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“Voto utile? Perché sì”. Ve lo spiega un funzionario di partito (di Gianni Cuperlo)

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Credit: ansa foto

Ognuno la pensi come vuole, ma su un punto Enrico Letta ha ragione: questa volta il voto utile ha tutti i requisiti per invertire il corso dei prossimi anni. Può impedire alla destra di ottenere una quantità di seggi, tra deputati e senatori, sproporzionata rispetto al consenso raccolto. E può consegnare alla forza portante del centrosinistra, il Pd, un risultato in grado di autorizzare nel dopo un’alternativa credibile a Meloni, Salvini, Berlusconi. Fantasie? No, e conviene spiegarlo senza aggredire nessuno o denigrare gli altri competitori. Semplicemente usando quel buon senso che le campagne elettorali confinano spesso a bordo campo.

Allora, con ordine. A sostegno di una scelta squisitamente individuale, l’espressione di un voto utile, esiste un argomento numerico e un altro più politico. Partiamo dal primo. Sondaggi alla mano, se calcoliamo 62 seggi a oggi contendibili tra collegi giudicati difficili, ma dove l’esito è aperto, altri 15 che vedono la sinistra avanti di poco e 23 posti in più nella quota proporzionale corrispondenti a un incremento del Pd pari a qualche punto percentuale, ci si misura con due scenari possibili. La prima ipotesi è strappare alla destra la maggioranza pressoché assoluta in entrambe le camere. L’altro è vederla uscire dalle urne forte di numeri tali da consegnarle il banco intero: paese, governo e, chissà, persino lo sbianchettamento della Costituzione.

Ora, posta così la questione non va proiettata sull’insieme generale, intendo la differenza che sempre secondo le rilevazioni separerebbe i due schieramenti principali: il trittico della destra e noi in alleanza con +Europa e Verdi-Sinistra Italiana. Nel ragionamento che stiamo facendo limitarsi a quel macro-dato non serve, anzi svia dall’obiettivo. Il metodo da seguire è diverso: considerare l’effetto combinato di 39 collegi potenzialmente da vincere, e i 23 proporzionali da aggiungere, come altrettante battaglie singole, ciascuna a modo suo decisiva nel condizionare il risultato finale. E, siccome in ciascuna di quelle sfide la partita si risolverà entro una forbice di poche migliaia di voti (migliaia, non milioni), impiegare i pochi giorni che restano nella ricerca orgogliosa e tenace di quei consensi è l’ipoteca sul domani di un paese che non merita di precipitare dove non è mai stato, ai margini delle democrazie liberali. Per l’amor del cielo, nessuna minaccia di un nuovo fascismo, lasciamo perdere scenari che non appartengono a una Repubblica dalle fondamenta e impalcature solide. Il nodo è piuttosto il secondo argomento a sostegno di un voto consapevolmente “utile”, quello più espressamente politico. Lo si può declinare a partire da una domanda: perché oggi consideriamo la destra tanto inadatta e pericolosa a guidare il paese? In questo caso ogni risposta trova riflesso nella storia lunga alle nostre spalle. Anni fa Alberto Asor Rosa in un saggio sul Machiavelli il tema lo aveva affrontato muovendo dal padre e fondatore della teoria politica moderna intesa non solo come scienza del sapere, ma della volontà e della speranza. La premessa risaliva alla disfatta dell’Italia dominata da forze straniere e da una frammentazione che per secoli ne aveva precluso l’unità.

Quella disfatta avrebbe conosciuto due pagine epiche di una riscossa civile e politica: il Risorgimento e la Resistenza. Nel primo caso con l’irrompere di un principe “istituzionale”, la dinastia Savoia e Cavour, accomunati al mito garibaldino. Pagina destinata a rivelarsi decisiva nell’abbattere la “disunione orizzontale” unificando quanto la storia aveva a lungo separato e contrapposto in stati minori e dominazioni straniere. Possiamo dire che il Risorgimento ricompose la penisola, ma ancora non unì gli italiani nel senso che la “disunione verticale” rimase quasi intaccata e non per caso tra le eredità della stagione si distinse il capitolo annoso di una “riforma intellettuale e morale” evocata con lingue diverse da De Sanctis, Croce, Gentile, lo stesso Gramsci, il tutto a conferma che diversi secoli di fratture non potevano finire archiviati da una fredda operazione strategico-militare. Solo in parte alla Resistenza spettò il compito di ricostruire l’unità territoriale. In quel caso, sconfitto il fascismo, la sfida era creare un modello di vita civile, un sistema democratico per l’avvenire di un popolo che dittatura e guerra avevano prostrato. Detto in altro modo, la prova era superare la disunione verticale ancora una volta prodotta dallo straniero, l’occupazione tedesca, e da un regime ventennale in odio a libertà e stato di diritto. In quel tornante per la prima volta il principe nuovo assunse un connotato collettivo: furono i partiti, le loro culture e classi dirigenti a fornire un quadro di istituzioni e funzioni giuridiche e sociali che avrebbe retto lo sviluppo dell’Italia nella seconda metà del ‘900.

Quando quei partiti hanno cessato di operare nelle forme tradizionali, e quando quelle culture si sono orientate alla ricerca del consenso a breve si è riproposta la vecchia disunione verticale – si pensi al dibattito sfibrante sui populismi di varia origine e natura – ma, cosa anche più grave, si è riproposta una disunione orizzontale con l’evocazione della minaccia secessionista e di nuove profonde spaccature tra nord e sud, tra i generi e le generazioni. Perché un excursus così remoto? La risposta è perché gli italiani stanno per misurarsi con un voto che ancora una volta conterrà l’alternativa tra due modelli di democrazia, inclusione, partecipazione e consenso. La destra, questa destra, al netto delle professioni di un europeismo mai praticato sino a giudicare un’aggressione alla sovranità le risorse del Next Generation Eu, cavalcherà l’onda di una storia che della nostra disunione politica, civile e sociale ha sempre fatto la sua bandiera. Cosa sono se non questo le minacce a conquiste sul versante dei diritti individuali frutto di battaglie lunghe decenni e vinte grazie a movimenti dal basso dei quali ora sentiamo troppo timida la voce? E cosa sono se non questo i riflessi, non già arrugginiti ma mai stimolati, a far proprio quel principio antifascista che sta a basamento inamovibile della Repubblica e della Carta del ‘48? Ecco perché abbiamo il compito – adesso, non tra un mese – di fare ogni cosa è nelle nostre disponibilità affinché questo paese non si incammini nel dopo con la testa rivolta ai suoi trascorsi meno nobili. Ed è in questa coscienza che si giustificano la richiesta e il bisogno di un voto utile, nel non disperdere forze essenziali se vogliamo affermare un’idea di società, di economia, di cittadinanza e qualità della democrazia che abbiamo ereditato, che non abbiamo il diritto di dissolvere e che dobbiamo rendere competitiva. Meglio ancora, vincente. Lo si può fare? Non lo so, con tutto me stesso spero di sì e assieme a tante e tanti, a Milano come altrove, mi spendo per questo. Quel che so è che non tentare nemmeno equivarrebbe a una diserzione dalla storia. E tra tutti i possibili peccati, questo non ce lo potremmo perdonare.

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