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Sesso e pandemia: per scrivere un immaginario di relazioni meno divisivo ricominciamo a fare l’amore

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* Di Eugenia Romanelli (Presidente dell’Associazione Culturale ReWriters), che ogni mese firma un editoriale per TPI sulla riscrittura dell’immaginario contemporaneo.

Come si farà sesso, da ora in poi? Ho 49 anni, fatico a immaginare la Generazione Alpha, quella abituata da sempre alla mascherina, che in età puberale e poi più in là, quando si cominciano a fare le prime esplorazioni, avrà introiettato che il contatto tra umani implica l’assunzione di un rischio sanitario. Certo, è vero, abbiamo fatto sesso con l’Hiv, poi con l’Hcv, poi con l’Hpv, il sesso non smette, per fortuna. Ma come sarà, oggi, viverlo associandolo a questo nuovo potenziale contagio?

Sarà naturale spogliarsi e mettere su preservativo e mascherina? Forse per loro, i bambini di oggi, adulti domani, non ci sarà timore, nati e cresciuti dentro a una cultura apocalittica a 360 gradi, consapevoli dell’imminente fine del mondo, tra i ghiacci disciolti a sommergere la terraferma. Forse siamo noi, Baby Boomer (per chi ancora esercita), Generazione X, Generazione Z le vere vittime: inibiti, mutilati, interdetti, spaventati, frustrati dal virus del Covid.

Di sicuro, oggi, farsi infiammare dal principə azzurro di turno non è proprio una passeggiata: finchè hai 20, 30, forse 40 anni, l’ormone è l’imperatore assoluto e, sul momento, sticaxxi dicono a Roma. Del resto, i figli nascevano così, prima delle tecniche artificiali, e le malattie a trasmissione sessuale non sono mai mancate.

Ma quando hai superato gli anta e, da una parte, la fiamma comincia ad avere bisogno di più legna per avvampare, dall’altra non si percepisce più la vita come un assoluto ma si trasforma improvvisamente in un percorso, si diventa meravigliosamente confidenti con le proprie fragilità, meno arrabbiati col senso del limite, narcisismo, performance e superomismo si modulano incontrando il piacere della percezione dell’altro, ecco che il rischio diventa un interlocutore non liquidabile con un’alzata di spalle.

Questa pandemia, tra le tante cose che ci sta insegnando, le tante sfide che ci sta lanciando, le tante opportunità per fermarsi a riflettere, ci chiede anche di riscrivere le relazioni umane. Il sesso, l’amicizia, la convivenza, la genitorialità, l’amore. In questi due anni in cui lo scollamento da se stessi, dai propri affetti, dai parenti e dai vicini di casa, dai maestri, dai professori, dai medici, dai politici è stato drammaticamente violento, in cui non è stato semplice (e continua a non esserlo) sviluppare strategie adattive e di coping intelligenti ed evolutive, ne risentono, oltre alla società nel suo intero, oltre alla democrazia, anche i rapporti personali che diventano sempre più distanti, siderali, algidi, fino purtroppo al conflitto e alla guerriglia, e questi giorni ne sono un miserabile esempio.

Ma in realtà, è come se questo maledetto virus avesse improvvisamente slatentizzato tendenze maligne verso cui i cittadini del pianeta si stavano organizzando: mi riferisco ai sistemi d’odio creati da alcuni giornali, nati scientemente per cavalcare questo sentimento nella popolazione; mi riferisco a un certo uso della tecnologia, portatore non di opportunità e innovazione ma stimolo di dissociazione, disgregazione, dispercezione; mi riferisco alle arene politiche, luoghi di degrado valoriale, mirate a dividere, a sovvenzionare la cultura dello scontro.

Eravamo già lontani, gli uni con gli altri, già diffidenti, già untori e unti, ben prima del virus: il Covid ha semplicemente spogliato il Re, ha aperto le gabbie, ha fatto uscire da ognuno di noi quella bestia che, negli ultimi decenni, è stata nutrita, silenziosamente, segretamente e ahimè a nostra ingenua insaputa. E allora, da dove (ri)cominciare per riscrivere una nuova pagina d’umanità? Come impostare questo urgente design esistenziale, questa nuova cultura di vita che metta la comunità al centro e il bene comune in primo piano, permettendo a tuttə, attraverso questa stessa intenzione e azione, di sentirsi pienamente e compiutamente realizzati come esseri umani?

Dal sesso, per esempio: anche, perché no. Se di relazioni umane bisogna parlare, se l’intervento di pronto soccorso è trovare un collante che ci renda fratelli e sorelle, che trasformi la competizione in cooperazione, che ci unisca per moltiplicare le forze e riparare ai danni fatti immaginando strade nuove che ci evitino la brutalità dell’estinzione, potremmo ricominciare da Adama e Devo (come dice mia figlia credo assurgendo al romanesco ‘a dama) e riscrivere l’immaginario dell’incontro (avevo scritto già qualcosa al riguardo, leggi qui): servono velocemente idee.

Non è semplice, infatti, immaginare una sessualità che sia soddisfacente per tuttə in un mondo (quello occidentale) che si è organizzato con un sesso “igienico”, un sesso sempre meno carnale, che esclude il corpo a corpo, sempre più filtrato dalla sua rappresentazione, vissuto attraverso il diaframma della tecnologia, dell’immagine, dello storytelling. Idealizzato oppure drammatizzato (stupri, violenze, soprusi, prevaricazioni, etc). Come costruire una cultura erotica postmoderna, basata sul consenso e non sul dominio, ma che non escluda il corpo, il desiderio, la libertà di esprimersi e accogliere, ma anche la fluidità, l’ageless e tutti i nuovi assunti della giovane contemporaneità?

Come restituire il corpo ai nostri figli, questo corpo così minacciato e minaccioso, portatore di malattie, pericoli, rischi, paura? E, soprattutto, come dare l’esempio se noi per primi, siamo terrorizzatə? Forse la chiave è appunto cominciare da noi stessi, accettare profondamente e in pace l’evidenza che vivere significa rischiare di morire, significa accogliere l’esistenza nella consapevolezza che, anche e nonostante tutto l’amore che possiamo riversare, essa ha un termine che non possiamo determinare in alcun suo aspetto. Dovremmo noi per primi ricominciare a fare l’amore.

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