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Tumore della vescica, in Europa oltre 6mila casi legati a sostanze contaminanti nell’acqua del rubinetto

Alla base della correlazione ci sarebbe l'esposizione ai trialometani, sottoprodotti dei sistemi per la disinfezione a base di cloro. Ecco i dati sull'Italia

Di Anna Ditta
Pubblicato il 21 Gen. 2020 alle 15:19
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Immagine di copertina

Tumore della vescica, in Europa oltre 6mila casi legati a sostanze contaminanti nell’acqua del rubinetto

Uno studio coordinato dall’Institute for Global Health di Barcellona e pubblicato su Environmental Health Perspectives, ha rivelato che 5 per cento dei casi di tumore della vescica in Europa sarebbe attribuibile all’esposizione prolungata a sostanze che si trovano nell’acqua di rubinetto. Si tratta di sottoprodotti dei sistemi per la disinfezione a base di cloro, chiamati trialometani, come cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio.

Lo studio ha analizzato per la prima volta la presenza di questi composti nell’acqua potabile di 26 Paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, correlandoli con l’incidenza di questo tumore, che è tra più frequenti. La conclusione, come spiega Repubblica, è che i trialometani rappresenterebbero un fattore di rischio per 6.500 casi ogni anno. Di questi, 2.900 potrebbero essere evitati se i Paesi rispettassero i limiti europei.

Nel nostro paese, il valore medio di trialometani è di 3,1 microgrammi per litro e l’1,2 per cento di casi di tumore alla vescica sono potenzialmente attribuibili all’esposizione a queste sostanze nell’acqua potabile. Si tratta di 336 casi sui quasi 30 mila che si verificano ogni anno. La stragrande maggioranza del tumore della vescica, circa il 70 per cento, vede invece il fumo di sigaretta tra i principali fattori di rischio.

“L’esposizione a lungo termine ai trialometani è stata associata all’aumento del rischio di tumore della vescica”, si legge nell’introduzione dello studio. Ciò tuttavia non significa che sia stata dimostrata una chiara relazione di causa-effetto.

Cosa sono i trialometani e quali sono i rischi

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (International Agency for Research on Cancer – IARC) dell’Oms ha classificato due dei trialometani – cloroformio e diclorobromometano – nel gruppo 2B, cioè delle sostanze “possibilmente cancerogene”. Su di esse, infatti, esistono ancora limitate evidenze di cancerogenicità sia negli esseri umani sia negli animali. Il bromoformio e altre sostante, invece, sono nella lista 3, rientrano cioè tra quelle “non classificabili come cancerogene per l’essere umano” (in altre parole, esiste il dubbio che siano cancerogene, ma non ci sono prove sufficienti).

Lo studio

Gli autori dello studio, tra cui anche due italiani dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno preso in esame i valori di trialometani nelle acque municipali registrati durante i monitoraggi di routine tra il 2005 e il 2018. Hanno poi messo in relazione i dati con l’incidenza del tumore della vescica, arrivando al numero dei casi potenzialmente attribuibili a questi contaminanti.

I ricercatori hanno riscontrato un livello medio di trialometani pari a 11,7 microgrammi per litro (il limite Ue per alcuni di questi è di 30 microgrammi per litro). I valori più bassi sono stati riscontrati in Danimarca e Paesi Bassi. Seguono Germania, Lituania, Austria, Slovenia, Italia e Polonia. Le percentuali più alte sono a Cipro, Malta e Irlanda.

Sergio Bracarda, direttore della Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni ed esperto dei tumori urogenitali, ha parlato di “una specie di ‘boomerang’ dei sistemi di disinfezione dell’acqua”.

“Pur essendo l’Italia considerata un area a basso rischio nell’ambito dei paesi europei studiati”, sottolinea, “la presenza di una copertura geografica incompleta e l’esistenza di paesi europei a rischio zero anche per l’uso di sistemi di potabilizzazione diversificati, suggeriscono l’importanza di un monitoraggio e di un miglioramento continuo della qualità delle acque potabili italiane, al fine di ridurre ulteriormente i rischi indiretti derivanti dall’uso di acqua potabile. I buoni stili di vita non vanno solo incoraggiati ma anche supportati”.

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