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Home » Politica

“Non bluffate sul salario minimo”: la proposta alle forze di centrosinistra dell’associazione InOltre

Immagine di copertina
Delegazione di InOltre a Bruxelles consegna la proposta agli eurodeputati PD

L’Associazione InOltre richiama le forze di centrosinistra a fare davvero e con urgenza uno sforzo più autentico nel mondo del lavoro sulla questione salari. Uno sforzo che non si risolva in uno slogan e che non si riduca in misure svuotate di senso. Prima che si aprisse la crisi di governo, si voleva far passare con la parola salario minimo, quello che in realtà si risolverebbe in una semplice e maldestra fotografia dell’esistente. Una fotografia che se consolidata per legge può addirittura rallentare il cambiamento che la società richiede e si attende. Di quale società parliamo? Ci riferiamo non all’1% della società (circa 600mila persone) che siede sul 25% della ricchezza nazionale (2500miliardi) – già tutelati da questo governo con una riforma fiscale in senso proporzionale e non progressivo – ma a quella degli ultimi e degli esclusi, dei giovani disoccupati o sottopagati, del lavoro gratuito e del volontariato coatto, dei lavoratori costretti al part-time involontario perché un solo lavoro non basta.

Ci riferiamo quindi alla maggioranza del Paese. Quella delle periferie che non va a votare o che non ci vota più. L’alibi che sia la composizione di questo governo poi a impedire le riforme radicali (vero!) è sempre più ricorrente, ma questo argomento non può esimere all’infinito chi riveste dei ruoli di governo o di partito, dall’assumere un concreto e netto punto di vista sul mondo che si vuole rappresentare. Non possiamo accettare su questo misure annacquate che ci portano indietro. Bisogna pure trovare il coraggio di mettere in imbarazzo su questo tema di giustizia sociale le forze più neoliberiste e conservatrici. Le prime imprese che falliscono oggi sono le famiglie, che vedono i loro figli emigrare in paesi più competitivi sulle retribuzioni. Dopo ci si chiede perché la natalità si riduce o se i giovani non hanno la possibilità di progettare un futuro di emancipazione, gli stessi che non avranno garantita una pensione.

Ma qual è il bluff da evitare?
Venendo al fulcro della questione, preoccupano in queste giorni le posizioni del Ministero del Lavoro che dalle ultime dichiarazioni, ci raccontano di un “salario minimo diverso per comparto” prendendo in considerazione gli attuali contratti collettivi già siglati per ogni settore. Vogliamo dire con chiarezza che questa sarebbe una misura totalmente inefficace e controproducente. La proposta del governo non prevede un salario minimo come quello presente in altri paesi europei, ovvero una soglia di compenso minimo uguale per tutti i lavoratori, indipendentemente dalla mansione che svolgano. La prima critica che muoviamo a questa impostazione è che non stabilire un’unica soglia sotto cui non scendere per tutti i contratti collettivi, oltre la quale si parli di povertà lavorativa, è nei fatti una strada che indebolisce il potere della contrattazione sindacale inducendo la parte forte datoriale verso una fuga al ribasso verso il minimo garantito per quel singolo settore, chiudendo a ipotesi migliorative, che sarebbero la vera funzione della negoziazione. La seconda critica è che consolidare così contratti che oggi sono già siglati a meno di 9 euro lordi l’ora, è un modo di imbrigliare e arrestare ulteriormente l’aumento dei salari. Crediamo che non serva scomodare fini analisi giuslavoriste per capire che stiamo assistendo a una ricetta in pieno stile gattopardiano all’insegna del “cambiare tutto perché nulla cambi”, del voler dare l’impressione di fare qualcosa senza in realtà imprimere vera discontinuità rispetto al passato.

A questo si aggiunge e lo diciamo con rammarico una certa riluttanza al confronto e all’ascolto verso i giovani e le associazioni da parte del Partito Democratico. Il Segretario Enrico Letta parla di giovani, ma non abbiamo capito se vuole ascoltare le proposte dei giovani e coinvolgere i giovani. Lo scopriremo nelle prossime settimane. Come associazione chiediamo senza esiti che questi temi della nostra proposta vengano analizzati nei luoghi decisionali interni al partito. Se i tentativi costruttivi non verranno raccolti è chiaro ed evidente che dalla proposta la nostra generazione dovrà passare alla protesta.

I dati dicono che l’occupazione in Italia è sempre più precaria: sono 3 milioni e 166 mila i dipendenti con contratti a termine, ovvero il dato più alto dal 1977. Le diseguaglianze e i divari generazionali, di genere e territoriali sono aumentate al punto che si è poveri anche lavorando. La massa salariale nel nostro Paese ha subito un vero e proprio crollo: nel 2020 rispetto al 2019 nell’Unione Europea cala del 2% e in Italia del 7,3%. Nel 2021 in Italia non si è ancora recuperato il livello della massa salariale del 2019, ovvero -0,1%, mentre nell’Unione Europea si registra un importante incremento del 3,7%. Nel lungo periodo secondo i dati OCSE dal 1990 ad oggi in Germania i salari sono cresciuti mediamente del +33,7%, in Francia del +31,1%, in Spagna del +6,2%, mentre in Italia sono arretrati del -2,9%.

Noi riteniamo che in un Paese che conta l’80% di settori coperti dalla contrattazione collettiva come il nostro non si possa prescindere dal voler rivitalizzare come strumento principe il Contratto collettivo e coprire in via sussidiaria i settori scoperti da esso attraverso il salario minimo legale. Pensiamo che i predetti contratti vadano applicati “fino al loro rinnovo”. Dovrebbe essere una prerogativa delle forze di sinistra rafforzare il ruolo sindacale e lo strumento dei CCNL, poiché la retribuzione è solo un segmento dei diritti del lavoratore e nei contratti si includono tutti gli altri diritti accessori (ferie, malattie, infortuni etc).

Riguardo ai salari, nel testo di legge – redatto con il confronto nel mondo delle associazioni e con l’ufficio giuridico della CGIL – cerchiamo di offrire un contributo di idee alla Direzione del PD di fine luglio con una posizione chiara: bisogna stabilire la soglia di 10 euro lordi l’ora, sia per i contratti collettivi inferiori già siglati perché si aggiornino, sia per i settori scoperti in cui si applicherebbe il nuovo salario minimo legale. Salario minimo legale e salario minimo contrattuale devono interagire in modo complementare, lasciando al primo la possibilità di coprire gli ambiti per ora privi di contrattazione. La posizione del M5S invece oggi è troppo sbilanciata solo sul salario minimo legale, che di fatto azzoppa i sindacati. Noi di sinistra, non possiamo disgregare ulteriormente la classe lavoratrice, dobbiamo intervenire per rafforzare la rappresentanza sindacale.

Per fare questo nella nostra proposta (Qui il testo) interveniamo anche sulla misurazione della rappresentanza sindacale (v. Carta universale dei diritti della CGIL) e datoriale, sulla scelta del contratto leader di settore e la definizione dei perimetri dei CCNL, sulle sanzioni dell’Ispettorato del lavoro, sugli sgravi alle imprese, sui poteri della commissione di adeguamento del salario minimo, sulla partecipazione agli utili da parte dei lavoratori. Ci occupiamo anche di tanti giovani che nel mondo del lavoro autonomo si trovano in regime di collaborazione, estendendo il salario minimo legale a tutti i “collaboratori eterodirettivi ivi compresi quelli iscritti agli ordini professionali”. Ci rivolgiamo così per esempio a tanti giovani praticanti avvocati, giornalisti, psicologi (etc) oggi privi di qualsivoglia tutela e con rimborsi da fame (quando percepiti).

Se la Sinistra si camuffa in una mera costruzione governativa, perdendo lo slancio ideale che la porta a voler risolvere il disagio sociale, dismette il suo ruolo nel Paese. Da un lato troviamo l’alibi della maggioranza composita di un governo che non poteva produrre nulla di radicale, dall’altro la tentazione di espedienti in chiave elettorale per raccogliere consenso solo sulle parole (approviamo il salario minimo! cit.) più che sui fatti. Dimenticando che il discrimine è su quale salario minimo e Come lo applichi. Lì è il punto politico di fondo su cui noi ci vogliamo concentrare e stimolare una riflessione dentro e fuori il partito. Dal Ministero pensano per caso che da qui alle elezioni – quando esse siano – gli italiani non possano verificare che le loro buste paga siano rimaste invariate? Bisogna correggere la rotta.

Non dovrebbe interessare di portare a casa lo slogan per le elezioni o emanare provvedimenti solo confezionati nel titolo, si dovrebbe guardare alla vita delle persone. E questo chiediamo. Facciamolo!

Associazione InOltre Alternativa Progressista
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