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Home » Opinioni

In questo mondo di bulli tocca ai cittadini salvare la democrazia (di M. Cappato)

Immagine di copertina
Credit: AGF

Nell’era del capitalismo tecnocratico le autocrazie prosperano. Solo un’Europa unita e fondata sui diritti umani può sfuggire all’irrilevanza. Ma questo cambiamento deve partire dal basso

Al mio primo anno di università, col muro di Berlino appena caduto (1989), davamo per scontato che il mondo fosse destinato a un progresso inesorabile nel segno della democrazia. I più idealisti di noi scommettevano anche sulla nonviolenza e sull’Europa Sono proprio questi tre strumenti – democrazia, nonviolenza ed Europa – a essere ormai considerati dei ferri vecchi inservibili, dei quali prima ci sbarazziamo e prima saremo all’altezza delle sfide del nostro tempo. 

Dopo una settantina d’anni di illusioni sulla possibilità di stabilire un ordine mondiale basato sul diritto internazionale, è ora di capire – si sente ripetere- che o la nostra Nazione impara a farsi valere con ogni mezzo nello scontro contro le altre Nazioni, oppure saremo sottomessi alle grandi potenze e ai loro apparati tecnologico-militari. In questo mondo di bulli, meglio adeguarsi. Ed è forse già tardi. 

Il diritto internazionale
La tesi sorvola con troppa disinvoltura su alcuni passi avanti del diritto internazionale in questi decenni. In un caldissimo luglio romano del 1998, ricordo che partecipai alla Conferenza istitutiva della Corte Penale Internazionale, prima giurisdizione permanente per giudicare i responsabili di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Non proprio un dettaglio. 

Ma è comunque una tesi suffragata da alcuni fatti recenti che pesano: le autocrazie prosperano nell’era del capitalismo tecnocratico, tanto che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non sembra esigere né produrre una società più aperta; sul fronte della politica internazionale, la tregua a Gaza, il contenimento dell’arma nucleare iraniana, la caduta di un dittatore sanguinario come Maduro, sono il prodotto di blitz politici e militari unilaterali Made in Usa, fuori o contro il diritto internazionale. 

A noi europei rimarrebbe così da fare il tifo, sperando che il nuovo ordine mondiale non faccia capitolare l’Ucraina, non si abbatta su Taiwan, o sulla Groenlandia. 

No alla militarizzazione
Dopo un paio d’anni di interruzione, riprendo con la mia newsletter perché sono convinto che anche di fronte a fenomeni epocali che sembrano travolgere tutto non ci sia da rassegnarsi: pensiero e azione devono tornare a farci considerare democrazia, Europa e nonviolenza come strumenti del futuro, per quanto bisognosi di trasformazioni radicali, e urgenti. Nel mio piccolissimo, voglio provare a raccontarlo settimanalmente, intrecciando la teoria con lotte su obiettivi precisi e concreti  condotte con l’Associazione Luca Coscioni e con Eumans. 

Più il potere si concentra in poche mani, e più la speranza di fare prevalere l’interesse generale passa dall’alleanza delle moltitudini, cioè da uno spettacolare rafforzamento-tecnologico e politico- della democrazia, da fondare su nuove forme di partecipazione diretta, «dal corpo delle persone al cuore della politica». 

Più si rafforza la militarizzazione della politica estera e del mantenimento dell’ordine pubblico all’interno degli Stati, e più si rende necessario spostare lo scontro su strumenti nonviolenti di promozione della democrazia e dei diritti umani, per far valere il diritto alla conoscenza e alla verità, attraverso la disobbedienza civile e l’hackeraggio delle nuove centrali della manipolazione e propaganda. 

Il  Congresso di Eumans
È infine evidente che la portata della sfida – delle risorse, intelligenze e dati necessari – è tale da rendere semplicemente ridicolo pretendere che i singoli Stati europei possano farvi fronte da soli, o anche anche attraverso le attuali macchinose e sfiancanti procedure di cooperazione intergovernativa. Chi dice di crederci, è in realtà già pronto a svendere l’Europa al miglior offerente. 

Solo un’Europa unita, davvero democratica, prioritariamente volta all’affermazione dei diritti umani e delle libertà individuali, al benessere delle persone e degli ecosistemi, può salvarsi dall’irrilevanza, in alleanza e federazione con altri Stati democratici del mondo. 

È la stessa logica che anima il quarto Congresso di Eumans, a Parigi dal 5 al 7 febbraio, alla Maison de l’Europe: non un convegno teorico, ma un laboratorio politico su come i cittadini possano intervenire per costruire l’Europa necessaria. 

Una delle sessioni centrali è dedicata alla difesa dello Stato di diritto a livello globale e, in particolare, della Corte Penale Internazionale, istituzione oggi sotto attacco attraverso sanzioni extraterritoriali imposte dagli Stati Uniti e da altre potenze. In quella sede è previsto l’intervento della giudice Reine Alapini-Gansou, vicepresidente della Corte, che porta un messaggio chiaro alle istituzioni europee su ciò che è necessario fare. 

I cittadini possono spingere l’Unione europea ad attivare strumenti concreti di difesa della Corte, come lo Statuto di Blocco, una normativa dell’Ue che impedisce alle imprese europee di conformarsi a sanzioni extraterritoriali imposte da Paesi terzi e vieta alle aziende dell’Ue di applicare leggi straniere su attività legittime svolte nel territorio europeo. Così la Corte Penale Internazionale verrebbe protetta da pressioni esterne e chi la sostiene potrebbe continuare a farlo senza rischi legali. 

Il Parlamento europeo ha già chiesto, con una risoluzione, che lo strumento venga attivato, ma la Commissione di Ursula von der Leyen non ha ancora dato segnali concreti. 

In risposta, oltre duemila cittadini europei hanno sottoscritto l’appello di Eumans – insieme a due premi Nobel come la Lega Tunisina per i Diritti dell’Uomo e il fisico Geoffrey Hinton – segnando l’inizio di una campagna di pressione pubblica che verrà rilanciata a chiusura del Congresso. 

Il Congresso affronta anche l’uso civico dell’intelligenza artificiale, con laboratori partecipativi su strumenti digitali per la democrazia e il coinvolgimento dei cittadini, e i diritti fondamentali, dal corpo delle persone al cuore della politica, con panel dedicati a fine vita e riproduzione. 

L’idea guida è che la democrazia europea cresce se è un progetto portato avanti anche a livello popolare, rafforzando strumenti esistenti e creandone di nuovi, dal livello locale a quello paneuropeo. 

Come a volte accade in questi casi, è uno scrittore a trovare parole che mancano alla politica: «O andiamo verso un’Europa unita, indipendente, con una forza militare e con una politica estera unica, oppure tutto andrà sempre peggio», dice Javier Cercas all’intervistatore Paolo Lepri. Quest’ultimo poi chiede: «I Governi sono pronti a uno scenario di così grande cambiamento?». Risposta: «Se i governi non vogliono cedere sovranità possono essere i cittadini ad andare al di là delle mentalità nazionaliste». Tocca ai cittadini, dunque. A te che leggi, a me, a noi. Per provarci davvero, sono innanzitutto le nostre esangui democrazie nazionali a dover essere ribaltate come un calzino, riportando il cittadino al centro.

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