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Morti da sigarette elettroniche e svapo: dati e fatti contro la psicosi

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 28 Set. 2019 alle 11:05 Aggiornato il 28 Set. 2019 alle 11:37
Immagine di copertina

Morti da sigarette elettroniche e svapo: dati e fatti contro la psicosi

Nelle ultime settimane i media americani ed italiani si sono infatti scatenati in un’incomprensibile battaglia e demonizzazione rivolta ai prodotti alternativi alle sigarette tradizionali, come le e-cig (sigarette elettroniche) e i sistemi da “vaping”.

Andando con ordine, è utile innanzitutto distinguere i diversi sistemi sul mercato: le sigarette elettroniche in vendita da più di dieci anni, sistemi di “svapo”, molto in voga tra i giovani, e, infine, i sistemi che eliminano del tutto la combustione, come Iqos, un prodotto realizzato da Philip Morris rivolto a fumatori adulti, diverso dalle e-cig e dagli “svapo” che elimina la combustione e il fumo, producendo un’azione di riscaldamento del tabacco.

Fatte queste dovute premesse è indispensabile identificare i fatti.
Nelle ultime settimane, i principali mezzi di informazione hanno riportato tra gli 8 e i 12 casi di morte di persone, principalmente giovani, che utilizzavano prodotti da vaporizzazione.

I titoli allarmistici hanno contribuito a creare una vera e propria psicosi, informazioni poco precise e descrizioni affrettate hanno peggiorato il quadro, già ampiamente compromesso da fake-news pubblicate su testate online non esattamente riconoscibili o riconosciute.

Oggi, passate diverse settimane, abbiamo finalmente maggiori dati per costruire i giusti nessi causali tra sigarette elettroniche e i prodotti da vaping e morte degli 8-12 consumatori.

Nei giorni successivi agli incidenti, la Food and Drug Administration aveva infatti riferito che la causa più realistica delle infiammazioni acute sia riferibile all’uso di solventi e liquidi  (alcuni a base di THC, e altri composti da acetato di Vitamina E) probabilmente modifiche di prodotti esistenti, o reperiti su mercato nero e imprudentemente mischiati.

Non sembra quindi essere stata la sigaretta elettronica a uccidere, ma un uso improprio.

Colpevolizzare o demonizzare un intero settore per cause riferibili ad un uso errato, è un’azione del tutto irrazionale e profondamente distorsiva.

Per fare un esempio, è come se dopo il verificarsi di un incidente in macchina, trovassimo sui giornali titoli come “6 morti in autostrada: la politica si interroga sul divieto di auto”.

È evidente che aziende ed istituzioni devono continuare ad impegnarsi per sostenere innovazione e ricerca, al fine di ridurre al minimo i rischi per salute e vita di persone e consumatori, ma chiedere di proibire la vendita di un prodotto a seguito di una psicosi mediatica, è tutta un’altra cosa.

Ad alimentare il clima di allarme non sono stati solo i media tradizionali, ma anche alcuni politici americani, come ad esempio il democratico Michael Bloomberg che in questi giorni ha sostenuto una dialettica estremamente aggressiva nei confronti del vaping e ha scelto di stanziare oltre 160 milioni di dollari in campagne per vietare alcuni prodotti da svapo. 

Quello che però manca, all’interno del dibattito è una divulgazione trasparente dei dati che, in realtà, raccontano tutta un’altra storia.

Il fumo tradizionale uccide ogni giorno negli Stati Uniti milletrecento persone. Non tredici, non centotrenta: milletrecento. Ne uccide un milione all’anno in India, e un altro milione in Cina e i numeri potrebbero aumentare.

Gli studi scientifici parlano chiaro: un recente studio dell’Università La Sapienza ha dimostrato come e-cig e Iqos, dispositivi, basati su tecnologie che permettono di inalare nicotina evitando però i derivati della combustione, abbiano, ad esempio, un impatto nettamente inferiore sulla pressione e sui vasi sanguigni e sullo stress ossidativo cellulare.

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Non solo, la Food and Drug Administration ha autorizzato lo scorso aprile, la commercializzazione di Iqos (già disponibile in altri paesi), negli Stati Uniti dichiarando che il dispositivo è “adeguato per la protezione della salute pubblica perché produce un quantitativo minore o livelli più bassi di alcune sostanze tossiche rispetto alle sigarette combuste”.

Esistono ulteriori dati rassicuranti, presentati in questi giorni al Global Tobacco & Nicotine Forum: l’introduzione dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali, sta contribuendo a ridurre drasticamente il numero di fumatori soprattutto tra i liceali americani, passati dal 15.8% del 2011 al 5.8% del 2019 (National Youth Tabacco Survey).
Una frase che viene spesso ripetuta è che “la maggior parte delle persone che utilizzano il vaping non aveva mai fumato prima” tuttavia i dati della National Health Interviews Surveys mostrano una fotografia completamente diversa: il 90.9% degli svapatori abituali è un ex fumatore e solo il 9.1% dichiara di non aver mai fumato prima.

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Esistono infine, dati che riguardano l’attività criminale: in Nuova Zelanda sono ad esempio diminuiti i casi di furto di tabacco, più che dimezzati dal 2017 al 2019, con un’inversione di tendenza che sembra essere associata ad una minore richiesta di sigarette tradizionali.

Il dibattito su proibizione, regolamentazione e commercializzazione dei prodotti alternativi resta aperto ma rimane una certezza: non tutti i media, politici ed interlocutori pubblici hanno dimostrato volontà di approfondire la materia, portando alla luce, oltre alle legittime opinioni, i fatti e i dati scientifici. E a causa di questo ci perderanno, come spesso accade, gli stessi consumatori

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