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Demurtas, l’avvocato-pastore (che ha letto Gramsci) e il caos dentro il Movimento “Cinque teste”

Immagine di copertina
Illustrazione: Emanuele Fucecchi

Fermi tutti: il Movimento Cinque Stelle è diventato il Movimento Cinque teste. 1) C’è un capo politico che non è più un capo politico, Rocco Crimi (per decisione di un tribunale a Cagliari è diventato un leader illegittimo). 2) C’è un leader politico che non ha più incarichi, Luigi Di Maio, ora fa il ministro degli Esteri anche se è stato l’ultimo leader con pieni poteri. 3) C’è un pezzo di Movimento che si sta organizzando intorno ad un antipapa scissionista, Davide Casaleggio (che fra l’altro dice che se non riceve un bonifico negherà i dati degli iscritti a chi li deve utilizzare). 4) C’è un direttivo di cinque persone che è l’unico organismo legittimo riconosciuto dal punto di vista legale, ma che non è stato ancora nominato. 5) C’è un amministratore straordinario del Movimento Cinque Stelle che non appartiene al movimento cinque stelle: è un avvocato, si chiama Silvio Demurtas, che non dice nemmeno cosa ha votato, ma per decisione del tribunale ha in mano le chiavi di casa del primo partito italiano.

Volendo completare il quadro fuori da questo turbine, ma non estraneo ad esso, c’è un garante che – malgrado questa situazione – ha fatto il suo ultimo intervento pubblico, non per dirimere le faide interne, ma per difendere il figlio accusato per stupro. Non ci vuole un monsieur de Talleyrand per consigliare all’unico leader designato – Giuseppe Conte – unico volto integro rimasto fuori da questo caos, di tenersi alla larga dalla guerra di secessione che è appena iniziata e di fondare una propria lista senza dover fare i conti con tutti questi spezzoni di verità non conciliate. Sembra quasi un’intuizione quella di Alessandro Di Battista che è uscito dal Movimento un attimo prima di questo collasso strutturale, al momento del voto su Mario Draghi. L’ultimo gesto di conflitto interno che almeno aveva una riconoscibile intenzione politica.

Dopo il pronunciamento del tribunale di Cagliari, e dato questo scenario frantumato, è curioso che la situazione del più innovativo dei partiti italiani della seconda repubblica assomigli oggi a quella del più antico dei partiti della prima, nel momento più drammatico della sua storia (il 1993): sto parlando del Partito socialista dopo la caduta di Bettino Craxi. In quei giorni drammatici, e nei mesi che seguirono, si crearono almeno (e forse ne dimentico qualcuno pulviscolare) cinque partiti che rivendicavano l’identità del Garofano. In primo luogo il Si (socialisti Italiani) di Ottaviano Del Turco, il troncone apparentemente più grosso. Poi la Rinascita socialità di Enzo Mattina. Quindi i socialisti Laburisti di Valdo Spini. E infine il Nuovo Psi di Gianni De Michelis e Chiara Moroni (collocato nel centrodestra) da cui si scissero i Socialisti Uniti di Bobo Craxi. Inutile dire che queste formazioni concorrenti si sono estinte tutte.

Se dunque la Democrazia Cristiana e il PCI sopravvivessero ad una scissione, nessun partito può sopravvivere ad un processo di fratturazione multipla così complesso è non lineare. Anche perché, nel caso del M5S il fattore aggravante è l’intervento della magistratura e la perdita di sovranità del principio di maggioranza, che anche nelle storie politiche più darwiniane di solito resta l’unica bussola: in questo scenario, per giunta, uno dei contendenti ha la titolarità del simbolo, uno ha la cassa (e l’elenco degli aderenti), uno il controllo dei gruppi parlamentari. Un altro il consenso.

Un bel dilemma. E in mezzo a tutto questo vortice c’è ora un nuovo protagonista tutto da scoprire: si tratta – ovviamente – del già citato avvocato De Murtas, la cui biografia è davvero folgorante. Silvio De Murtas oggi ha 63 anni, è sardo, racconta di non aver mai avuto una tessera di partito in tasca, spiega di non voler dire che cosa ha votato nella sua vita (apprezzabile ma paradossale), esercita la professione legale (ma non ha nemmeno una segretaria), e la mattina dichiara di svegliarsi presto “per stare dietro a trenta pecore e qualche maiale” (memorabile concezione bucolica raccolta da Aldo Torchiaro de Il riformista). La consegna nelle sue mani dei pieni poteri dentro il M5S sembra la trovata di qualche sceneggiatore creativo, per dare l’abbrivio alla trama di un film surreale, e ambientare un nuovo Chance il giardiniere, come il protagonista ingenuo e insieme geniale di “Oltre il giardino”. Come un Forrest Gump a cinque stelle.

A suo favore, ovviamente, contano due fattori decisivi: la moglie kenyota è parente della nonna di Barack Obama, e la conoscenza dell’opera omnia di Antonio Gramsci. Già questo requisito, a ben vedere, lo pone al di sopra di tutti i predecessori.

Leggi anche: Conte conta solo se c’è Di Battista (di Giulio Gambino)

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