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Ecco i Salvinian-chic, i radical chic di sinistra che rimpiangono Salvini e attaccano il governo PD-M5S

Di Luca Telese
Pubblicato il 28 Set. 2019 alle 11:23 Aggiornato il 28 Set. 2019 alle 11:25
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Ecco i Salvinian-chic, i radical chic di sinistra che rimpiangono Salvini e attaccano il governo PD-M5S

Per capire questa nuova stagione politica non si può prescindere da una nuova categoria antropologica che furoreggia nei media e nel dibattito: il Salvinian chic, più semplicemente detto Salvi-chic. Il salvi-chic è ovunque, a sinistra, nei bar come nel gruppo Espresso, ed è quella curiosa razza di progressista che rimpiange Matteo Salvini, si danna per la sua mancata vittoria.
Nulla di male se a farlo sono gli esponenti e gli elettori della Lega, che ne hanno tutti il diritto, più curioso è, se a farlo, sono coloro che fino a ieri ci spiegavano che in Italia c’era il rischio dittatura.

Il Salvi-chic è un campione del “tanto peggio tanto meglio”, ed infatti due dei fuoriclasse di questo sport, i miei amici Massimo Giannini e Alessandro De Angelis secondo me non credono fino in fondo a quello che dicono, perché sono troppo intelligenti. Tuttavia il Salvi-chic non è benedettino, ma debenedettino, nel senso dell’ingegner Carlo De Benedetti, gran maestro di questo singolare ordine opinionistico-monastico. Solo che l’ingegnere, che ha tutto il diritto ad avere le sue idee, non chiede a loro il voto di obbedienza.

Il salvinian chic fa finta di non vedere quello che è cambiato: fa finta di non vedere che ieri piangeva per i porti chiusi e ora i porti sono aperti, fa finta di non vedere che prima si giocava l’azzardo mediatico sulla pelle dei disperati, e che ora – grazie alla saggezza di Giuseppe Conte e Sergio Mattarella – al Viminale siede una signora che non ha l’account Twitter, e degli sbarchi (che sono più o meno gli stessi di prima) non si parla più come se fossero una emergenza nazionale. Il Salvi-chic che prima, per obbedienza di partito, non diceva una parola sul trasformismo (quello si, e innegabile) di Angelino Alfano, adesso dice – non a caso in coro con Salvini – che il trasformista sarebbe Conte (ma Conte – al contrario del Ncd non ha mai portato i suoi voti in uno schieramento, dopo essere stato candidato in un altro).

Il Salvinian chic avrebbe voluto le elezioni anticipate, perché – spiega – “tanto la Lega vince comunque” (cosa che ovviamente non è vera). E mentre i leghisti, che capiscono la politica, si leccano le ferite e sono tutti abbacchiati per il fallimento del blitz-krieg del Papeete, loro sono lì a spiegarti che la mossa perfetta di Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio è stata un errore drammatico. Il Salvi-chic è ricco, o benestante: diceva di essere con il cuore sui gommoni, ma che adesso non ci siano più disperati in mezzo al mare che sono oggetto di ricatto nulla gli importa.

E nemmeno prende in considerazione il fatto che prima il dibattito fosse sui nuovi condoni, mentre adesso è sul finanziamento della ricerca e della scuola: tutto questo non lo tange, perché è di quelli per cui se qualcosa lo fa la sinistra non è mai abbastanza, perché se sei fuori dall’Ordine Debenedettino non ha nessun valore. Al salvi-chic che ci siano ministro come Provenzano e Boccia che parlano di investimenti al Sud e coesione territoriale invece che di autonomia e secessione non importa, tanto lui è di quelli che -chiunque governi – stanno belli tranquilli dentro il cerchio sacro del loro Ztl.

Il Salvinian chic da un lato dice che Salvini è un mostro, un nuovo duce (e ovviamente non è vero nemmeno questo), dall’altro non ha mai smesso di incensarne le sue doti di capo e di leader: demonizzazione apologetica. Ed ecco il motivo di questo apparentemente illogico paradosso: il Salvi-chic ha una identità debole, vuole vendere opinioni, o copie, e pensa che sia meglio avere un grande nemico che un solido governo che prova a far pagare le tasse. O anche – orrore – a mettere una imposta sulle bibite dolcificate o sui processi industriali inquinanti. Perché il salvi-chic vuole commuoversi per Greta, ma senza rinunciare a nessun consumo. Vuole proclamare la sua identità, ma non vuole sporcarsi le mani quando il conflitto tra modernità e conservazione, come accade in questi tempi, impone delle scelte scomode e obbliga a ripensare le scelte strategiche e la propria identità.

Qui la puntata di Otto e mezzo di ieri, 27 settembre 2019:

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