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No vax? Il green pass è solo il detonatore di un malessere che cova nella nostra società

Immagine di copertina
Credit: AGF

All’ultimo corteo no vax/no pass milanese, il quattordicesimo di fila, ancora molto partecipato con oltre 10mila manifestanti, colpiva il grande striscione in testa con la scritta “Ora e sempre Resistenza”, mentre al fondo spiccava un perentorio “Se per vivere bisogna strisciare, alzati e muori”. Dicono le cronache che davanti si distinguevano frange di antagonisti “di sinistra”, mentre dietro spiccava un gruppone della famigerata Comunità militante 12 raggi di Varese (sigla Do.Ra), neonazisti dichiarati che a prova della demoniacità del vaccino citano le origini ebraiche dell’”amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, veterinario ebreo” e del suo “capo ricerca Mikael Dolsten, anch’egli ebreo”, aggiungendo che non si può «essere contrari ad una società meticcia se, nel nostro stesso organismo, inseriamo codici genetici che riscrivono l’eredità millenaria del nostro sangue», come sarebbero appunto i vaccini mRna.

In mezzo, però – tra sporadiche bandiere tricolori, un grande vessillo bianco con la scritta “Bolsonaro Presidente” e una colorata effige del Redentore sopra il motto “Gesù ha lottato per la libertà” – sfilava, in ordine sparso, una moltitudine di gente inerme, sciolta, cioè fuori da ogni rango e appartenenza: una lonely crowd. Una “folla solitaria” nel senso letterale del termine più che in quello attribuitogli dalla sociologia americana postbellica, dove gli individui, sciolti dai vincoli delle appartenenze originarie e delle tradizioni, si sfiorano senza incontrarsi, camminano senza parlarsi, parlano senza ascoltarsi, talvolta recitano uno slogan in coro ma senza soffermarsi, atomi di uno sciame senza regina. Lo guardo con curiosità quasi ossessiva questo aggregato. Vado a caccia maniacalmente delle riprese video – campo lungo, primi piani soprattutto – per spiarne espressioni, fogge degli abiti, sguardi, pieghe del viso. E mi convinco sempre di più che quello che si è materializzato nelle nostre piazze, in questa tarda estate che non vuole finire, è l’estrema variante del populismo di ultima generazione: un “populismo 3.0”, seguito all’esplosione vitalistica dei primi anni Dieci….. Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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