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Grazie Simone Biles per essere “crollata”: ci hai insegnato cos’è la vera forza

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Credit: ansa foto

Giovanni Alvarez è stato un pugile italo-svedese campione Ue dei mediomassimi nel 2004. Nel 2007, dopo 15 vittorie e il titolo Ue, Alvarez aveva incassato tre sconfitte consecutive che l’avevano costretto al ritiro. Il 26 settembre 2016, dopo essere rientrato in Italia, l’atleta si suicidò. Soffriva di una forte depressione.

Robert Enke è stato un portiere tedesco, vicecampione d’Europa con la nazionale tedesca nel 2008, si è suicidato il 10 novembre 2009 gettandosi sotto un treno in corsa. La crisi depressiva pare fosse scoppiata dopo il passaggio al Barcellona e i relativi aspetti psicologici collegati (aspettative, ansia, pressioni, paura patologica dell’insuccesso). Oltre alla sofferenza derivante della morte della figlia più piccola avvenuta tre anni prima.

Di esempi come questi nel mondo dello sport ce ne sono molti: dal calcio al ciclismo passando per l’atletica, nel corso degli anni sono venute fuori tante storie che parlano della depressione e del disagio psicologico. Discuterne sembra ancora un tabù e spesso lo si fa quando è troppo tardi. Ed è forse per questo motivo che l’esempio di Simone Biles è più unico che raro. La fuoriclasse statunitense, durante le Olimpiadi di Tokyo 2020, si era ritirata al termine della prima rotazione, dopo aver sbagliato il salto al volteggio. USA Gym aveva comunicato che si trattava di uno stop per problemi fisici e che la situazione sarebbe stata monitorata nei prossimi giorni, per decidere se partecipare alle altre finali, ma la ginnasta più forte e vincente di tutti i tempi non si è nascosta dietro a un dito.

La cinque volte Campionessa del Mondo all-around e vincitrice di quattro medaglie d’oro ai Giochi di Rio 2016 ha dichiarato ufficialmente che lo stop è dovuto allo stress e a problemi mentali: “Devo concentrarmi sul mio stato mentale e non mettere a repentaglio la mia salute e il mio benessere. Non ho più fiducia in me stessa come prima. Non so se è una questione di età. Sono un po’ più nervosa adesso quando salgo in pedana”.

L’atleta è poi scoppiata a piangere: “Sento che non mi sto divertendo più come prima. So che questi sono i Giochi, volevo farli, ma in realtà sto partecipando per altri, più che per me. Mi fa male nel profondo che fare ciò che amo mi sia stato portato via. Non appena salgo in pedana siamo solo io e la mia testa… e lì ci sono demoni con cui devo confrontarmi”. Parole fortissime e liberatorie che insegnano molto nono solo a chi pratica degli sport a livello agonistico ma a chiunque nella vita senta sempre di dover dimostrare qualcosa. Quella famosa pressione sociale per cui dobbiamo sempre dare il massimo, in ogni campo, per cui chi lascia è “fragile”, chi ammette di dover curare la propria mente è “in tilt”, chi soffre o soccombe per una malattia “si è arreso”. Chi non si laurea col massimo dei voti è un “perdente”, chi non si omologa è un “debole” e così via.

No. La sua forza Biles l’ha dimostrata di fronte al mondo intero, avendo il coraggio di spiegare per quale motivo ha deciso di fermarsi senza inventare scuse, senza vergogna. E da donna viene da ringraziarla due volte, perché non si è piegata alla doppia morale che ci impone di dimostrarci forti solo per negare l’adagio che vuole il sesso femminile come quello “debole”. Parlare di salute mentale è importante, fermare la giostra, scendere prima che sia tardi è una prova di coraggio, un esempio. Siamo fortunatamente anche deboli e fragili, siamo anche stanchi e svogliati, sfatti e delicati. Siamo tutto e lo dimentichiamo convinti che nel mostrarlo perdiamo qualcosa di noi.

Sarà una connessione azzardata, ma la storia di Biles porta rapidamente il pensiero a Youns El Boussettaoui, il 39enne morto per un colpo di pistola davanti a un bar di Voghera. L’uomo viene descritto come “una persona che aveva bisogno di cure e attenzioni, ma che era stato dimenticato dalla società e lasciato ai margini”. Allora, potremmo tutti iniziare a trattare il disagio psicologico, i “demoni”, come problematiche vere che non devono diventare motivo di esclusione sociale o abbandono o vergogna.

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