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Il successo ha fallito (di G. Gambino)

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Dopo mezzo secolo di neoliberismo è arrivato il momento di ripensare il nostro modello economico e sociale. Partiamo dal lavoro: per anni abbiamo ritenuto fosse un aspetto centrale, oggi invece (anche a causa del Covid) assume un’importanza secondaria a tal punto che milioni di persone in tutto il mondo hanno deciso volontariamente di lasciare il proprio impiego per una vita che valga davvero la pena di essere vissuta. Così la famiglia e la casa tornano a essere protagoniste (ricordate Lawrence Wright?). Mentre questo architrave economico viene (ri)messo in discussione, lo stesso avviene anche con il modello sociale che ne è alla base.

È una piccola rivoluzione dal basso, forse oggi ancora involontaria e inconsapevole, quella che vi raccontiamo questa settimana. Prendiamo ad esempio il “successo”: per anni ci è stato detto: successo uguale lavoro uguale soldi. Ai giovani, ovunque nel mondo, insegniamo a studiare tanto, e subito, a stare nei tempi, pena il loro inserimento in questo fantomatico ecosistema talvolta maldestramente noto come mercato del lavoro (che però non esiste, ma a
questo piccolo particolare nessuno ha voluto pensarci). Nulla di male, direte voi. E infatti è proprio così. Ma il mantra del successo a tutti i costi ha trasformato la nostra società in un ingranaggio ben congegnato il cui unico fine pare es- sere quello di bruciare ogni tappa una dietro l’altra, per arrivare prima degli altri. A fare cosa non è ancora chiaro. E così se vieni bocciato o finisci fuori corso sei il male.

Questo non va bene, è sbagliato, e non è un modello sostenibile. La questione del tempo negli studi è del tutto relativa. Tre anni persi a vent’anni hanno salvato me, ad esempio, oggi. Col risultato, a queste condizioni, che chi è meno fortunato mai potrà arrivare agli stessi obiettivi di chi invece è partito avvantaggiato. (Questo non vuol dire affatto che chi ha lavorato sodo o è ricco deve rinunciare ai risultati perseguiti). Ben venga il successo, ma non possiamo condannare una generazione angosciata a soddisfare le aspettative di una società che richiede sempre di più ma che ti lascia sempre più solo; richieste inutili oltre che inconciliabili a fronte di uno Stato che non offre alcuna rete di protezione o un lavoro dignitoso con cui avviare un progetto di vita. Non si può relegare questa generazione a sentirsi inadeguata, uno scarto della società. Non può esistere so- lo l’eccellenza, come modello, ma anche la normalità e le debolezze delle persone. La domanda che dovremmo farci, e che poi andrebbe girata anche a molti insegnanti, genitori e dirigenti scolastici, è la seguente: siamo proprio sicuri che il criterio di valutazione con cui veniamo giudicati dai 5 ai 30 anni sia il migliore? E che quello con cui negli anni a seguire veniamo retribuiti e premiati, a ogni livello, sia ciò che ci rende migliori per noi stessi e per la comunità in cui viviamo?

Un bellissimo pezzo di Arthur C. Brooks, e i nostri servizi curati da Di Benedetto Montaccini, Ditta, Farrocco, Mingori e Sahebi spiegano come sia pericoloso identificarsi unicamente nel proprio lavoro, rischiando di finire “oggettificati”. Questa costante pressione e la ricerca di un posto (semi)fisso, nella società dell’apparire dove noia e invidia sono il miglior amico di chi passa oltre 9 ore al giorno su Instagram, portano ad ansia da prestazione, disagio, emarginazione e isolamento. Attacchi di panico. Talvolta, nei casi più estremi, persino pensieri suicidi. Lo raccontano le testimonianze che Aestetica Sovietica ha raccolto durante la pandemia e che, sebbene siano un pugno allo stomaco, abbiamo deciso di pubblicare. Con le loro parole. E non con quelle degli altri, per una volta. Allora, forse, dopotutto, val la pena valutare di mandare seriamente al diavolo chi per decenni ha voluto imporre un modello utile solo al mantenimento dello status quo, dove al centro non è l’essere umano e la sua vita, ma il mercato e le sue dinamiche. Utili solo ai pochi.

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