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    Slogan rimasticati, insulti e un arbitro debole: il match senza il colpo del KO tra Trump e Biden

    Credit: Emanuele Fucecchi/ TPI
    Di Giampiero Gramaglia
    Pubblicato il 30 Set. 2020 alle 09:38 Aggiornato il 30 Set. 2020 alle 10:12

    Pareva un talk show di casa nostra, invece di un dibattito presidenziale negli Stati Uniti: insulti, attacchi personali, frasi mozze perché l’altro ti interrompe, nessuna idea nuova, molti slogan rimasticati. Sul ring della Case Western Reserve University di Cleveland, Ohio, un arbitro debole, che non dà i break ai due rivali con sufficiente fermezza, conduce in porto un match senza il colpo del KO: Donald Trump, che deve rimontare, ne avrebbe bisogno; Joe Biden può essere contento così, gli basta restare in piedi.

    Più che un dibattito è stato uno scontro, quasi una zuffa a parole. C’era da aspettarselo, se c’è Trump ‘il bullo’ di mezzo; ma ‘SleepyJoe’ Biden non s’è tirato indietro. Trump l’aggredisce: “Non c’è niente di furbo in te”; Biden gli assesta un “Sei un clown”. Il presidente è più aggressivo e sempre corrucciato; lo sfidante più pacato e spesso sorridente; Trump rosso in viso, quasi concitato; Biden pallido, quasi bianco.

    Nel primo dibattito televisivo fra i candidati alla Casa Bianca repubblicano e democratico, Trump, che punta a essere rieletto, è sempre sopra le righe nelle cifre e nelle citazioni, profittando dell’assenza di fact checking – ci pensano i media a contargli gli svarioni –; Biden, lo sfidante, dà, invece, il meglio di sé quando ignora il rivale e si rivolge direttamente agli americani, ma evita – chissà perché – di affondare il colpo sulle tasse e va un po’ in confusione nel finale. 

    Il moderatore, Chris Wallace, della Fox News, è un veterano, ma la situazione gli sfugge lo stesso spesso di mano; e Trump qualche volta gli ‘mangia in testa’. Il pubblico è diradato e composto: ci sono la first lady Melania e Jill Biden, che alla fine salgono a prendersi sul palco i mariti.

    Nel timore di contestazioni, il duello era stato blindato. Il governatore repubblicano Mike DeWine ha schierato 300 uomini della guardia nazionale, mentre le forze dell’ordine hanno isolato l’area dell’Università con alte recinzioni metalliche e chiuso la circolazione nei dintorni. Mezzi militari pattugliavano le strade.

    Un’ora e mezzo di dibattito, suddiviso in sei segmenti: la Corte Suprema, la pandemia, l’economia, l’ambiente, la sicurezza e le tensioni razziali, la regolarità del voto. Di nuovo non esce nulla, né nella forma né nella sostanza. Trump va in difficoltà sulle tasse non pagate, Biden sui finanziamenti dalla Cina e sul ruolo del figlio Hunter – se la va un po’ a cercare, chiamando in causa il figlio buono e morto, Beau -. Trump si fa spesso un peana: “Nessuno meglio di me” sulla pandemia, l’economia, Law&Order; Biden lo fa spesso, meno smaccatamente, dell’Amministrazione Obama, di cui lui era vice-presidente.

    Si danno sulla voce l’un l’altro, più spesso Trump di Biden, che ha bisogno di tempo per presentare i suoi concetti – quelli del magnate sono più scarni -. Gli incendi delle foreste? Colpa degli alberi, che sono vecchi. I 200 mila morti di Coronavirus? Colpa della Cina, che ha esportato la sua ‘peste’. Le tensioni razziali? Colpa della sinistra, che è violenta. I microfoni sono sempre aperti, il che favorisce le interferenze e smozzica i pensieri.

    Biden accusa Trump di essere “un cagnolino di Putin”. Trump afferma che Biden ha perso la partita con la sinistra del suo partito. Lo sfidante replica: “Io ho battuto Bernie Sanders, io sono il partito”. Biden s’impegna a rispettare l’esito delle elezioni, “la vittoria o la sconfitta, una volta che i voti saranno stati contati ne prenderò atto”; Trump non lo fa – “il voto per posta è un disastro, sarà una frode come mai viste prima”.

    Ecco un florilegio di frasi, andando a rimbalzo di linea: “Sei da 47 anni in politica e non hai fatto nulla, ho fatto di più io in 47 mesi”; “Trump mente, è la persona sbagliata al posto sbagliato”; “Se fosse stato per te, ne sarebbero morti milioni. Ho fatto un lavoro fenomenale”; “Esci dal tuo bunker, non andare a giocare a golf, vai a lavorare”; “Vogliono chiudere il Paese”; “Il presidente ha gestito in maniera maldestra”; “Abbiamo l’economia più grande della storia, dopo la piaga cinese ci stiamo riprendendo, lui vuole richiudere tutto e distruggere il Paese”; “Sei il peggior presidente della storia degli Stati Uniti”.

    E ancora: “Tu nel ’94 hai chiamato i neri ‘super-predatori’”; “Anche la Chiesa afferma che Trump sobilla il razzismo, un nero su mille è stato ucciso dal virus, se non agiamo entro l’anno saranno uno su 500”; “Tu non hai dalla tua le forze di polizia, a Portland abbiamo sistemato tutto in mezz’ora, mandando la cavalleria”; “La violenza non è mai la risposta giusta, la protesta pacifica è legittima… Le mele marce della polizia devono rispondere delle loro azioni”; “Tutta la violenza che vedo viene dalla sinistra, tutto questo disordine non viene dalla destra, ma dalla sinistra”; “La violenza aiuta Trump, che favorisce le milizie”; “Sul cambiamento climatico, stiamo facendo un ottimo lavoro”; Rientrerò negli accordi di Parigi”.

    Sulle tasse, lo scontro è innestato dal moderatore: “È vero che ha pagato 750 $ di tasse nel 2017 e nel 2018?”; “Ho pagato milioni di dollari di tasse”; “E perché non lo fa vedere”; “Lo vedrete”; “Quando?”; “Sentite, non voglio pagare le tasse se non è necessario… Ho avuto sgravi fiscali perché ho costruito grandi imprese”; “Tu approfitti delle scappatoie della legge”; “Quella che avete fatto tu e Obama”.

    Poche ore prima del dibattito televisivo, Joe Biden aveva pubblicato la sua dichiarazione dei redditi per il 2019, dalla quale emerge che lui e la moglie hanno pagato quasi 300 mila dollari di tasse, con un reddito lordo di circa 985 mila dollari. Negli anni precedenti i Biden avevano versato di più: 1,5 milioni nel 2018 e 3,7 milioni nel 2017.

    Anche la vice di Biden, Kamala Harris, ha pubblicato la sua dichiarazione dei redditi: nel 2019, con il marito Doug Emhoff, avvocato, la senatrice ha pagato circa 1,2 milioni di dollari di tasse, con un reddito lordo di circa 3 milioni di dollari. Se i dollari delle tasse fossero voti, il ticket democratico sarebbe già eletto.

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