arcaico”, dice Aboubakar, “dove mancano gli elementi basilari del rispetto della dignità umana e dei diritti sindacali”.

Sono lavoratori, racconta, che lavorano 12 ore al giorno per una paga di due euro e cinquanta o tre euro l’ora, e che a fine mese si trovano una busta paga di cento o cinquanta euro.

“Parliamo di lavoratori che non avranno mai diritto alla disoccupazione agricola e che sono stati stigmatizzati e ghettizzati a partire da norme come la Bossi-Fini, che subordina il mantenimento del permesso di soggiorno al contratto di lavoro. Rifiutando quelle condizioni di lavoro il bracciante quindi non potrà vedere rinnovato il permesso di soggiorno e non potrà restare in Italia”.

“Poi abbiamo la legge Minniti-Orlando“, sottolinea Aboubakar, “che davvero è una sorta di prigionia per i profughi, perché istituisce tribunali speciali per il ricorso dei richiedenti di protezione internazionale che abbiano ricevuto un parere negativo dalla Commissione di riconoscimento di tale protezione internazionale. È una separazione legislativa tra persone che vivono nella stessa società, e di fatto diventa un muro tra gli uni e gli altri”.

“Noi lavoriamo per la rivendicazione dei diritti sindacali di tutti i lavoratori”, aggiunge, “perché un ryder guadagna tanto quanto un bracciante delle province di Foggia o delle campagne della Basilicata e della Calabria. Siamo quasi nel 2019 eppure la situazione dei lavoratori grida il bisogno di una organizzazione sindacale”.

Un altro tema avanzato dal sindacalista è quello dell’organizzazione della grande distribuzione organizzata. “Non è possibile che questa filiera porti con sé il processo di trasformazione del 70 per cento del prodotto agricolo con quei prezzi stracciati”, dice. “Finché sarà così avremo nelle campagne braccianti schiavizzati e un’agricoltura impoverita”.

Infine, Aboubakar parla anche del tema della regolarizzazione. “Non si può far finta che in Italia non ci siano 600mila lavoratori che si trovano in una condizione di sfruttamento e invisibilità. La regolarizzazione è la soluzione, non la deportazione. Dire che si vogliono deportare queste persone fa male alla popolazione, ed è anche una bugia”.

Il sindacalista ricorda che è stato proprio il leghista Roberto Maroni, da ministro dell’Interno, a compiere l’ultima regolarizzazione nel 2012.

“Si vuole nascondere la verità, è come nascondere il sole con la mano. Impossibile”.

Le mobilitazioni dell’Unione sindacale di base

All’indomani dell’omicidio, il sindacato USB ha organizzato una protesta dei braccianti a San Ferdinando, dove sorge la tendopoli in cui viveva Soumayla. È partita anche una raccolta fondi per aiutare la famiglia del giovane in Mali (moglie e figlia di cinque anni), con la quale sono stati raccolti quasi 40mila euro per coprire le spese legali e quelle relative al trasferimento della salma di Soumayla nel suo paese d’origine.

Il 16 giugno USB ha organizzato una giornata di mobilitazione a Roma contro le disuguaglianze sociali, rivolta non solo ai braccianti ma anche a disoccupati, precari, operai, casalinghe, pensionati e lavoratori della logistica. Alla protesta, che punta a chiedere una maggiore giustizia sociale, parteciperanno anche delegazioni di braccianti dalla piana di Gioia Tauro, in Calabria, e di Foggia.

Giorno 23 giugno si terrà invece a Reggio Calabria una manifestazione per chiedere verità e giustizia su Soumayla Sacko e contro lo sfruttamento dei braccianti.

L’uccisione di Soumayla Sacko

Soumayla Sacko, bracciante e attivista sindacale maliano, è stato ucciso la sera del 2 giugno 2018 dopo essersi addentrato con altri due uomini nell’ex Fornace, una fabbrica abbandonata nella zona di San Calogero (Vibo Valentia) per cercare vecchie lamiere e altro materiale con cui poter costruire un riparo.

I tre uomini erano regolarmente residenti in Italia e vivevano nella tendopoli di San Ferdinando, il campo che pochi mesi prima era stato in parte distrutto dall’incendio che aveva causato la morte di Becky Moses.

Mentre i tre erano nell’ex Fornace, qualcuno ha sparato contro di loro e un proiettile ha colpito Soumayla alla testa. Madoufoune Fofana, di 27 anni, è riuscito a ripararsi, rimanendo illeso. Madiheri Drame, 30 anni, è stato colpito di striscio a una gamba e ha raccontato a TPI.it come si sono svolti i fatti (qui la sua intervista).

Per l’omicidio di Soumayla Sacko la procura di Vibo Valentia ha arrestato un agricoltore 43enne del posto, Antonio Pontoriero. Gli inquirenti escludono il movente razziale e pensano che Pontoriero abbia agito perché si riteneva indirettamente ed erroneamente proprietario della fabbrica abbandonata.

Qui un estratto dell’intervista sulla nave Aquarius:

Qui un estratto dell’intervista su Soumayla Sacko:

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