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Tutti pazzi per la bomba (di G. Gambino)

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La guerra in Ucraina è diventata l’alibi ideale per riarmare un intero continente e per convincere l’opinione pubblica dei Paesi tradizionalmente più ostili al riarmo, tra cui Germania e Italia, ad assecondare nuovi e significativi investimenti militari. Il conflitto è anche un’occasione ghiotta per le aziende produttrici di armi e per il settore della difesa, che recupera nuova linfa vitale dopo un periodo in cui le commesse militari, soprattutto in Europa, erano in costante flessione.

Questa repentina corsa al riarmo, che coinvolge decine di Paesi in tutto il mondo, nasce come risposta alla “nuova” e crescente minaccia che la Russia di Vladimir Putin pone all’Occidente.

Per più di mezzo secolo il Vecchio Continente ha convissuto quasi unicamente con la pace, arrivando alla graduale demilitarizzazione di intere nazioni (specie tra chi era uscito sconfitto dalla Seconda guerra mondiale) e trasformando le nostre forze armate in uomini da scrivania.

Ora però l’aggressione russa all’Ucraina ha scosso le coscienze a tal punto che, indipendentemente dal conflitto in corso, si è resa necessaria una forte politica di riarmo.

Così, da che avevamo fortunatamente smesso di vivere con la minaccia della bomba e le armi non erano più in voga, oggi ci ritroviamo a dover fare i conti con un improvviso ritorno al riarmo. E i leader mondiali che contano sembrano tutti andare pazzi per la bomba.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato un piano da 100 miliardi di euro per ammodernare le forze armate. Tutti gli altri Paesi europei, tra cui l’Italia, promettono di portare la spesa militare al 2 per cento del Pil, così come la Nato richiede di fare da anni.

Il che potrebbe anche avere senso. Il problema è come farlo e a che pro. Prendete l’Italia: qui il dibattito è quasi unicamente incentrato sulla retorica delle armi, viste come un male necessario contrapposto al bene di non averle affatto. Più che la necessità di riarmarsi, da molti esperti militari ritenuta oggettiva, esiste un problema di visione e di strategia. Investiamo decine di miliardi di euro in arsenali oggi senza sapere cosa faremo di queste dotazioni domani. Decidiamo di spendere questi soldi sulla difesa e non su altre questioni ugualmente prioritarie se non persino più urgenti per il Paese.

Obbediamo ciecamente, sulla spinta di una scia emotiva, all’Atlantismo della Nato senza conoscere quali siano gli intenti dell’alleanza atlantica, cioè degli Stati Uniti d’America. Ci schieriamo da una parte in nome della liberal-democrazia ma non ci auto-denunciamo quando applichiamo in casa nostra ciò per cui ci indigniamo altrove. Diciamo «signor sì» senza essere consapevoli di quale sia la nostra posizione nel nuovo ordine mondiale che va delineandosi.

La schizofrenia italica non conosce limiti: cinque anni fa eravamo Obamiani sotto Renzi, poi Putiniani con Salvini, infine pro-Cina con Di Maio e Grillo. Qual è il nostro ruolo nel mondo, quale la nostra politica estera? Da un Paese come l’Italia ci si aspetterebbero risposte adeguate che vadano oltre delegare il tutto a Eni e Leonardo nel nome dei loro interessi industriali. La Francia dice sì al riarmo Nato ma non rinuncia a perseguire i propri interessi geopolitici.

Il fatto di aderire alla politica di riarmo globale più importante e significativa dal secondo Dopoguerra ci rende ancora una volta subalterni al bullo di turno, che sia Washington, Pechino o Mosca, e al contempo perdenti perché incapaci di ritagliarci un nostro spazio nel mondo.

Tutto assume contorni ben più gravi se pensiamo che a guidare questa strategia senza visione c’è quello che è stato definito da tutti l’uomo con la più lungimirante visione, che avrebbe salvato l’Italia: Mario Draghi. Qual è il senso di tutto ciò? Non può, non deve, essere il semplice fatto che «così fan tutti e così facciamo anche noi», per l’interdipendenza che ci lega. È proprio sulla corsa al riarmo, infatti, che Draghi può rischiare di commettere uno dei suoi errori politici più grandi.
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