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La Russia ha usato la Lega per iniettare il virus del neo-fascismo antiliberale e antieuropeista nella politica italiana

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 22 Ott. 2019 alle 15:30 Aggiornato il 22 Ott. 2019 alle 16:08
Immagine di copertina

La Russia ha usato la Lega per iniettare il virus del neo-fascismo antiliberale e antieuropeista nella politica italiana

C’è un passaggio, nella straordinaria inchiesta di Report sulla Lega andata in onda ieri sera, in cui Gigi Moncalvo, ex direttore della “Padania“, racconta di quando, nell’inverno 2003, voleva licenziare il suo allora giovane redattore Matteo Salvini per assenteismo e falso. “Aveva falsificato una nota di presenza e quattro note spese – ha dichiarato Moncalvo – Allora per due volte l’ho convocato e gli ho comunicato l’intenzione di volerlo licenziare”.

La risposta di Salvini? A muso duro: “Tu passi, io resto. E, credimi, diventerò sempre più potente“. Sembra un particolare marginale, ma in realtà si tratta di un momento chiave all’interno di un reportage che mette a nudo i rapporti della Lega con alcuni dei più potenti e spregiudicati esponenti dell’internazionale sovranista che ha in Mosca la sua capitale e in Salvini la testa di ponte in Italia e in Europa. Cosa sa Salvini in quel momento? Chi conosce? Chi frequenta? È solo la sbruffonata di un giovane giornalista con molta ambizione e poca voglia di lavorare? Oppure quelle parole nascono da un preciso, inconfessabile, piano politico? In quegli anni Salvini non è l’unica personalità controversa che frequenta i corridoi della “Padania”.

In una stanza appartata della redazione, tappezzata di simboli e foto naziste e immagini di Hitler, sta facendo carriera un altro giovane giornalista quasi omonimo di Matteo. Uno che non toglie mai la giacca scura, millanta improbabili rapporti e amicizie internazionali e ha l’abitudine di salutare chiunque sbattendo il tacco per terra e al grido di “camerata”. Quel fosco personaggio di nome fa Gianluca e di cognome Savoini e – sempre secondo Moncalvo – all’epoca era una specie di “compagno di merende” per Salvini. Che si ricorderà di lui, dieci anni dopo, quando diventerà segretario federale della Lega, chiamandolo come suo portavoce.

È lui, Savoini – quello che il leader del Carroccio ha dichiarato più volte di non conoscere – l’uomo chiave della trasformazione della Lega da partito del nord federalista e secessionista a primo partito in Europa e punto di riferimento del sovranismo in Europa. Ed è sempre Savoini – secondo la ricostruzione di Report – ad avere introdotto l’ex comunista padano nelle alte sfere dei movimenti neo-nazisti e nazionalisti. Lui ad aver fatto da mediatore nella ormai famosa trattativa segreta tra i russi e la Lega all’hotel Metropol di Mosca, a cui avrebbe partecipato anche un uomo di fiducia di Aleksandr Gel’evič Dugin, politologo e filosofo tradizionalista russo considerato l’ideologo numero uno di Putin.

La tesi di Report, documentatissima e rafforzata da documenti e interviste esclusive, è semplice. La nuova Lega targata Matteo Salvini che, dal 2013 in avanti, cambia il dna del partito delle origini e lo proietta migliaia di chilometri oltre le rive del Po, non è il frutto di un’intuizione estemporanea del nuovo segretario e di un pugno di strateghi ma la punta dell’iceberg di una strategia politica di infiltrazione su larga scala da parte degli ultraconservatori russi all’interno delle principali democrazie occidentali, utilizzando i nascenti partiti populisti e sovranisti come stargate per iniettare il virus del neo-fascismo antiliberale e antieuropeista nelle vene della politica italiana, ma anche quella francese, olandese, belga, di Visegrad, ovunque ci sia un terreno fertile su cui seminare. E non c’è un terreno più fertile della Lega di Salvini che sei anni fa si affacciava sul panorama italiano, a braccetto con i fascisti di CasaPound e Forza Nuova.

La Lega di Salvini non è mai stata un partito ma un enorme container con cui trasportare clandestinamente germi e virus eversivi da iniettare nella società attraverso la porta principale. E Salvini il guitto ambizioso e senza scrupoli in grado di parlare alle masse e trasformarle in voti, un po’ come quello che, anni prima, era stato Beppe Grillo per Gianroberto Casaleggio. C’è una frase che, più di altre, ti colpisce nel corso della lunga inchiesta firmata dal bravissimo Giorgio Mottola. A pronunciarla è Konstantin Malofeev, l’oligarca russo proprietario del fondo Marshall Capital, a cui a un certo punto viene chiesto: “Perché la Lega? Perché è stata scelta proprio la Lega per attuare questo piano?”.

La risposta è inquietante e, al tempo stesso, illuminante. “Semplice. Perché ha un livello socio-culturale molto basso“. Un livello così basso – spiega Malofeev – da essere penetrabile. Un terreno fertile su cui seminare. E, in fondo, se ci pensate, è tutto qui. La cultura come unico argine possibile del fascismo, del fanatismo, della deriva nazionalista. E la mente ritorna inevitabilmente a quell’inverno di 16 anni fa quando il giovane e quasi sconosciuto Salvini si può permettere di rivolgersi senza alcuna remora al suo allora direttore evocando, dieci anni prima, la sua futura ascesa e predicendo senza mezzi termini quello che poi sarebbe davvero avvenuto. Le cose sono due, anzi tre: o Salvini è un veggente; o un bullo molto fortunato; oppure sapeva cose di cui ancora oggi nessuno conosce contorni e dettagli, ma che prima o poi rischiano di deflagrare come una bomba nel cuore della politica italiana.