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Trapianto del pene: ci sono stati tre casi al mondo. Ma quali sono i rischi psicologici?

Abbiamo intervistato alcuni esperti per capire quali sono i rischi legati a un intervento di trapianto del pene. E ora si inizia a considerare l'ipotesi di eseguirne uno in Italia

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Credit: Afp

Trapianto pene | I casi già eseguiti di trapianto del pene | I rischi psicologici

Forse non tutti sanno che, proprio come per cuore, polmone o fegato, anche il pene è un organo che può essere trapiantato da un corpo a un altro, o meglio, da un donatore al paziente che ne ha necessità.

Non si tratta di fantascienza, anzi, nel mondo è già accaduto tre volte, ma non sempre l’esito di questa operazione è stato positivo.

L’intervento del trapianto del pene può rendersi utile nei casi in cui il paziente abbia perso l’organo per una malattia oncologica, una circoncisione mal riuscita o per un trauma (un incidente stradale o un’esplosione). Ma anche nel caso in cui il paziente sia nato con una malformazione genitale come quella del micropene, cioè con un pene così piccolo da compromettere alcune delle funzioni a cui è normalmente deputato.

Tuttavia si tratta di un intervento legato a delicati elementi psicologici ed etici, di cui si parlerà anche in Italia, in occasione del Congresso Frontiers in Genito-Urinary Reconstruction in programma per il 13 e 14 aprile presso l’Università di Roma Tor Vergata.

I casi già eseguiti di trapianto del pene

Nel mondo l’intervento di trapianto del pene è stato eseguito tre volte.

Il primo caso risale al 2006 ed è stato effettuato in Cina. Nonostante l’intervento fosse riuscito dal punto di vista clinico, il paziente non ha “riconosciuto” l’organo dal punto di vista psicologico, così come non lo ha fatto la sua partner. Per questa ragione l’organo gli è stato successivamente asportato.

Il secondo caso si è verificato nel 2015 a Cape Town, in Sudafrica, e ha riguardato un ventunenne al quale era stato amputato il pene per una circoncisione mal eseguita. In questo caso, l’intervento è andato a buon fine: a distanza di un anno dal trapianto il giovane è addirittura diventato padre.

Nel caso più recente, invece, il trapianto è stato eseguito negli Stati Uniti, su un cittadino americano che aveva avuto un tumore al pene. Era il 2016, e anche in questo caso il trapianto è andato a buon fine.

Ma quanti sono i casi di pazienti a cui servirebbe un trapianto? Lo abbiamo chiesto al professor Salvatore Sansalone, specializzato in andrologia e patologie uretrali e dell’apparato genitale maschile, ma anche copresidente e direttore scientifico del Congresso che si terrà all’Università di Tor Vergata.

“È difficile fare una statistica”, ha spiegato a TPI il professor Sansalone. “Sappiamo che il tumore al pene si presenta nell’1 per cento della popolazione, ma non tutti pazienti che hanno questa malattia oncologica vanno incontro ad amputazione”.

“Negli Stati Uniti”, prosegue Sansalone, “sono stati programmati tantissimi di questi interventi, che riguardano in particolare veterani dell’esercito, che magari sono stati colpiti da mine antiuomo”.

Il professor Sansalone riconosce che, essendo stati eseguiti solo tre interventi di questo tipo finora, è ancora presto per valutare i possibili risultati a lungo termine. Tuttavia non c’è dubbio che questo tipo di intervento sia l’avanguardia nell’ambito della chirurgia ricostruttiva dell’uretra e dei genitali.

“La donazione funziona esattamente come con gli altri organi”, prosegue il professor Sansalone, “solo che ovviamente in questo caso sorge una difficoltà etica, e per questo nel convegno abbiamo programmato una tavola rotonda che si occuperà anche di questo aspetto”.

Alla tavola rotonda sarà presente il Cardinale Menichelli, Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (A.M.C.I.), insieme ad altri ospiti internazionali.

“Proprio in occasione di questo convegno e della tavola rotonda valuteremo l’eventuale fattibilità di un trapianto di questo tipo in Italia”, aggiunge Sansalone.

I rischi psicologici

Come insegna il primo caso di trapianto eseguito in Cina nel 2006, in cui il paziente non ha mai accettato il nuovo organo ed è quindi stato costretto a rimuoverlo, il counseling psicosessuologico per questo tipo di interventi è fondamentale e deve svolgersi sia prima che dopo l’intervento.

“Ovviamente non si tratta di un organo qualunque. Non è come un trapianto di cuore o di polmone”, ha spiegato a TPI la dottoressa Valeria Randone, specialista in psicologia e sessuologia clinica, che si è occupata dell’argomento.

“Ogni organo che viene donato è un ‘dono’. Ma in questo caso nel paziente c’è un sentimento di grande ambivalenza”.

Innanzi tutto, spiega la dottoressa Randone, bisogna tenere in considerazione il rapporto che il paziente aveva con il suo pene prima dell’amputazione.

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“Il rapporto di un uomo con il suo pene non sempre è sereno, a volte può essere conflittuale o ambivalente. Spesso è percepito come ‘altro’ rispetto a lui”, spiega. “E poi si tratta di un organo simbolicamente collegato alla potenza fallica. Mentre la sessuologia femminile in qualche modo è più mistificabile, l’erezione è visibile, l’eiaculazione è visibile, quindi si tratta di un rapporto molto delicato”.

“Quando un uomo perde il pene, non sappiamo che tipo di rapporto avesse con sua sessualità”, prosegue, “per questo è necessario svolgere una dettagliatissima anamnesi psicosessuologica che possa portare a chiarire il quadro”.

Il rischio di un mancato sostegno psicosessuologico, secondo Randone, è che il paziente viva il suo nuovo organo con rigetto, paura, o instauri quasi una “competizione a livello fantasmatico” nei confronti del donatore.

“Supponiamo che sia un uomo infertile a subire il trapianto. Potrebbe iniziare a fantasticare sul precedente proprietario dell’organo, sulla vita sessuale che ha avuto, sugli eventuali figli”, spiega la dottoressa.

Il paziente va quindi preparato psicologicamente già prima dell’intervento chirurgico, e poi seguito successivamente per fare una valutazione della nuova situazione.

“Ancora non c’è nulla di standardizzato”, spiega la dottoressa Randone. “Ma nel caso in cui il paziente sia in una coppia, è importante svolgere anche un counseling di coppia, proprio perché il pene è un organo che attiene alla sessualità, e accompagnare il paziente e l’eventuale compagna in una rilettura della sua realtà”.